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Bruno Neri, Tania Re, Enrico Facco. Indizi dell’oltre. Un’esplorazione scientifica e filosofica del mistero della morte

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Nella nostra società, la morte è stata cancellata. Viene nascosta con l’illusione che, occultandola, cessi di esistere. È trattata alla stregua dei rifiuti, come la polvere che nascondiamo sotto il tappeto. Chi va a vedere le immense isole di plastica che avvelenano gli oceani? Ciò che non si vede, semplicemente, non esiste (A. Maurizio Iacono, pag. 137).

Indizi dell’Oltre, corposo ed articolato saggio curato da Bruno Neri, Tania Re, Enrico Facco, segue un metodo transdisciplinare e transculturale, superando i rigidi confini tra discipline accademiche e diverse culture . Più che una catena di contributi seguiti da illuminanti interviste ai singoli autori, l’opera si presenta come una serie di tasselli che finiscono per combaciare in una prospettiva che richiede la capacità e la volontà del lettore di mettere in discussione il pensiero dominante , spesso cristallizzato nel riduzionismo fisicalista occidentale. Zone crepuscolari si annidano intorno all’eterna domanda su quale sia il destino ultimo della coscienza. È possibile, nel contesto della visione del mondo che emerge dalla rivoluzione quantistica, lasciare una finestra aperta sul trascendente attraverso la quale guardare “oltre”, individuando una terza via da percorrere, alternativa al dualismo delle sostanze e al monismo fisicalista? Questa possibilità si scontra con la concezione materialista della realtà che oggi domina il pensiero scientifico. Tale visione, infatti, ritiene che esista solo ciò che è misurabile in un contesto spazio-temporale. Di conseguenza, noi siamo soltanto un corpo controllato dalle leggi fisiche classiche. Il fatto, però, che i processi cerebrali possano essere, almeno in parte, basati su fenomeni quantistici con il carattere della non località, riapre scenari quasi del tutto inesplorati a nuovi modelli di coscienza alternativi a quello riduzionista.

Dopo un’ampia e necessaria introduzione epistemologica di Bruno Neri al grande problema della coscienza, del senso della vita, della morte e degli indizi di un ipotetico “oltre”, il contributo di Tania Re sul fine vita e sulle nuove frontiere terapeutiche delle sostanze psicoattive, offre al lettore un’ampia rassegna sugli psichedelici, arricchita da riferimenti antropologici e resoconti esperienziali. In particolare, nell’ambito dell’assistenza e delle cure palliative, si assiste ad un aumento della richiesta di approcci integrativi ai protocolli attuali che contemplano principalmente il trattamento del dolore fisico. Dal punto di vista clinico, i dati attualmente presenti in letteratura confermano che il microdosaggio assistito di sostanze psichedeliche sia in grado di migliorare il modo “occidentale tradizionale” di affrontare la morte in pazienti oncologici avanzati, accettandola come parte integrante del ciclo di vita. In Italia, questo è un auspicabile obiettivo ancora ostacolato da pregiudizi culturali e da una legislazione che non tiene il passo con le recenti scoperte scientifiche. Il tema delle esperienze di premorte (NDE), argomento che attraversa la storia dell’umanità, in Oriente come in Occidente, è affrontato da Enrico Facco attraverso l’analisi delle NDE non come semplici allucinazioni dovute all’ipossia cerebrale (spiegazione riduzionista) ma come fenomeni complessi che avvengono quando l’attività cerebrale è minima o assente. Nel suo contributo è presente anche il tema delle reminiscenze (BPS – Past Life Memories), con lo studio di casi (spesso documentati in ambito accademico) di bambini che ricordano dettagli verificabili di vite passate. Queste esperienze suggeriscono che l’identità umana possa non essere confinata strettamente al perimetro biologico e temporale di una singola vita. In breve, passare alla mente non-locale significa smettere di considerarsi “macchine biologiche” e iniziare a percepirsi come espressioni di un campo di coscienza universale. Ciò che appare evidente nella maggior parte dei contributi del saggio, è che il fenomenico proviene da un regno diverso da quello fisico ed è probabilmente soggetto a leggi diverse. Il riduzionismo scientifico , dunque , pur avendo il merito del rigore, spesso fallisce nel catturare lesperienza vissuta. La ricerca della trascendenza all’interno dell’esperienza soggettiva assume il ruolo di un vero e proprio strumento insostituibile di analisi del reale. È su questo terreno che, dopo essersi ignorate per millenni, la scienza occidentale e la spiritualità orientale possono aprire un dialogo all’insegna di un approccio alternativo all’esplorazione della coscienza.

Indagando il patrimonio antropologico e la trasformazione del decesso in patrimonio comune, Adine Gavazzi focalizza il suo contributo sul mondo andino ed amazzonico, dove la distinzione tra corpo e spirito è sfumata o inesistente: […] Sulle Ande amazzoniche le spoglie costituiscono uno dei principali dispositivi di registro storico, grazie alla creazione di genealogie iscritte nel paesaggio (pag. 75). Anche nell’antica tradizione rituale siciliana della Festa dei Morti ,come ci ricorda Alfonso Maurizio Iacono, la connessione tra vivi e morti è presenza tangibile che ricalca perfettamente quell’interdipendenza tra realtà materiale e spirituale . Qui la morte non interrompe il legame, lo trasforma in una forma di continuità sociale e questo scambio ristabilisce il patto tra le generazioni. I morti “nutrono” i vivi, e i vivi mantengono viva la memoria attraverso il rito del cibo condiviso.

La contemporaneità ha invece rimosso la morte, trasformandola in un tabù che genera angoscia e isolamento. La proposta della  Death Education  parte dalla decostruzione dell’idea che l’essere possa diventare “niente”. La morte non è l’annullamento, solo un passaggio di stato e questa consapevolezza non è una fuga consolatoria, ma l’unico approccio lucido, consapevole ed equilibrato per dare un senso al tempo presente. La nuova spiritualità laica che emerge da questo intreccio di voci (scienziati, medici, filosofi, antropologi, psicoterapeuti, tanatologi e teologi), ci invita a riconoscerci non come macchine biologiche isolate, ma come parte di una struttura unitaria. Educarsi alla morte significa, in ultima analisi, imparare a camminare nella vita con passo leggero, sapendo che l’orizzonte non è il limite del mondo, ma solo il limite della nostra attuale visione. La morte esiste come trasformazione; non esiste come fine. È un salto di livello, un passaggio evolutivo. È il momento in cui la coscienza si libera del “guscio” materiale per rientrare nella sua dimensione d’origine, arricchita dall’esperienza vissuta.

Rossella Nicolò 

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