Antonello Saiz racconta “I divoratori” di Stefano Sgambati

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«Senza la fisicità non potevano esistere i pensieri, non poteva esserci nemmeno la coscienza, che aveva bisogno a sua volta di confini, di estremi, della limitatezza dei sensi. Se non c’era un rimbalzo continuo di cose tra le cose, delle cose sulle cose, se mancava il rumore di frantumazione, nessuno era niente.»

Stefano Sgambati, I divoratori, Mondadori 2020

Sulla pagina di Book Advisor siamo stati in diretta con lo scrittore Stefano Sgambati per il suo ultimo romanzo, I divoratori. Una serata che, per stessa ammissione dell’autore, è stata definita la più bella presentazione della sua vita, per ora! Per me è stato un piacere enorme poter dialogare con un autore che ammiro dai tempi de Gli eroi imperfetti, pubblicato da Minimum Fax nel 2014.

Da anni ci scrutiamo sui social, ci corteggiamo, discutiamo, senza però mai riuscirci a incontrare. Anche questa volta l’emergenza sanitaria e la creazione di zone rosse ci ha impedito di fare l’incontro in libreria a Parma, previsto per sabato 7 novembre. Ci siamo accontentati della Rete, in un incontro riuscitissimo grazie, innanzitutto, alla schiettezza e all’autenticità di quello che è uno degli autori tra i più talentuosi che abbiamo in questo paese. Questo è certo fin dal suo esordio con Il paese bello, raccolta di racconti edita da Intermezzi editore una decina di anni fa.

Incontro riuscitissimo anche grazie a un libro inaspettato e coraggioso, con continui cambi di voci e punti di vista a dare ritmo, che si propone di prendere il lettore per portarlo nelle menti dei personaggi, senza voler mai rassicurare bensì scuotere e provocare con le armi affilate della grande letteratura. Romanzo ambizioso, I divoratori, con una scrittura parecchio lavorata, che arriva a due anni dall’autobiografico La bambina ovunque, sempre con Mondadori.

Ne I divoratori si racconta di una cena in un ristorante a tre stelle dove si ritrovano, nel tempo dilatato di una sola serata e per motivazioni diverse, una famiglia, il maître, lo chef, una coppia di attori americani paparazzati e all’apice del loro successo. Siamo a Milano, in una sera piovosa, nel lussuoso e prestigioso ristorante gourmet dell’hotel Principe di Savoia, il Palazzo Senso del celebre cuoco Franco Ceravolo. Tra flash e traffico intasato, arrivano le due star mondiali, Sally Person col marito Daniel William King, attore hollywoodiano definito l’uomo più bello che si sia mai visto. Da quel momento gli occhi dei clienti sono tutti puntati sulle due celebrità planetarie, vip dalla larga fama senza più privacy le cui vite appartengono ormai al mondo intero. Sono loro due “la portata principale” di questa grande abbuffata umana; il piatto più prelibato che attirerà l’ingordigia dei divoratori.

Intorno a loro, infatti, si aggira un bestiario umano di cui vengono messe in rassegna macchie e storture. Un affresco devastante di questi nostri tempi miserabili raccontato attraverso varie tipologie. Ci sono Elena e Saverio che, dopo essersi conosciuti al funerale della comune amica Irene, decidono di trascorrere un avventato fine settimana tra una forte attrazione sessuale e ancor più forti sensi di colpa. Ci sono Giordano e Frida, uno stimato professore universitario sposato con Federica, di trent’anni più grande di questa sua giovane (appena maggiorenne) ammiratrice, da cui è fortemente attratto. Al centro della sala, la famiglia cafona di Carlo Di Martino, una oscena e rumorosa tavolata di parenti meridionali dei quali il maître si vergogna e dai quali è scappato anni prima per cercare fortuna a Milano.

Con una tecnica teatrale e un ritmo da sceneggiatura cinematografica ci vengono raccontate, capitolo dopo capitolo, ansie, istinti, bassezze, ossessioni, fragilità, frustrazioni, ma soprattutto desideri e voglie di tutti questi protagonisti. Una umanità allo sbando, che agisce spesso in maniera violenta e indecente. Di tutti l’autore evidenzia sia le debolezze che le poche qualità. Sembra non esserci nessuna pietà per il genere umano e nessuna possibilità di salvezza per tutti questi personaggi, che riescono a essere tutti, ma proprio tutti, sempre ambivalenti nella loro meschinità e miseria.

Nella narrazione sono continui i flashback. È da questi che veniamo a conoscenza di frammenti della vita di ognuno dei personaggi e del motivo per il quale si ritrovino seduti al tavolo del ristorante. È come se Sgambati mettesse una lente gigante, direzionata su quei tavoli, per meglio vivisezionare i protagonisti e farne una accurata analisi umana. Viene indagata, crudelmente la nostra società tra falsità e debolezze e smanie di apparire, desiderio ambizioso di scalare la piramide sociale, la voglia e l’ossessione di essere perfetti dentro i social, divorando tutto e tutti, senza il minimo rispetto o considerazione per l’altro. Senza giudicare e senza alcun moralismo, ci viene raccontata una storia. Conducendoci per mano verso l’inaspettato e clamoroso finale, Sgambati ci mostra in maniera schietta e spesso irriverente, cinica, il male di vivere. Ci mostra quanto, in questo malessere, sia falso il modo in cui ciascuno di noi si presenta e appare, o vorrebbe essere, e quello che poi in realtà è veramente.

Con una forte tensione addosso, il lettore arriva alla conclusione del banchetto. Nei capitoli finali (I divoratori e Il conto) non può non interrogarsi e trarre le sue conclusioni, spaventosamente profonde. Per fortuna c’è l’ultimo capitolo, quasi una appendice a questo romanzo incredibilmente ricco. Si intitola Le clienti ed è là che si torna a respirare in maniera allargata, a intravedere almeno una piccola possibilità. Una piccola luce per, almeno, qualcuno.

Antonello Saiz