APPETITE FOR DISTRACTION

Roberta Denti

Ho sempre fatto casino, parola che implica diversi significati. Casino è rumore/caos, bordello/sesso, gioco/azzardo, in una miscellanea dirompente e prepotente. Tanto rumore per nulla o tanto nulla per rumore. La costante dicotomia di vita che contraddistingue gli sdoppiati, animati e martoriati da spietati poli opposti che li sbattono come una nave in tempesta, prede del loro maremoto interno. Io nasco mareata. Ondulante e barcollante in un’affannosa ma salvifica ricerca di sé. Errando dalla strada madre, accogliendo le deviazioni quali distrazioni, talvolta distruttive, altre costruttive. Il mio è un (dis)equilibrio ritmico e ritmato, che tocca ogni corda della scala musicale, raggiungendo vette celestiali e abissi infernali. Nadir e zenit. Ama la tua brama di vita. Sposa te stesso. Tradisciti. Rappacificati. Il moto a luogo definisce la mia intima natura, mai placata né placcata. Quasi una fuga da sé per poi riacciuffarsi nell’oscurità e ricondursi alla luce. Le montagne russe emotive sono la mia giostra, dalla quale tento di scendere ma alla quale sono richiamata da vorace lussuria di vita.

Ruppi con fragore e furore la mia campana di vetro, carapace che mi rendeva incapace. Lo feci a mani nude grondanti sangue. Curiosa e fragile uscii dal guscio, un tenero agnello dato in pasto ai lupi. Mi sbranarono senza uccidermi, marchiata a vita da un’indelebile cicatrice nell’anima. Mi rinchiusi di nuovo nella cuccia, ringhiante, circondata dalle parole, le mie amazzoni, ricercando nello scritto la salvezza. La parola divenne la terapia per sedarmi e sedurre l’altro da me. In una girandola convulsa e compulsiva d’incontri e scontri, di alte e basse maree, di elevazioni e degradi. Io non conosco sfumature. I miei colori dell’anima sono blocchi cromatici, rosso e nero. Fuoco e morte. Eros & Thanatos. Un vulcano in perenne e solenne eruzione da cui sgorga una lin-fatica lava che tutto brucia, e riduce, in polvere.

Io sono benzedrina e la mia scrittura balzella sul jazz be-bop alternandosi con il be-pop. Una novella Diane de Ora, l’unica beatnik che sia riuscita a emergere in quella tribù machista e maschia dei poeti Beat e dei vagabondi del Dharma. Armata di penna e sfrontatezza, di pena e amarezza, mi sono caricata lo zaino portando in giro per il mondo la mia zavorra e disseminandola via, fronteggiando i guerrieri della notte, spavalda e spacciata. Ebbra di vita, arsa, mai farsa. Né falsa. Brutalmente onesta. E coraggiosa fino alla dannazione.

È quasi surreale che io sia stata una bambina silente, così muta da essere stata seguita da un logopedista perché mi aiutasse a sviluppare la favella. Ancora oggi i miei genitori sono sulle sue tracce per denunciarlo per provocato eccesso di parole. Una volta sbloccata, non mi sono più stoppata. Irrefrenabilmente ciarliera, posseduta dal demonio della parola che ne vomita di tutti i colori. Il diavolo e l’acquavite, nel mio caso. Ma è nel baratro allucinato e allucinante che vedi riflessa la tua immagine, ingiallita e incallita dal vizio, in quel bicchiere sempre mezzo vuoto che continui a riempire per colmarti un’anima lacerata. Il nettare di-vino si trasforma in demone che ti divora le viscere e annienta la mente, alla spasmodica ricerca dell’oblio stordito, per non sentire le botte che ti autoinfliggi. Un masochismo malato e viziato, croce e delizia di chi nella vita non ha scelto di esprimersi ma è nato per farlo. Votato ed eletto a tradurre ogni sottile e assordante suono dell’anima, inascoltato e deriso come una folle Cassandra. La ripercussione sulla pelle delle anime sensibili e perverse è feroce. La mia cambiò di colore, macchiata a vita da candido shock cromatico, un bianco puro e dannato, la mia indelebile cicatrice uterina, a memoria del danno.

In preda e preda di me stessa mi divorai, tentando di annientarmi in ogni decadente vizio, rifugiandomi in inferni artificiali, fin quando non mi accorsi che mi sopravvivevo. Il mio doppelganger benigno, il tenero agnellino sbranato, possedeva una mortale immortalità e con la quieta forza dell’acqua, capace di smuovere le montagne, smosse i demoni, affogandoli. Fu allora che rinacqui da, in e per me stessa, ridandomi la vita che mi era stata violata. Ma la bestiaccia maligna, intrappolata ma non sconfitta, risolleva la terrificante capa di tanto in tantissimo. Ho “solo” bisogno di seguire a tenerla a bada. La parola scritta è la mia arma di distrazione di massa e il mio scudo guerriero. Sono una combattente e una reduce, da una guerra interna lancinante ed elettrizzante, che mi fa vibrare su carboni ardenti e ustionare l’anima. La strada è ancora lunga e disseminata di tutti gli imprevisti di chi è condannato nel bene e nel male a sentire con sempre maggior intensità ogni scintilla emotiva. Non è una passeggiata, oserei più una maratona, che ondeggia tra una “walk on the wild side” e un’arrendevole beatitudine. Ma cazzo se si è vivi quando si sente. Conoscere se stessi, affrontare i demoni, combattersi e cercare sempre. Costantemente On-The-Road. Non voglio scendere dal treno. Vorrei morire di spossatezza accanto ai suoi binari finendo con il muso nella polvere, come Dean Moriarty/Neal Cassady, eroe e “muso” ispiratore del libro manifesto di Kerouac. (S)finita sulla strada. Che scelsi di percorrere fino all’ultima fermata.

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