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Augustine Sedgewick. Paternità. Una storia di amore e potere

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Prima ancora di essere una figura, la paternità è un’ombra proiettata sul tempo. Augustine Sedgewick sembra attraversarla, attraverso una scrittura fatta da immagini e metafore sottili.

In Paternità. Una storia di amore e potere (Il Saggiatore, pp. 292, € 26,00, traduttrice Sara Reggiani) Sedgewick la segue come si segue una traccia mobile: non per fissarla una volta per tutte, ma per capire da dove provenga e perché continui a inseguirci. Il suo libro non si apre con una definizione, bensì con un gesto di scavo: togliere alla parola “padre” l’apparenza dell’ovvio, restituirle la sua natura storica, fragile, contraddittoria.

Lo stile di Sedgewick è quello di una lunga deriva controllata. La scrittura avanza per stratificazioni, accostando epoche lontane senza mai forzarne la continuità, come se la storia fosse una serie di sedimenti attraversati dalla stessa pressione sotterranea: il bisogno di legare la generazione alla legittimazione del potere. Le frasi, ampie e misurate, hanno il passo di chi attraversa un paesaggio antico, consapevole che ogni rovina è ancora abitata da significati. La paternità emerge così come un principio narrativo prima ancora che sociale: un racconto che tiene insieme amore e autorità, protezione e comando.

Quando l’autore convoca Aristotele o il pater familias romano, la lingua si fa densa, quasi lirica, capace di restituire il peso normativo di un’idea che ha giustificato gerarchie e obbedienze. Nei ritratti di figure moderne – Enrico VIII, Darwin, Freud, Bob Dylan – la prosa invece si inclina, si apre a una pluralità di posture: il padre come sovrano, come scienziato, come fondatore di un ordine simbolico, come mito da rovesciare. Non c’è mai compiacimento biografico, ma una costante attenzione al modo in cui la paternità si trasforma in linguaggio, funzione, simbolo.

È soprattutto nel passaggio al presente che lo stile di Sedgewick rivela la sua qualità più sottile. Senza mai abbandonare il rigore dello studioso, la scrittura lascia filtrare un’inquietudine personale, un’oscillazione che appartiene a chi è insieme padre e interprete di una tradizione in crisi. La mascolinità che attraversa queste pagine è ridimensionata, incerta, privata della verticalità che l’ha a lungo sostenuta.

Paternità non propone soluzioni, ma un cambio di sguardo. È un libro che invita a pensare il padre non come fondamento immobile, ma come figura in transito. Perché solo riconoscendo la lunga storia che ha fatto della paternità un principio di autorità – sembra suggerire Sedgewick – possiamo provare a immaginarla, finalmente, come uno spazio di relazione e di possibilità.

Nancy Citro

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Dio Agostino d’Ippona

Nella primavera del 391 il trentaseienne Aurelio Agostino sbarcò da una nave a Ippona, una trafficata città portuale del Nord Africa romano, solo e senza bagaglio. Ippona distava solo 80 chilometri da Tagaste, la città natale di Agostino, ma era comunque lontano. Agostino aveva paura del mare, si sentiva solo, isolato e cercava un luogo in cui fondare una comunità monastica dove iniziare una nuova vita all’insegna della tranquillità. Non molto tempo prima la sua vecchia vita era crollata e Agostino aveva «perduto ogni speranza in questo mondo».

I suoi genitori erano morti. Si era separato dalla compagna di sempre, la madre (di cui si è perso il nome nella storia) di suo figlio Adeodato, per sposare una donna più giovane e ricca, e poi tirarsi indietro all’ultimo minuto. Aveva lasciato un prestigioso ma insoddisfacente lavoro di professore di retorica a Milano per diventare scrittore, ma i suoi libri sulla bellezza e sulla felicità non vendevano. Nel 388 Agostino aveva lasciato l’Italia con l’adolescente Adeodato ed era tornato nella sua città natale, Tagaste, da padre single, disoccupato, con progetti vaghi. I due si erano stabiliti nella casa d’infanzia di Agostino con un piccolo gruppo di amici, così che anche Adeodato avesse potuto crescere lì. Poi Adeodato era improvvisamente venuto a mancare e Ago stino aveva dovuto ricominciare da capo.

L’ultima cosa che voleva fare era diventare sacerdote. Le chiese cristiane ai margini dell’Impero romano erano cronicamente a corto di personale. Con oltre settecento posizioni da vescovo nella sola Africa, il lavoro non mancava mai. I cristiani di alto livello come Agostino, già illustre professore, non venivano chiamati al servizio, ma arruolati da una comunità bisognosa.

Poco dopo il suo arrivo a Ippona, proprio come temeva e contro la sua volontà, Agostino fu ordinato sacerdote. Si ras segnò all’idea e si trasferì nella casa spartana, più simile a una baracca, nel giardino che circondava la sua chiesa. Lì fondò il monastero che sognava, una comunità di celibi, segregata per sesso: una «famiglia di Dio», come la definì, il passato da padre ormai alle spalle. Tra gli uomini che si trasferirono con Agostino c’erano poveri braccianti, troppo anziani per lavo rare, e schiavi, molti anziani anche loro, ceduti alla chiesa dai padroni. In un edificio separato nelle vicinanze la sorella guidava la comunità femminile della chiesa, ma Agostino non vi mise mai piede.

Nel 396 fu nominato vescovo e iniziò a trascorrere le sue giornate occupandosi di doveri che temeva e detestava. Una volta alla settimana, dalla mattina presto al tardo pomeriggio, avvolto in una semplice tunica nera, si appollaiava su una rigi da sedia e ascoltava gli abitanti di Ippona che gli esponevano le loro lamentele e controversie. Molti dei conflitti riguarda vano l’eredità, con i figli ormai adulti che litigavano per la distribuzione del patrimonio del padre. Era responsabilità di un vescovo risolvere tali controversie prima che si trasformassero in spaccature più ampie all’interno della comunità cristiana, e farlo gratuitamente, senza accettare denaro, e persino per conto di coloro che non erano membri della chiesa, contribuendo a farli entrare nella comunità. Era esattamente il tipo di lavoro che Agostino aveva sperato di evitare, e tutto quello stare seduto, unito al digiuno, gli procurava emorroidi così dolorose che per giorni interi riusciva solo a stare a letto a dettare.

Secondo gli storici in una di queste occasioni, mentre era costretto a letto, Agostino iniziò a comporre le sue Confessioni, gettando le basi di una delle idee di paternità più importanti della storia: il peccato originale, pietra angolare del cristianesimo moderno.

Le sue idee ebbero un’influenza così straordinaria anche perché sant’Agostino visse in un’epoca straordinariamente pericolosa. Tagaste era una zona rurale isolata quando Agostino nacque nel 354, all’inizio di un periodo instabile sia per la Chiesa cristiana che per l’Impero romano. Quando l’imperatore romano Costantino iniziò a favorire il cristianesimo nel 312, forse tra il 5 e il 10 per cento della popolazione dell’impero apparteneva a una chiesa cristiana. Nel corso del secolo successivo quasi metà di Roma sarebbe diventata cristiana.

Ma una chiesa più grande non era necessariamente più si cura. La crescita della chiesa acuì le divisioni interne su cosa significasse essere cristiani. Allo stesso tempo la preminenza ufficiale del cristianesimo lo rendeva un bersaglio per fazioni rivali alla politica imperiale, così come per predoni che colpivano dall’esterno, soprattutto ai margini dell’impero dove Agostino visse e poi morì nel 430, quando la sua città adottiva di Ippona cadde sotto le incursioni dei Vandali germanici.

Il compito di sacerdoti e vescovi – il compito che Agostino avrebbe voluto evitare – era quello di mantenere sicure e prospere le proprie chiese. Era un lavoro senza fine perché i pericoli erano sempre presenti. Nelle sue attività quotidiane, mentre affrontava esistenziali minacce alla Chiesa cristiana, Agostino formulò strategie pratiche di sopravvivenza trasformandole in princìpi teologici che avrebbero contribuito a rendere la Chiesa ciò che aspirava a essere, universale, o «cattolica» – primo fra tutti il concetto di peccato originale, basato su una nuova idea di cosa significasse per Dio essere padre, e per un uomo anche.

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