Antonello Saiz racconta “L’anno che a Roma fu due volte Natale” di Roberto Venturini

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«Forse da lassù, dal paradiso dei registi del cinema italiano, quel fotogramma impattante – un travestito dalla faccia tumefatta che osserva con sguardo severo un vecchio pescatore e un ragazzetto accasciati ai lati della bara di Vianello, davanti a un villaggio che Tognazzi ha reso celebre e che molti di loro hanno frequentato negli anni d’oro del torneo di tennis – avrebbe destato curiosità. Magari Fellini c’avrebbe messo una pletora di nani e delle puttane obese che gli giravano attorno; probabilmente Scola l’avrebbe arricchito riempiendo le dune con una montagna di monnezza. Può darsi che a Ferreri e a Monicelli un sorriso gliel’avrebbe strappato.»

L’anno che a Roma fu due volte Natale, Roberto Venturini, SEM 2021

 

Giovedì 4 febbraio è arrivato sugli scaffali delle librerie, L’anno che a Roma fu due volte Natale. È l’attesissimo secondo romanzo di Roberto Venturini, vincitore nel 2018 del Premio “Bagutta Opera Prima” con Tutte le ragazze di una certa cultura hanno almeno un poster di un quadro di Schiele appeso in camera.

A tre anni di distanza da quel libro ecco arrivare un romanzo dolceamaro, molto più maturo e completo, dove i toni ironici e grotteschi conservano la stessa spontaneità ma vengono inseriti all’interno di una struttura più articolata e abilmente congegnata. Una storia che riporta alla memoria certe atmosfere di Gadda, così come i personaggi malerbiani di Mozziconi o ancora di Pasolini o di certi film di Franco o di Sergio Citti.

L’autore romano stavolta racconta in un romanzo in tre atti più finale la storia di Alfreda, una accumulatrice seriale che ha sempre vissuto nel Villaggio Tognazzi, a Torvaianica, cittadina sul litorale romano.

Torvaianica, divenuta famosa dal finire degli anni Ciquanta, prima per il caso di cronaca Montesi e poi per il Torneo dello Scolapasta d’oro. Torvaianica, dove il bel mondo del jet set e del cinema italiano si dava appuntamento per partite di tennis e epiche mangiate a casa dell’attore Ugo Tognazzi.

Ai giorni nostri ci salta subito agli occhi l’occasione persa, dopo quegli anni d’oro, per questo territorio. Si assiste, con la storia di Alfreda, alla crisi del ceto medio che va di pari passo col declino e il degrado di questo litorale. Fuori nevica quando prendiamo conoscenza della protagonista, come detto una accumulatrice di ricordi di un passato felice, ora con i primi segni di una demenza senile.

Questa bella donna da giovane somigliava a Patty Pravo nella versione mora, ora è una ex insegnante che dopo la morte del marito ha reso il suo villino, alle spalle dell’aeroporto militare di Pratica di mare, un tugurio invivibile. La sua bellezza se l’è mangiata e ora, ingrassata a dismisura, vive per inerzia tra insetti e cianfrusaglie, pentole sporche e cataste di giornali e torri di Tv Sorrisi e Canzoni, il settimanale preferito dal marito.

Sopra di lei abita il figlio Marco, un giovane fattone,un tempo piccolo divo televisivo della pubblicità e ora profondamente insicuro e irresoluto, la cui unica occupazione è accudire la madre.

Mario, marito di Alfreda e padre di Marco, è scomparso nel 2012. Portato in una battuta di pesca notturna dall’amico Carlo, era caduto in mare.

Il 2012, quello che è stato l’anno della retrocessione economica dell’Italia; quello in cui i Marò Girone e Latorre uccidono in India due pescatori imbarcati su di un peschereccio indiano; quello dove il capitano Schettino, per fare il “saluto” all’isola del Giglio con la sua nave, colpisce uno scoglio sottomarino provocando così l’affondamento dello scafo e la morte di trentadue passeggeri, per Alfreda diventa l’anno del tracollo.

Lo spettro di una azione da parte dell’Ufficio di igiene rende necessario svuotare in fretta la casa, pena lo sfratto.

In soccorso della famiglia accorrono un paio di amici sgangherati, assidui frequentatori del bar Vanda: Carlo, l’anziano pescatore con un senso di colpa enorme per la morte di Mario, e Er Donna, un travestito molto attivo sulla pontina.

Con l’aiuto di un gruppo di rumeni si attivano per sgomberare il villino, ma Alfreda si oppone. Da qualche tempo ha iniziato a soffrire di un disturbo del sonno – le paralisi notturne – per cui seduta su una poltrona verde comincia ad avere visioni di Sandra Mondaini, che ha conosciuto ai tempi d’oro del Villaggio Tognazzi.

Alfreda, nei suoi deliri notturni, immagina di parlare con l’attrice, sofferente per la “separazione” dal marito Raimondo Vianello, che riposa a Roma al Verano nella tomba di famiglia, mentre lei è sepolta a Lambrate, per disposizione testamentaria.

Sandra piange, è triste, non parla, ma Alfreda, che non si è mai ricongiunta al marito, sa la ragione di quella sofferenza e decide di mettere fine a quella “ingiustizia” ponendo al figlio una condizione per lo sgombero del villino: trafugare la salma di Raimondo dal Verano e portarla al cimitero di Lambrate, da Sandra.

Dopo le prime resistenze, Marco accetta e getta le basi del piano, aiutato da Carlo e da Er Donna.

Tutti i personaggi di questa storia bizzarra sono strettamente connessi al territorio, quasi a diventare un tutt’uno con lo spazio fisico. Storia bizzarra, dicevo, storia di margini con vite ai margini di tutto.

La rassegnazione di questi protagonisti sembra davvero essere la stessa di tanti personaggi cinematografici e letterari di Pasolini (a Torvaianica le processioni dirette al mare passano il 15 agosto, ma non riservano miracoli a chi vive ai margini di quella realtà). Nessuno sembra voler essere d’aiuto o indulgente verso gli altri.

Per questo, in un romanzo sul rimpianto, si staglia sopra ogni altra la figura di Marco, che con le sue incertezze ha comunque dedicato una vita ad accudire la madre, si è sacrificato completamente, finendo per rimare bloccato, sospeso da quel troppo amore.

Non c’è speranza o futuro per nessuno dei protagonisti di Venturini, esattamente come nel film Amore tossico di Caligari, da cui è mutuato il nome di Er Donna. Eppure nel ricongiungimento finale di Sandra e Raimondo pare esserci una via d’uscita che possa porre fine alle drammatiche situazioni cui sono destinati i vari personaggi.

Si ride molto e ci si commuove tanto nel seguire le imprese di questa improbabile compagnia di emarginati. L’elemento del grottesco accompagna il lettore nella lettura, ma da subito si intuisce che si tratta di un implicito omaggio ai tanti mostri sacri della commedia italiana anni Settanta. Quella che ha visto protagonista Tognazzi in primis e tanti registi. Da Monicelli a Salce a Scola, da Dino Risi a Marco Ferreri passando per un certo umorismo di Proietti e dall’amaro di certe commedie di Sordi.

Indubbiamente L’anno che a Roma fu due volte Natale è un romanzo sulla malinconica rassegnazione, ma prima ancora è un romanzo sulla memoria dove la tendenza a citare e fare riferimenti non è mai casuale. Roberto Venturini ha questa capacità rara di non scrivere per azioni, ma sintetizzando immagini.

Va cioè a pescare nell’immaginario della cultura pop dagli anni Settanta ai Novanta e fa di questa consapevole scelta stilistica la sua cifra. Quella cifra che lo rende una voce riconoscibile nel panorama dei giovani autori.

Anche la scelta di far ricorso a uno slang romanesco mai volgare, diventa funzionale a questa sua idea di raccontare per immagini e renderle più vivide attraverso le giuste parole.

Per cui inserire citazioni ed espressioni tipo “Bella come Eleonora di Non è la Rai” o “Lo guardava come Franca Leosini guarderebbe Angelo Rizzo”, o “Lo stesso vestito che Mariangela Melato indossava da Loretta Goggi in via Teulada 66”, sintetizza rapidamente centinaia di altri modi di dire.

Ho seguito personalmente e da vicino la genesi di questo libro perché Venturini è un mio fratello acquisito. Da lui ho appreso che scrivere costa fatica e lacrime e sangue e sacrifici.

Ma la scrittura ha anche una funzione salvifica per contrastare tristezze e disagi e, alla fine di un lungo percorso, Venturini ha scritto, con uno stile personalissimo, un libro che viene a illuminarci con l’ironia dei suoi paradossi e la piacevolezza di una storia originale.

So per certo, e lo sapevo anche mentre costruiva il suo romanzo, che sentiremo parlare a lungo de L’anno che a Roma fu due volte Natale, per quel poco di fiuto da libraio che mi rimane.

Antonello Saiz

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