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Better call Klara. Intervista a Klara Murnau

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Klara Murnau autrice di Better call Klara, (Baldini+Castoldi, 2026, pp. 288, € 19) racconta nel libro l’esperienza di investigatrice privata in giro per il mondo. Di seguito la sua intervista per Satisfiction.

 

Carlo Tortarolo

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Nel libro lei scrive che la verità, quando viene nominata, svanisce. Ma un investigatore è davvero al servizio della verità o è al servizio di una versione che possa reggere in tribunale?

La verità assoluta è un concetto sfuggente: ogni volta che la nominiamo tendiamo a ridurla, costringendola in un linguaggio incapace di contenerla davvero. Un detective non incontra quasi mai “la” verità nella sua interezza, ma soltanto suoi frammenti: tracce, indizi, prove. Il mio lavoro non consiste nell’inseguire un’idea filosofica, terreno che appartiene piuttosto alla letteratura o alla metafisica, bensì nel ricostruire una realtà verificabile, sostenuta dai fatti e abbastanza solida da reggere davanti a un tribunale. Questo non vuol dire manipolare gli eventi o adattarli a una versione conveniente, anche perché non avrebbe alcun senso. Significa, invece, dare ordine al caos delle vicende umane, trasformandolo in un racconto coerente fondato sugli elementi oggettivi. Un processo, si basa sulla verità dimostrabile. Ed è proprio nello spazio sottile tra ciò che è accaduto e ciò che si può provare, che si muove il lavoro dell’investigatore.

C’è stato un caso in cui ha pensato che quella verità era meglio non scoprirla?

Sì. Più di una volta. La verità non è “pericolosa” in sé, ma ha sempre un costo. Ci sono situazioni in cui sai prima ancora di iniziare, che ciò che emergerà spezzerà qualcosa. E a volte non è la soluzione migliore. 

Quando parla di OSINT sostiene che più aumentano i dati, più la verità rischia di sfilacciarsi. Non è paradossale che oggi l’investigatore debba soprattutto ignorare? Il suo mestiere è cercare o selezionare?

Non è un paradosso, è il problema centrale del nostro tempo. Oggi non manca l’informazione: ne siamo sommersi. Il punto è che nell’oceano dei dati convivono verità, errori, manipolazioni e tanta tantissima disinformazione deliberata. Più il flusso cresce, più diventa facile perdere orientamento. L’investigatore moderno non può permettersi di ingoiare tutto. Deve soprattutto filtrare. Il saper ignorare il superfluo diventa una vera e propria competenza. Cercare senza selezionare significa accumulare rumore. E il rumore è il miglior alleato di chi vuole nascondere qualcosa, perché confonde, rallenta e crea piste false. Per questo il mio lavoro è entrambe le cose, ma in un ordine preciso: prima selezionare, poi cercare all’interno di ciò che si ha. Privilegiare sempre ciò che è verificabile. In un’epoca in cui tutti producono contenuti, l’investigatore è uno dei pochi che deve sottrarre, non aggiungere. La verità non si trova sommando informazioni all’infinito, ma togliendo tutto ciò che la distorce.

La solitudine del detective è un mito della narrativa o una conseguenza del mestiere?

Dipende da cosa si intende per solitudine. Nel libro cerco proprio di analizzare e smitizzare l’idea del Detective classico o dalla sua nemesi trasgressiva, ma comunque che si riduce sempre a figure da serie tv, da romanzo. Parliamo ovviamente di un lavoro che necessita di grande concentrazione e privacy, che non ha orari, non guarda in faccia alle tue private necessità (ahimè) né tantomeno al calendario, ovvio che possano crearsi situazioni di isolamento, ma oserei dire che spesso sono benefiche. Niente di drammatico insomma. 

Parla spesso di etica come linea sottile, più fragile della legge. Qual è stato il momento, se c’è stato, in cui ha capito che avrebbe potuto oltrepassarla e ha scelto di non farlo?

Più che un singolo episodio, è una sensazione che ritorna ogni volta che ti avvicini troppo alla vita privata di alcune persone. Ci sono momenti in cui potresti andare oltre: un’informazione ottenuta con un pretesto ambiguo, una pressione psicologica appena più forte, un dettaglio carpito approfittando della vulnerabilità di qualcuno. Tecnicamente forse non violi la legge, ma senti chiaramente che stai sfiorando qualcosa di più delicato: la dignità. Ed è fondamentale tenere sempre a mente la differenza tra ciò che è possibile e ciò che è giusto.

Dopo anni a guardare dentro le vite altrui, ha scoperto qualcosa di sé che non le piace? Si è mai ritrovata nei casi che ha seguito?

In realtà no. E non per distanza emotiva o freddezza, ma perché questo mestiere ti obbliga a sviluppare una consapevolezza molto chiara dei confini tra te e gli altri. Entrare nelle vite altrui significa osservare dinamiche complesse, fragilità, errori, menzogne, ma anche paure profondamente umane. È inevitabile riconoscere elementi universali: gelosia, bisogno di controllo, desiderio di essere amati, invidia, manipolazione; ma riconoscerli non significa rispecchiarsi. Al contrario, ti aiutano ad essere più lucidi. Se inizi a proiettarti nei casi che segui, perdi oggettività. Empatia sì, identificazione no. Quanto alla scoperta di parti di me che non mi piacciono, direi che funziona piuttosto come uno specchio professionale che ti costringe a esercitare disciplina, misura, autocontrollo. Non penso che amplifichi i lati oscuri, anzi, li mette sotto sorveglianza. Forse la vera trasformazione è diventare più consapevoli della complessità umana senza sentirsi al centro di essa. 

La professione dell’investigatore è diffusa in tutto il mondo e nel suo libro lei racconta come è organizzata nei vari paesi. Qual è il paese in cui si è dovuta mettere di più in gioco?

L’indagine più complessa della mia esperienza l’ho seguita in Kenya. È stato il contesto in cui ho dovuto mettermi maggiormente in gioco, non tanto per difficoltà operative, quanto per le profonde barriere culturali. Quando si lavora in ambienti molto distanti dal proprio, cambiano i codici di comunicazione, il rapporto con l’autorità, la percezione della privacy, perfino il modo in cui le persone raccontano i fatti. Nulla può essere dato per scontato.

Qual è la qualità di un investigatore che non si può imparare in nessun corso?

Direi l’ironia. E, insieme a essa, una certa leggerezza dello sguardo. Chi fa questo mestiere entra ogni giorno nelle contraddizioni, nei problemi, nelle menzogne e nelle fragilità umane. Se prendessi tutto in modo rigido o moralistico, finiresti per appesantirti e perdere lucidità. L’ironia non è superficialità: è una forma di intelligenza emotiva, un modo per osservare la fallacia umana senza cinismo e senza reale giudizio. Certo, tecniche e procedure si possono imparare sui libri e nei corsi. Ma in anni di lavoro ho scoperto più talenti grezzi per caso, persone con un’attenzione ai dettagli fulminea e una sveltezza mentale naturale, che tra coloro che sono convinti di avere “il dono” e poi, alla prova dei fatti, si rivelano un disastro. Ma un vero disastro! L’istinto dell’osservazione e dell’analisi, non si insegna davvero. Lo puoi affinare, ma o ce l’hai o non ce l’hai. I migliori investigatori non nascono nelle aule: si formano nella vita reale, dove impari a leggere le persone prima ancora dei documenti.

Se la verità ci ferisce, perché non riusciamo a farne a meno?

Perché la Verità rende Liberi.

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