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Brian Eno e Bette Adriaanse. Cosa fa l’arte

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Nato dalla sinergia tra lo spirito creativo di Brian Eno e il segno grafico dell’artista visiva olandese Bette Adriaanse, Cosa fa l’arte, lungi dall’essere un trattato accademico, offre una visione eclettica dell’arte dispiegando un’architettura di segni giocosi che pur facendo riferimento alla realtà, trascinano il lettore in mondi che cambiano la nostra percezione delle cose . La sua struttura interna è attraversata da una serie di enunciati (L’oggetto d’arte non ha un significato intrinseco, è un innesto – oppure L’impegno artistico inizia dove finisce l’impegno funzionale) sostenuti da esempi e da domande che agiscono da dispositivi di scardinamento del pensiero convenzionale. I confini tra saggio e narrazione visiva vengono annullati da una costellazione di briosi e policromi diagrammi, liste, disegni, schemi, incluso un elenco provocatorio di 450 azioni che Eno considera arte. Il sottotitolo, una teoria incompiuta, chiarisce che l’opera non ambisce al rigore sistematico; pertanto, se da un lato può esporla alle critiche del mondo accademico più rigoroso ed intransigente, dall’altro ha il vantaggio di avvicinare il fruitore del testo ad un paradigma interpretativo del sistema dell’arte come strumento di mappatura emotiva. Eno crede profondamente nella capacità dell’arte di migliorare la condizione dell’esperienza umana. L’arte non è concepita come gesto individuale e l’opera d’arte non è più un oggetto di consumo ma pretesto per generare comunità pensanti capaci di abitare la complessità del nostro tempo .

Chi ha seguito la sua carriera artistica, sa che il suo lungo percorso sperimentale tra musica e arte figurativa, ha fatto emergere la natura olistica della sua creatività e il modo in cui essa permette al processo stesso di creazione artistica di essere “l’opera d’arte”. Il libro, partendo dall’idea (non nuova ) che per arte si intenda qualsiasi manifestazione dello spirito umano, c’invita a considerarla come un istinto vitale che si manifesta nei gesti, nelle scelte e negli atti quotidiani (tutti facciamo arte in continuazione ma di solito non la chiamiamo così). Se cucini un pasto solo per nutrirti, stai compiendo un’azione funzionale ma se aggiungi una spezia particolare o curi l’impiattamento o scegli un colore adatto per la tovaglia, stai entrando nel dominio dell’arte. Se fare arte è un’attività specificatamente umana, così come il linguaggio o l’attività scientifica, più complesso è invece stabilirne una riconosciuta “utilità”. Troppo spesso, infatti, oggi l’arte è considerata un lusso di cui si può eventualmente fare a meno, è la prima tra le voci da depennare nella lista dei fondi da erogare in periodi di recessione economica. Basti pensare che in tempi recenti, persino nel delicato settore dell’istruzione, la storia dell’arte è stata fortemente penalizzata a favore delle discipline STEM, dimenticando che non è “materia decorativa” ma motore fondamentale per lo sviluppo di competenze critiche. In queste pagine ritroviamo il musicista, l’ideologo, l’attivista politico, la sua filosofia della produzione culturale e una teoria di fondo che sembra quasi un manifesto : Se non impariamo a trovare un equilibrio tra controllo e resa, se sappiamo solo controllare, finiamo in un mondo ridotto ai soli frammenti che possiamo ancora controllare. Dobbiamo imparare a cavalcare il progresso, non solo a guidarlo -ha dichiarato in vari saggi ed interviste . La riflessione sul controllo e la resa è uno dei pilastri del suo pensiero creativo. Vale a dire , se cerchiamo di prevedere e gestire ogni dettaglio , se usiamo la nostra intelligenza per “controllare” riduciamo il mondo a ciò che entra nei nostri schemi e ci ritroviamo isolati in una bolla digitale convinti di dominare tutto mentre abbiamo perso il contatto con la complessità dell’esistenza. Alla domanda-titolo del libro, dunque, gli autori propongono una tesi che risponde a due interrogativi: Cosa fa l’arte? E perché ne abbiamo bisogno? L’arte ci aiuta ad entrare in contatto con le nostre “passioni più profonde” perché è un regno in cui il sentimento precede il pensiero, dove giochiamo con le possibilità, esploriamo la nostra identità. Per Eno e Adriaanse, l’arte non può avere una definizione reale e chiusa, l’arte non è un oggetto: è qualcosa che accade. Accade, cioè, quando immaginiamo qualcosa che non esisteva, costruiamo alternative possibili e trasformiamo la realtà in un gioco collettivo. Per capire come mai l’arte sia un’attività umana importante, – spiegano gli autori – bisogna pensare al gioco e al ruolo che ha per i bambini: immaginano altri mondi possibili nei quali diventano, per esempio, maestri, genitori, mostri o principesse, e li esplorano prestando attenzione alle emozioni che suscitano in loro, anche negative e complesse , in un ambiente sicure dove le conseguenze non sono reali . L’emozione funge da bussola per esplorare le possibilità dell’esistenza e prepararsi alla complessità della vita adulta. Ma cosa c’entra tutto questo con l’arte? Ecco un’ipotesi: l’arte è il gioco degli adulti. L’arte è la continuazione del gioco nell’età adulta. Se continuiamo a giocare da adulti è perché abbiamo bisogno di continuare a imparare. Il gioco è esplorazione. Nell’arte esploriamo le nostre emozioni. Gli artisti sono mercanti di emozioni; l’obiettivo delle opere d’arte è suscitarle. Quando ci addentriamo nei futuri nuovi ci lasciamo guidare dalle emozioni, che ci stimolano ad andare avanti o ci spaventano per farci allontanare. (pag. 72) Eno ci sta dicendo che l’arte è un dispositivo di autoindagine che ci aiuta a definire cosa ci piace davvero, affina la nostra identità, ci aiuta a costruire un confine tra noi e il caos esterno. L’arte è anche una fonte di esperienze che ci permette di condividere emozioni e idee complesse. È la linfa vitale, il nutrimento, lo spazio dove far circolare nuovi valori e prospettive, impedendo che il pensiero collettivo ristagni. Un desiderio espresso dagli autori nelle ultime pagine è che questa lettura possa aiutare a riconsiderare il valore di due cose: gioco ed emozioni. E a capire che ciò di cui abbiamo bisogno è già dentro di noi, e che l’arte – attraverso il gioco e le emozioni – è un modo per scoprirlo.(pag 118). Allora l’arte ci cambia? E come? Agendo come un simulatore di realtà alternative, permettendoci di testare emotivamente nuovi modelli esistenziali e sociali. Se la scienza decodifica il funzionamento oggettivo del mondo, l’arte modella la nostra risposta interiore ad esso, trasformando le scoperte in esperienze assimilate. L’arte guida il cambiamento, è generatrice di un mutamento collettivo, indispensabile per rispondere alle cicliche crisi sistemiche, per capire dove siamo e dove potremmo andare. In definitiva, ci educa a comprendere come funzioniamo, mantenendo vivo, quel “te piccolo”, ossia quella parte che precede le sovrastrutture sociali, logiche e morali, che è alla base di ogni evoluzione umana.

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