“Io me lo ripeto sempre quando sono giù di morale, mi dico: «Guarda che sei artista. Perciò ti chiamano dal recupero crediti, devi avere una vita ricca d’insidie altrimenti non produci niente di degno per i tuoi lettori»”.
È in libreria Nostalgia dei dinosauri di Arianna Porcelli Safonov (Baldini e Castoldi 2025, pp. 252, € 19).
Quando leggi Arianna Porcelli Safonov non puoi fare a meno di ascoltare la sua voce che ti prende in giro mentre racconta i pregiudizi più condivisibili intorno ai musei: “Quei luoghi progettati dalla depressione degli architetti nordeuropei che disegnano cubi di cemento armato nel nulla delle nostre campagne, parallelepipedi dove non si trova mai l’ingresso, dadi giganti e grigi che spuntano sulle nostre colline perché Jorgen Vradinstok pensa che il mondo sia tutto come casa sua, e cioè una sconfinata brughiera di merda, immeritevole di essere valorizzata”.
Luoghi terribili “dove paghiamo un biglietto ma non possiamo toccare niente, né bere alcolici o trascorrere la notte con sconosciuti, a meno che non ci piacciano le guardie giurate”.
La Porcelli ci fa ridere sbattendoci in faccia la vita che facciamo in un mondo dove la bravura interseca la circonvenzione di incapace. Quando in cerca di cultura – per essere colti sul fatto di farci accettare come quelli che almeno ci provano – ci ritroviamo in questo posto “inospitale che espone cose costosissime di cui pensiamo: “«Questo lo avrebbe potuto fare anche mio figlio», invece tuo figlio disegna solo casette che vanno a fuoco con dentro mamma e papà nudi e dovete portarlo di corsa da uno bravo, ma quelli bravi sono finiti, sono rimasti solo quelli costosi”. Una critica sociale che non fa prigionieri. Un diluvio divertente che asfalta qualunque illusione di nouvelle vague: “Da quando esiste la psicoterapia non nascono più artisti prodigiosi. È colpa della psicoterapia se la gente in gamba non vuol più morir giovane, conditio sine qua non per divenire artista”. Siamo oltre la filosofia, è comicità che fa pensare così rapidamente e in profondità che poi alzi la testa, guardi il mondo e concludi che forse è meglio non pensarci:
“Fino a poco tempo fa, questa parola, esperienza, era qualcosa che si acquisiva col tempo e lo studio, adesso l’esperienza si vive: quante più experience collezioni nella vita, tanto più sei uno che fa della vita un’opera d’arte, una performance”.
Non possono mancare i giapponesi: “Erano tantissimi e sorridevano come se l’Italia fosse la loro terra promessa ma non sapevano che l’Italia è già stata promessa a un sacco di gente”. Una comicità spietata e divertente che si riassume in un manifesto: “Mi piace spingere l’amore all’estremo confine di contaminazione con l’odio”.
L’autrice, tra le tante ,ci lascia una domanda: “Quand’è iniziato il processo che ci ha portati da Picasso a Trump, da Boccioni a Umberto Bossi, da Jenny
Saville a Miley Cirus?”.E un giudizio impietoso e corretto dell’umanità: “come invenzione di Dio o prodotto dell’Universo, siamo divenuti un neanche troppo sparuto gruppo di stronzi”. Il sentimento dell’assurdo che si fa ragionamento e racconta l’umana condizione di una certa minoranza: “È terribile quando i gusti degli altri diventano armi di umiliazione”. Il ritmo è intrigante e divertente, perché, come diceva Carmelo Bene, uno scrittore che è anche attore ha una marcia in più. E l’autrice la usa per attraversare la vita, dalle campagne all’arte, fino alle fantasie radical chic e con Nostalgia dei dinosauri ci regala un libro ma anche uno spettacolo.
Carlo Tortarolo
#
Ricapitoliamo i prerequisiti per visitare correttamente un museo, distribuiti in questo preciso ordine: – contemplare l’arte;
– avere una vescica allenata che non ceda al primo stimolo;
– comperare il gadget della mostra, la borsina di cui sopra, una calamita, un quadernino, insomma, qualsiasi sozzura possa testimoniare che siamo stati al museo, ed ecco che scopriamo, prima del previsto, l’unico motivo per cui ancora oggi, mentre l’ignoranza ci avvolge come un anaconda, noi tutti perseveriamo e andiamo ancora al museo: per dire che ci siamo andati.
Nella nostra vita abbiamo fatto svariate cose solo per dire di averle fatte, visitato posti solo per raccontare di esserci stati. Ad esempio, io prendo aerei solo per poterlo dire agli altri, per attirare l’invidia della gente che guarda i miei social sono disposta a tutto, sono andata addirittura in Islanda, un posto dove non sarei mai andata se non avessi avuto tanti sconosciuti in rete da far rosicare senza motivo.
Da questo punto di vista, si può dire che io viaggi per lavoro.
Odio l’Islanda: è uno di quei posti classisti che vengono spacciati per mete estreme, o meglio, l’Islanda è decisamente una meta estrema, ma nella misura in cui per andarci devi essere ricco senza misura.
Nel 2006, quando ci sono capitata, una birra piccola costava otto euro.
Non ricordo altro dell’Islanda. Un Paese pieno di gente inquietante quanto Björk, quella signora vestita da elfo cattivo che canta It’s oh so quite, «È tutto così tranquillo», ma glielo leggi in faccia che non è così.
Björk, però, a differenza mia, è nata col microchip per sostenere il freddo mentre io atterro a Reykjavik coi miei stracci da gita sui colli romani, convinta che non valga la pena spendere mille euro per della roba tecnica che non userò mai più nella vita, visto che il freddo mi ripugna e penso che i crepacci Dio li abbia inventati per evitare che alla gente venga voglia di andare in certi posti, e li lasci invece/piuttosto agli animali e alle piante.
Così, vado a cercare due indumenti caldi in quei negozi tipici che vendono attrezzatura per sopravvivere, e tisane e folletti di stoffa con la faccia di Björk ma, le uniche cose che costano meno di trecento euro sono una tuta in pile color grigio asfalto taglia XL e una giacca a vento color rosso ferita da ustione in tela cerata, più leggera della vela di un parapendio e, di fatti, un giorno che vado a vedere le balene, rischio di volar via come una lanterna thailandese.
Ho detto che sono andata a vedere le balene, ma non è corretto.
In realtà sono andata a non vedere le balene. Chi ha fatto questo tipo di esperienza potrà confermare che, in nove casi su dieci, le balene non si mostrano ai turisti e come dar torto a queste bestie così intelligenti e antiche?
Perché dovrebbero esibirsi di fronte a un gruppo di stronzi stipati su un barcone in mezzo al mare che gridano brandendo i telefonetti, quando pensano di aver visto qualcosa fra le onde alte sei metri?
Mi piace pensare che le balene, in grado di comunicare fra di loro a grandissime distanze, si avvisino per schifare questo tipo di iniziative e preferiscano andarsene in Giappone a farsi arpionare piuttosto che fi nire su Tik Tok con l’hashtag Islandatop.
Trovo l’esperienza avvilente già dal momento della prenotazione, quando gli organizzatori dicono che, se non si vedranno le balene, il biglietto verrà rimborsato.
«Come sarebbe a dire se non si vedranno?! C’è anche questa possibilità? Non sono addomesticate?! Cosa pago a fare se non mi dai il servizio richiesto?!
Sono venuto in Islanda apposta: se volevo pagare senza avere servizi in cambio, rimanevo in Italia.»
Usciamo in mare che sembra stia fi nendo il mondo e la nostra unica possibilità di salvezza sia sfi dare una burrasca di quelle che Dio manda quando vuole estinguerci tutti, incluso Noè.
© 2025 Baldini+Castoldi s.r.l. – Milano
ISBN 979-12-5494-297-0
Prima edizione Baldini+Castoldi – La nave di Teseo ottobre 2025