Antonello Saiz racconta “Oltre il giardino” di Jerzy Kosinski

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«Quello che di particolarmente bello aveva il giardino era che, in ogni momento, sostando sugli angusti sentieri o tra gli alberi e i cespugli, poteva mettersi a girare senza meta, senza mai sapere se andava avanti o indietro, senza poter stabilire se era in vantaggio o in svantaggio rispetto ai giri fatti. Tutto quello che contava era muoversi nel proprio tempo, come le piante che crescevano».

Oltre il giardino di Jerzy Kosinski, minimum fax

Tra le (ri)scoperte in libreria, in questi giorni che hanno coinciso con la riapertura dopo l’emergenza sanitaria, abbiamo proposto la lettura di un classico della letteratura americana: Oltre il giardino, di Jerzy Kosinski.

Il libro è uscito in una nuova veste grafica il 12 marzo scorso per minimum fax, in una traduzione di Vincenzo Mantovani e a quasi trent’anni da quel 3 maggio del 1991, quando a New York, lo scrittore americano di origine polacca si tolse la vita lasciando un bigliettino in cui era scritto: «Vado a dormire un po’ più a lungo del solito. Chiamatela pure eternità».

Jerzy Kosinski, nato nel 1933, è autore anche del best seller L’uccello dipinto, terribile odissea di un bambino in fuga nell’Europa orientale occupata dai nazisti, e del romanzo Passi, vincitore del National Book Award; diventa famoso proprio con il romanzo del 1970 Oltre il giardino, pubblicato in Italia dall’editore Mondadori nel 1973 col titolo Presenze. Kosinski è autore anche della sceneggiatura dell’omonimo film del 1979 diretto da Hal Ashby. Peter Sellers, Shirley MacLaine e Melvyn Douglas sono i protagonisti di questo film, presentato al festival di Cannes 1980, che non è la trasposizione letterale del libro, tant’è che Kosinski nello sceneggiarlo ne riscrisse alcune parti, incluso il finale, col discorso del Presidente in cui viene pronunciata la frase più nota della pellicola (ma assente nel romanzo): «La vita è uno stato mentale». Il film venne girato nella spettacolare residenza dei banchieri Vanderbilt, la Biltmore Mansion, Asheville, nel North Carolina. Fortemente voluto da Peter Sellers, sarà anche il suo penultimo film (l’attore morirà prematuramente un anno dopo), e forse la sua più intensa interpretazione, che gli valse anche una candidatura al Premio Oscar. Per la sua interpretazione, in questo film, l’Oscar come miglior attore non protagonista lo vinse un attore famoso e ormai vecchio, Melvyn Douglas.

Chance è un orfano senza storia alle spalle e con una filosofia di vita votata alla semplicità; fa il giardiniere ma non ha una propria identità e neanche un vero nome. Si chiama Chance perché nato per caso e di lui sappiamo veramente poco, specie della sua infanzia. Sappiamo che la madre è morta prima della sua nascita e una persona, chiamata il Vecchio, si è preso cura di lui in una signorile abitazione. Alla morte del Vecchio, i legali, increduli sulla presenza decennale di Chance nella casa, e senza nessun lascito da parte del defunto, saranno costretti a vendere l’abitazione e a mandare via il pover uomo. Chance a malincuore abbandona il suo giardino e il suo mondo con una grossa e pesante valigia, senza opporre la minima resistenza e, col candore più disarmante, si avventura nella città. Sin dalla nascita si è occupato solo del giardino, che lo ha assorbito totalmente e si è rapportato col mondo solo attraverso la televisione, e per questa ragione gli sarebbe stato difficile trovare un posto nella vita e nel mondo. Mentre vaga per le strade della città viene urtato dall’auto di una ricca signora che colpita dalla sua aria di distinto gentiluomo, e preoccupata forse più di quanto meriterebbe l’incidente, si porta Chance in casa, per farlo curare dal medico di famiglia. La donna è la moglie dell’anziano magnate Benjamin Rand, eminenza grigia dell’economia e dunque della politica americana, nonché intimo del Presidente degli Stati Uniti. Affascinato dalla sua filosofia e dal suo modo di vedere le cose, lo tratterrà nella sua fastosa abitazione portandolo a conoscenza dell’alta società. L’ingenuità di Chance, che sa esprimersi soltanto con immagini tratte dal giardinaggio, viene scambiata per saggezza filosofica e quando il presidente cita il suo nome pubblicamente, Chance acquista un’improvvisa notorietà: ricercato dalla stampa come commentatore politico, da semplice giardiniere assurge al ruolo di personaggio pubblico. Le sue ingenui affermazioni creeranno non poco scompiglio nel mondo affaristico e politico ma il suo parlar strano verrà scambiato per saggezza e in poco tempo diventerà un idolo e uno stimato opinionista e, grazie alle sue involontarie metafore tratte dal giardinaggio, anche un salvatore e un guru della finanza.

Chance è un uomo che non ha mai visto le cose della vita al di fuori del proprio giardino che ha curato amabilmente, per questa ragione Oltre il giardino è sostanzialmente un raffinato racconto sull’ingenuità vista come una virtù da perseguire in una società priva di valori umani. Una favola anche sugli effetti che i mass media un tempo, e la Rete oggi, possono avere nell’influenzare le persone più deboli. La storia surreale e poetica di questo uomo semplice, capace di sconvolgere una società di avidi finanzieri, è anche un’originale e delicata riflessione sul nostro rapporto con la natura e i mass media. «La pace gli riempiva il petto» e con questa frase si chiude un libro che a distanza di cinquant’anni dalla pubblicazione rimane attualissimo per la forte satira sociale: in un mondo popolato da gente ordinaria e interessata c’è sempre la possibilità di qualcuno che sfugge alle regole e conquista tutti con i suoi modi gentili e calmi, e appena può, esce da questo mondo rifugiandosi fra la pace di un giardino.

Antonello Saiz