“Nessun talento, dite? Ma lo sapete, signore, che ai nostri giorni bisogna essere un uomo fuori dall’ordinario per non avere alcun talento?”
Racconti crudeli di Auguste de Villiers de L’Isle-Adam (1883) (Carbonio Editore 2025, pp. 280, € 21) è la strenna di Carbonio Editore e ultimo nato della collana “Origine”, dedicata ai repêchages e a recuperi di gemme dimenticate – quando non proprio inedite – da tempo assenti dai cataloghi editoriali e dagli scaffali delle librerie, sempre proposte in nuove traduzioni.
Nel caso dei Contes cruels è un classico del simbolismo francese nella nuova traduzione di Bruno Nacci, uno dei più raffinati francesisti italiani, a trent’anni anni dalla precedente. De Villiers è l’autore di Eva futura (1886), che non solo anticipava la letteratura fantascientifica del Novecento, ma conteneva con preveggenza straordinaria molti dei temi che oggi inquietano coloro che assistono perplessi all’avvento della AI: “Da quando in qua Dio ha permesso alle macchine di prendere la parola?”.
Notevole è il dialogo surreale tra un direttore e un aspirante giornalista: “Sconosciuto e senza ombra di talento, dicevamo? No, non posso crederci. Sarebbe la vostra e la mia fortuna. Vi offrirei sei franchi a riga! Vediamo, detto tra noi: chi mi garantisce che il vostro articolo non vale niente?”.
Oppure: “Oggigiorno il genio non è di moda! I re, per quanto noiosi siano, approvano e onorano Shakespeare, Molière, Wagner, Hugo, ecc. Le repubbliche mettono al bando Eschilo, proscrivono un Dante, decapitano André Chénier. In regime repubblicano, vedete, si ha ben altro da fare che avere genio!”.
O il racconto su una macchina in grado di produrre la gloria: “L’apparecchio Bottom riduce, quasi allo stesso modo, il bisogno della critica: risparmia anche un bel po’ di sudore, di errori elementari di grammatica, il saltare di palo in frasca, e frasi vuote che se le porta il vento!”
In questo libro imperdibile la crudeltà non risiede nel sadismo ma sta nella schiettezza con cui l’autore ci parla della vita senza le ipocrisie del convivere civile.
L’autore è una mente lucida che non riesce a farsi abbagliare dalle magnifiche sorti e progressive dell’800 alle quali si ribella con cinismo.
Nella sua scrittura dissacrante e caustica ma elegante come un’opera d’arte classica de Villiers comprende che il progresso è un nascondiglio dell’uomo che non vuole ammettere la propria menzogna.
Un libro di racconti luminoso pur senza Lumi, che ci fa sentire quanto sia sacra la parola quando viene usata per combattere la battaglia più importante. Quella contro la nostra vanità, oggi più che mai attuale.
Carlo Tortarolo
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LE SIGNORINE DI BIENFILÂTRE
A Théodore de Banville
Più luce!
Ultime parole di Goethe
Pascal ci ha detto che, in fin dei conti, Bene e Male sono un problema di “latitudine”. In effetti, un’azione che qui chiamiamo criminale, da un’altra parte
dicono che è buona, e viceversa. Così, in Europa, generalmente, amiamo i vecchi genitori; in certe tribù dell’America invece vengono convinti a salire su un albero, poi l’albero viene scosso. Se cadono, è sacro dovere di ogni buon figlio, come un tempo per gli Spartani, di ammazzarli sul posto a gran colpi di tomahawk, per risparmiare loro il tormento della decrepitudine. Se invece trovano la forza di aggrapparsi a un ramo, vuol dire che sono ancora capaci di cacciare o di pescare, e allora si soprassiede a immolarli. Un altro esempio: i popoli del Nord amano bere il vino, fiotto radioso dove dorme il caro sole. La nostra religione nazionale ci dice perfino che “il buon vino rende allegro il cuore”. Al Sud invece il vicino maomettano guarda ciò come un grave crimine. A Sparta il furto è praticato e onorato: è un’istituzione ieratica, una parte indispensabile dell’educazione di ogni serio Lacedemone. Da qui certamente l’accezione ‘greci’. In Lapponia, il capofamiglia ritiene un onore che il viaggiatore accolto in casa sua possa disporre della figlia. Anche in Bessarabia. Nel Nord della Persia, presso le popolazioni di Kabul, che vivono in antichissime tombe, se, dopo aver ricevuto un sepolcro confortevole, un’accoglienza ospitale e cordiale, non vi siete dato da fare con tutti i primogeniti del vostro ospite, guebro, parsi o wahabita, c’è da temere che vi mozzeranno molto semplicemente la testa, supplizio in voga in quei climi. In quanto fenomeni fisici, gli atti sono dunque indifferenti: solo la coscienza di ognuno li rende buoni o cattivi. Il punto misterioso che si cela in fondo a questo immenso malinteso è la necessità originaria in cui si trova l’Uomo di crearsi distinzioni e scrupoli, di interdire a se stesso un’azione piuttosto che un’altra, a seconda del vento che nel suo Paese avrà soffiato da una parte o dall’altra: si potrebbe infine dire che l’intera Umanità abbia dimenticato e cerchi di ricordarsi, a tentoni, non si sa quale Legge perduta.
Anni orsono fioriva, orgoglio dei nostri boulevard, un grande e luminoso caffè, situato quasi di fronte a uno dei nostri teatri popolari, il cui frontone ricorda quello di un tempio pagano. Ogni giorno vi si riuniva l’élite di quei giovani che, in seguito, si sono distinti sia per il loro valore artistico, sia per la loro incapacità, sia per come si sono comportati nei giorni difficili che abbiamo attraversato.
Tra questi ultimi, ve ne sono persino alcuni che hanno tenuto le redini dello Stato. Come si può vedere, non è proprio della gentucola che si poteva incontrare in questo caffè da mille e una notte. Quando il borghese parigino parlava di questa Babilonia, abbassava la voce. Spesse volte, il prefetto cittadino, come biglietto da visita, vi gettava uno sguardo sfaccendato, un ciuffo scelto, un inopinato mazzo di tutori dell’ordine; e questi, con l’aria distratta e sorridente che li distingue, davano una ripassata, non troppo sul serio, con l’estremità dei loro mantelli da sera, a quelle teste ribelli e maliziose. Era una forma di attenzione delicata non meno che sensibile. Il giorno dopo non tornavano.
Nel dehors, tra la fila delle carrozze e la vetrata, un prato di donne, una fioritura di chignon sfuggiti alla matita di Guys, conciate con toilette inverosimili, si atteggiavano sulle sedie, accanto ai tavolini in ferro battuto pitturati in verde speranza. Sui tavolini erano in bella vista le bevande. Gli occhi ricordavano quelli di falchi e polli. Alcune tenevano sulle ginocchia un grosso mazzo di fiori, altre un cagnolino, altre ancora niente. Avreste detto che aspettassero qualcuno.
Tra queste giovani donne, due si facevano notare per la loro assiduità; gli habitué di quella sala famosa le chiamavano semplicemente Olympe e Henriette. Arrivavano al crepuscolo, si sistemavano in un anfratto bene illuminato, ordinavano, più per darsi un contegno che per un bisogno reale, un bicchierino di vespetrò o un mazagran, sorvegliando i passanti con uno sguardo insistente. Erano le signorine di Bienfilâtre!

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Titolo originale Contes cruels
di Auguste de Villiers de l’Isle-Adam
© 2025 Carbonio Editore srl, Milano
Tutti i diritti riservati
Traduzione dal francese di Bruno Nacci