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Antonio Amurri anteprima. Piccolissimo

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Franco, stanotte ti sei messo l’apparecchio dei denti di Valentina, Roberta si è messa quello tuo e Valentina quello di Roberta! Spendiamo centinaia di migliaia di lire, e i denti vi vengono più storti di prima!”.

Dopo il successo del 1973 torna in libreria Piccolissimo (Baldini+Castoldi 2026, pp. 204, € 18) dell’autore, scrittore, artista e grande umorista Antonio Amurri (1925-1992). Non si tratta di un libro comico ma di un manuale di sopravvivenza clandestino su come restare umani mentre la famiglia ti passa sopra come un treno regionale in ritardo cronico. Amurri non racconta la famiglia: la subisce con metodo. La osserva come si osserva un acquario incrinato, sapendo che prima o poi l’acqua uscirà, ma oggi ancora no. Annota, registra e trasforma il caos domestico in prosa chirurgica mentre racconta i drammi della psicanalisi subita per meglio educare i figli:

Mia moglie e io avevamo imparato tutto ciò che NON si deve fare a un figlio, tutto ciò che non gli si deve dire, tutto ciò che NON gli si deve negare (praticamente tutto, tranne l’assassinio dei genitori, ma non per il fatto in sé, quanto per le incresciose conseguenze che potrebbe avere sulla sua psiche)”.

Non c’è sentimentalismo o nostalgia ma onestà comica. Il cuore del libro è un’idea ferocissima e gentile insieme: la famiglia media italiana non è un rifugio, è un campo di addestramento dove l’umorismo più che a far ridere serve a non impazzire. Dove una bambina può essere “afflitta da un fratello e una sorella che le ricordano continuamente una sua presunta appartenenza alla famiglia dei cetacei”. Amurri scrive contro l’idea della famiglia come spot pubblicitario dissacrando con vent’anni d’anticipo, la retorica da Mulino Bianco. In Piccolissimo la casa non profuma di felicità ma puzza di frittata, pipì, ansia, affetto e di attenzioni goffe e sincere ormai sempre più lontane. La lingua è un miracolo di precisione: elegante senza essere letteraria, comica senza essere cabarettistica. Ogni frase è il risultato di una disciplina feroce. Da autore radiofonico e televisivo Amurri non spreca una parola perché sa che il tempo del lettore è sacro.

Riletto oggi, Piccolissimo è anche un documento politico involontario: racconta un’Italia pre-psicanalizzata, pre-social, pre-performance. Un’Italia in cui i problemi non si risolvevano ma si attraversavano e si potevano fare figli per rimandare i problemi di una generazione. Amurri è stato un grande artista e in questo libro ci insegna a scrivere con classe, a leggere con curiosità e a ridere senza volgarità, mentre ci avvolge in quel mistero di essere famiglia in cui tutti, prima o poi, si sono immersi.

Carlo Tortarolo

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Mia moglie 

Per farvi capire che tipo è mia moglie, è assolutamente necessario che io parli di Audrey Hepburn.

Tanto per cominciare, Audrey è un tipo di donna che è difficilissimo sorprendere con un buco nella calza o la vestaglia scucita sotto la manica.

In qualsiasi ora della giornata, in qualsiasi circostanza, essa è sempre perfettamente vestita, non un capello fuori posto, cappello-guanti-scarpe-cintura-borsetta-gonna-ca- micetta-eccetera, tutto glacialmente intonato.

Se Audrey ha sonno, non le è permesso infilarsi un pigiamino qualunque e coricarsi. Deve prima sciogliersi i capelli sulle spalle, annodarsi un nastrino rigorosamente in tinta con la camicia da notte, sulla quale dovrà indossare una vestaglia dello stesso tessuto. Sembrerebbe addirittura logico che si mettesse un cappellino e imboccasse il letto tenendo un alano al guinzaglio.

Se questo è ciò che le capita di sera, figuriamoci che cos’è la sua giornata. In realtà, più che vivere, il personaggio Audrey passa tutte le sue ore a cambiarsi d’abito.

Audrey non va in giardino a cogliere fi ori se non indossa un abitino di Givenchy, sul quale è appuntato un grembiule di tinta contrastante. Non affronta le insidie di un’aiuola se non ha guanti di filo, forbici lucidissime, fazzolettino di Hermès annodato sotto il mento e cestino di vimini per adagiarvi i fiori recisi, che difficilmente reciderebbe se, in sottofondo, un altoparlante non diffondesse musica di Bacharach.

Ciò che più allarma, in lei, è quel suo snervante modo di essere in ordine nelle situazioni più impreviste.

Cade da cavallo? Si rialza senza un capello fuori posto, le vesti perfettamente linde e stirate; non un grammo di polvere si è posato sul suo prezioso tailleur.

Cade in acqua? Quando la tirano a riva è, sì, bagnata, ma ordinatamente. I capelli, lisci, sono stati accuratamente pettinati dalle onde del mare, il vestito di Valentino le aderisce al corpo senza una piega, e il viso è artisticamente imperlato di gocce una qui, una là, tutte alla stessa distanza.

Una sequenza la mostra tra i fornelli? Il vestito è di Saint-Laurent-moda-pronta, il grembiulino è di Cardin- prêt-à-porter, le ciabatte di Ferragamo-pied-à-terre, e Audrey si muove tra le pentole come una mannequin durante una sfilata. Il che mi dà la sensazione che le sogliole siano fritte, anziché nell’olio, nell’acqua di colonia, e che l’arrosto sia condito con profumo da cinquantamila lire il boccettino.

Ed è allora che penso a mia moglie.

Ed è allora che io mi chiedo: perché, quando torno a casa, non la trovo così, estremamente distinta, sofisticata, che soffrigge cipolle di Dior-divisione ortaggi, per cucinare bistecche Chanel-mattatoio n. 5?

Perché si agita, grida, corre, sbuffa? E perché tutta la casa, e perfino il giardino, puzzano maledettamente di frittata?

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