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Aristotele all’ Avocaderia

Quando mi addormentai sulla scrivania stavo correggendo l’ennesimo compito sull’etica di Aristotele.

Gli studenti avevano scritto più o meno tutti la stessa frase:

«La più grande vittoria è quella su se stessi.»

Al terzo elaborato, la filosofia mi cadde dalle mani e mi addormentai.

Quando riaprii gli occhi non ero più nel mio studio.

E soprattutto non ero solo.

Davanti a me sedeva un uomo con una barba compatta, uno sguardo severo e un mantello che non avevo mai visto indossare in nessun bar di Milano.

Stava osservando il menu con una concentrazione quasi zoologica.

«Mi scusi» dissi. «Lei chi sarebbe?»

L’uomo alzò lo sguardo con la calma di chi ha aspettato duemila anni per rispondere.

«Sono Aristotele.»

Guardai intorno.

Non sembrava uno scherzo. Il locale era uno di quei posti nuovi dell’Isola dove ogni oggetto sembra progettato per essere fotografato prima ancora di essere usato.

Sulle pareti c’erano frasi motivazionali, e una lavagna con piatti incomprensibili.

Lessi ad alta voce:

Toast integrale con avocado, melograno e crema di pistacchio.

Aristotele annuì lentamente.

«Dunque questa è la vostra cucina.»

«Più o meno.»

«Interessante» disse. «Ai miei tempi l’uomo mangiava pane, formaggio e olive. Voi invece avete trasformato il pane in una teoria.»

Poi indicò il menu.

«Cos’è un avocado?»

«Un frutto.»

«E perché è su tutto?»

«Non lo sappiamo.»

Aristotele sembrò soddisfatto.

«Molto bene. La filosofia nasce sempre quando gli uomini fanno cose senza sapere perché.»

Arrivò una cameriera.

«Due avocado toast?»

Aristotele mi guardò.

«Secondo la vostra etica contemporanea dovremmo ordinarlo?»

«Probabilmente no.»

«Lo desiderate?»

«Molto.»

Il filosofo sorrise.

«Questo è esattamente ciò che io chiamavo akrasia.»

Mi passai una mano sulla fronte.

«Aspetti. Quindi lei è davvero Aristotele.»

«Naturalmente.»

«Ma come è possibile?»

«Non lo so» disse con serenità. «Stavo dormendo dopo un simposio. Quando mi sono svegliato ero qui.»

Guardò la strada piena di biciclette elettriche e monopattini.

«Il futuro è molto rumoroso.»

Provai a spiegargli ma fui interrotto da una chiamata.

Indicò il mio telefono che vibrava.

«Cos’è quell’oggetto che trema?»

«Un telefono.»

«Serve per parlare?»

«A volte.»

Osservò lo schermo che continuava ad accendersi.

«E perché continua a disturbarti?»

«Notifiche.»

Rimase in silenzio qualche secondo, osservando la gente nel locale che fotografava il cibo.

Poi annuì lentamente.

«Adesso capisco.»

«Cosa?»

«Voi moderni non soffrite per mancanza di conoscenza morale.»

Indicò il telefono.

«Sapete benissimo cosa dovreste fare.»

Indicò la fila davanti al bancone.

«Il problema è che desiderate sempre qualcos’altro.»

In quel momento arrivò il nostro piatto.

Pane tostato, crema verde brillante, semi sparsi con precisione chirurgica.

Aristotele lo osservò con la curiosità con cui un naturalista guarda un animale raro.

Questo è uno scherzo.»

«No.»

«È un dolce?»

«No.»

«È un esperimento?»

«Nemmeno.»

Il filosofo rifletté qualche secondo.

«Quindi qualcuno ha deliberatamente progettato questa combinazione.»

«Sì.»

«Questa è una prova empirica contro la teoria di Socrate.»

«Contro Socrate?»

«Certamente.»

«Perché?»

Aristotele si sporse leggermente sul tavolo.

«Socrate sosteneva che chi conosce il bene lo compie.»

«Esatto.»

«Ma l’uomo che ha inventato questa cosa sapeva perfettamente cosa stava facendo.»

«È costoso?»

«Molto.»

Il filosofo annuì.

«Allora è sicuramente inutile.»

Poi prese la forchetta.

«Ma prima di giudicare…» disse

«…devo studiarlo.»

«Ma maestro» protestai scandalizzato «non era contro la mancanza di autocontrollo?»

Aristotele assaggiò lentamente.

Poi sorrise.

«Lo sono.»

Pausa.

«Figliolo» disse con pazienza «per studiare la debolezza della volontà bisogna osservarla da vicino. Anche l’indagine filosofica richiede sacrifici.»

E mangiò l’avocado toast con la calma di chi sa perfettamente che la vera battaglia…

comincia sempre dopo il primo morso.

«Vedi?» disse.

«Cosa?»

«La ragione mi dice che questo coso è un errore.»

«E il desiderio?»

Aristotele masticò un boccone.

«Il desiderio» disse «sta vincendo.»

Mangiò.

Rimase qualche secondo in silenzio.

Poi annuì lentamente.

«È peggio di quanto pensassi.»

«Perché?»

«Perché è buonissimo.»

Dopo l’episodio dell’avocado toast, Aristotele aveva deciso di osservare Milano come faceva con gli animali della laguna di Lesbo: con pazienza, metodo e una certa diffidenza.

«Ogni città» mi spiegò camminando tra i locali illuminati dei Navigli «rivela il carattere dei suoi abitanti da ciò che fanno.»

«Temo che Milano la confonderà.»

«Vedremo.»

Il giorno dopo trovai Aristotele davanti a una palestra.

Guardava le persone correre sui tapis roulant dietro la vetrina con grande interesse scientifico.

«Che cos’è questo luogo?» chiese.

«Una palestra.»

«E perché queste persone stanno correndo… senza andare da nessuna parte?»

«Per diventare più sane.»

Aristotele annuì lentamente.

«Quindi fanno questo per diventare più forti»

«Sì.»

«Ogni giorno?»

«Più o meno»

«Adesso capisco.»

«Cosa?»

«Finalmente avete inventato qualcosa di veramente aristotelico.»

Lo guardai sorpreso.

«Una palestra?»

«Esattamente.»

Indicò i corridori.

«Vedi, molti pensano che la virtù sia una specie di idea nobile.»

Pausa.

«Una frase da scrivere in un tema.»

Mi vennero in mente i compiti che stavo correggendo prima di addormentarmi.

Aristotele continuò:

«Ma la virtù non funziona così.»

Indicò i corridori.

«Nessuno diventa forte leggendo un libro sulla ginnastica.»

«No.»

«Diventa forte allenandosi.»

Poi si voltò verso di me.

«Lo stesso vale per il carattere.»

Pausa.

«Non diventiamo giusti pensando alla giustizia.»

«E come?»

Aristotele sorrise.

«Facendo azioni giuste. Molte volte. Fino a quando diventano un’abitudine.»

Restammo qualche minuto a guardare la gente correre.

Il mio telefono vibrò.

Istintivamente lo presi.

Aristotele sospirò con rassegnazione filosofica.

«Ecco un esempio perfetto.»

«Di cosa?»

«Della vostra vera palestra.»

«Quale?»

Indicò il telefono nella mia mano.

«Questa.»

Rimasi in silenzio.

Il filosofo annuì lentamente.

«Ogni volta che scegli di non guardarlo…»

Pausa.

«stai allenando una virtù.»

Lo infilai in tasca.

Aristotele sorrise soddisfatto.

«Vedi?»

«Cosa?»

«Il primo esercizio.»

Poi guardò di nuovo la palestra.

«In fondo» disse «la filosofia non è così diversa dallo sport.»

«Perché?»

Aristotele si avviò lungo il Naviglio.

«Perché la parte difficile…»

Pausa.

«non è capire cosa fare.»

Si voltò con un mezzo sorriso.

«È farlo domani. E anche dopodomani.»

Francesca Mezzadri 

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