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Beatrice Zerbini. Malinconie travestite da allegrie

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La prima cosa che colpisce del nuovo libro di Beatrice Zerbini “Malinconie travestite da allegrie”, edizioni Bompiani, è l’immagine in copertina. Nel libro si trovano le sue nuove poesie, insieme ad alcune selezionate da raccolte precedenti. Sopra, a riparare il titolo, il nome dell’autrice e probabilmente anche i lettori, da possibili acquazzoni o tempeste, un ombrello nero, della foggia più classica. Sembra di averlo già visto: potrebbe essere uscito da qualche film e fa coppia con le malinconie e le allegrie.
Il principale merito della poesia di Beatrice Zerbini, ormai acquisito dai lettori, è la capacità di nominare il mondo contemporaneo, quello dei bancomat e degli ipermercati (“l’innominabile attuale”, è stato detto), senza perdere smalto, lucidità e visione; e senza ricorrere agli stratagemmi più comuni della poesia corrente da decenni: dissociazione, afasia, oscurità, ripulsa per ogni ipotesi di grazia o bellezza, atonia, morbosità, rabbia e furore distruttivi o autodistruttivi; e così via.
La sua poesia è apparentemente semplice e popolare, profondamente musicale, sa dire in modo sincero perfino dell’amore e nasconde con garbo il suo distacco e le sue lontananze. Per fare tutto questo recupera, accompagnato da un filo di ironia di marca forse britannica, tutto ciò che si tende a rimuovere (o a mettere tra parentesi) della tradizione italiana: l’ingenuità e lo slancio crepuscolari; la schiettezza, la limpidezza e la musicalità leopardiane; la mimesi, a volte gioiosa a volte mesta, di Pascoli; il gusto per la rima e l’artifizio di Saba; la trasparenza e semplicità del Caproni più incantato (la rima cuore e amore!); si potrebbe continuare. Sembra che lei si porti sempre dietro nella borsetta, pesante e leggera insieme, una di quelle antologie sui versi che leggevamo a scuola e che (non) abbiamo dimenticato.
Il suo autore feticcio – una sorta di sintesi di tutte le qualità elencate – manco a dirlo, è Gozzano.
Eccolo subito soccorrerla in un terribile giro da Ikea, iniziato addirittura con parodia dantesca:

Col cuore pieno, ma
esausta di ogni idea,
nel mezzo del cammino dell’IKEA,

passeggio;

Il grande magazzino si tinge di luce crepuscolare e si sovrappone letteralmente alla Villa Amarena della Signorina Felicita:

Odore di brugole,
odore di cartone
tranquilla nullità di condizione

(Odore d’ombra! Odore di passato!
Odore d’abbandono desolato! – nell’originale)

Il gioco di specchi è crudele e vertiginoso: nel pastiche tornano “la chiara confusione”, le “luci che parrebbe brutto/ tenerle a illuminare”, “la corsa senza fine/ di essere bambini” e “la castità delle lenzuola”; il non luogo per eccellenza della nostra epoca diventa il deposito (o la discarica) di tutte le “buone cose di pessimo gusto” sempre presenti alla poesia di Gozzano.

Non si tratta solo di lui. La poesia che apre il libro, una lirica d’amore per una commessa della Coop, che è stata anche musicata da Roberto Senigallia e pubblicata come canzone da Sugar Music, culmina in un idillio tra la commessa e la poetessa intenta agli acquisti, e nell’evocazione – non si sa se voluta o inconscia – della celebre “furtiva lacrima” di Donizzetti:

perché una lacrima
le è scesa dalle ciglia,
le ha tagliato la guancia
e poi tutto il sorriso;
ha provato
a fermarla con la mano,
ma ancora è scivolata…

In questo modo, come dicevo, tutta una tradizione si recupera e deflagra, parodisticamente ma restando integra, nel nostro inferno post-moderno.
Detta così, potrebbe sembrare di essere di fronte a un raffinato e vuoto gioco di rimandi e citazioni. Il problema con Beatrice Zerbini, quel problema che non consente nemmeno di relegarla nel girone della poesia facile, orecchiabile e commerciale, è che c’è un’anima, in lei e in quello che scrive.
Quasi si arrossisce nel notarlo. Un’anima profondamente consapevole della propria solitudine e dell’isolamento di ciascuno in questo mondo.
A una vicina di casa che è stata dal parrucchiere, vicina in cui indovina l’esistenza di due donne diverse, la poetessa vorrebbe dire quanto è bella:

ma non per l’eccezione di quel giorno,
non per il taglio, per il suo orgoglio

a entrambe le donne
che abitano in lei

La chiusa è sapiente e spietata:

e due volte sarei sincera
e due volte mentirei

Per un’altra vicina, che ha smesso all’improvviso di affacciarsi in terrazza, la cui vita, con le ragioni della scomparsa, si può solo immaginare, Zerbini annota:

L’aspetto ardentemente.
Lei non sa che esistiamo
.

Un’anima, la sua, che, inevitabilmente, si tormenta:

Sono così sbagliata a volte,
non vado bene,
non sono adatta,
sono incapace e che male
che ho dentro da scansare,
che annegamento di slanci…

E che torna a conoscersi attraverso una canzone intonata alla propria pelle:

Pelle mia pelle
che ti increspi a sentire
se gridano

Esageri per una zanzara
ti arrossi, gonfi…

Eppure tutto questo, di per sé, non basterebbe a mettere Beatrice Zerbini al riparo da tentativi di incasellamento e riduzione. Ma c’è in più in lei, come nella poesia della sua amica e maestra Vivian Lamarque, una schietta fiducia nella capacità della parola di rifare il mondo: e restituirgli se non una redenzione almeno la speranza. In questa attitudine si ritrova in compagnia di tanti artisti, musicisti, cineasti: dai Beatles a Frank Capra. Ma viene spontaneo nominarne uno, suo conterraneo: Cesare Zavattini.
Si scopre, nelle poesie di “Malinconie travestite da allegrie”, anche un impeto zavattiniano.

In un bene vero e totale, credo
nel principio, spicciolo, elementare
che a nessuno, in nessun posto
e in nessun tempo, possa fare male

nella gioia senza ombre,
nel reciproco incontro,
nel capirsi identici, credo in una
comunione dilatata
di questo mondo mortale
in cui nessuno – si sappia! –
è speciale

Sembra proprio il paese “in cui buongiorno vuol dire ancora buongiorno” di Miracolo a Milano.
Sia Zerbini che Zavattini hanno l’ambizione di tirare in ballo direttamente Dio, di chiedergli conto e ragione delle cose nel mondo, se non un intervento diretto.
La poetessa, in più di un poema. Lo sceneggiatore, per esempio, nel meraviglioso “Il giudizio universale”, in coppia con De Sica.

Nel film, tutti gli esseri umani si fermano ad attendere, dopo l’annuncio dal cielo dell’imminente giudizio universale (con tanto di ora di inizio); arriveranno invece un portentoso acquazzone e una ninna nanna cantata in coro dall’umanità, in cui tutti tornano ad essere più buoni: perfino il sinistro venditore di bambini, uno strepitoso Alberto Sordi che, come altri, mentre intona la dolce ninna nanna, si ripara dalla pioggia proprio con il nero ombrello osservato sulla copertina di “Malinconie travestite da allegrie”.

Filippo Golia 

 

 

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