“L’amore e la speranza non sono che screziature d’oro in una vena di quarzo. La luna ha visto tragedie di ogni tipo sulla terra. Mi chiedo cosa veda per me”.
«Niente lo spaventava, al buio. Lui era il buio.»
È in libreria Perché i cavalli corrono? di Cameron Stewart (Carbonio editore 2025, pp. 304, € 19,50 con traduzione dall’inglese di Barbara Ronca).
Ci sono romanzi che non ti lasciano entrare: ti costringono a bussare a mani insanguinate, e quando finalmente varchi la soglia, scopri che l’aria è irrespirabile. Perché i cavalli corrono? di Cameron Stewart è uno di questi.
Non un romanzo, ma una febbre.
Una camminata allucinata attraverso le strade secondarie dell’Australia, in cui il protagonista – Ingvar – diventa il fantasma di tutti noi: un uomo che sopravvive di carcasse, ossessioni e ricordi, mentre il mondo attorno si sfalda come un animale investito sull’asfalto.
Un giorno Ingvar approda in una valle che sembra l’ultima frontiera della terra. Lì incontra Hilda, vecchia come un tronco cavo, ruvida e spigolosa, ma capace di offrire un tetto cadente come si offre una tregua a un nemico. In quel capanno marcio, tra pomodori troppo maturi e respiri trattenuti, nasce un legame che non è amicizia né amore: è riconoscere nell’altro la stessa crepa, lo stesso vuoto che ti tiene in piedi. Due solitudini che non si abbracciano mai, ma si specchiano nel buio l’una dell’altra.
Stewart scrive con la precisione di un entomologo e la ferocia di un corvo: orchidee sotterranee, tigri della Tasmania estinte, cicatrici familiari e la memoria che brucia come benzina versata sul fuoco. Ogni pagina è una fenditura: la natura australiana non è uno scenario, ma un tribunale spietato che assolve e condanna nello stesso tempo.
I cavalli corrono perché devono scappare.
Ingvar cammina perché non può fermarsi.
E noi leggiamo perché, nel buio che ci restituisce questo libro, riconosciamo la nostra stessa fame di senso.
Un romanzo che non consola: ti sega le gambe e ti obbliga a strisciare nel fango, fino a sentire che anche la disperazione può diventare paesaggio. Una voce che sa essere lirica e brutale, contemplativa e bestiale.
Perché i cavalli corrono? è la prova che la letteratura serve ancora: a ricordarci che la vita è un viaggio che non ha mappe, e che la nostra bussola non è solo il dolore, ma anche l’ostinazione e la ricerca.
Cameron Stewart è considerato una delle voci più originali della narrativa australiana contemporanea. È cresciuto in una fattoria nel Nuovo Galles del Sud e ha viaggiato per tutta l’Australia. Dopo molti anni a Sydney, oggi vive in Corea del Sud, a Seul. Con Perché i cavalli corrono?, suo romanzo d’esordio, ha vinto il prestigioso MUD Literary Prize 2025 e, nello stesso anno, si è classificato finalista fra gli autori esordienti ai NSW Literary Awards, uno dei più ricchi e longevi premi letterari australiani.
Carlo Tortarolo
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Adesso mangio gli animali uccisi dalle auto di passaggio. Quando la fame si fa disperata prendo le carcasse che trovo sulla strada. Conigli, canguri, goanna: purché non siano
già rigidi, purché i muscoli si flettano, sono ancora commestibili. Li eviscero e controllo che non ci siano parassiti. Arrostisco pezzetti di carne sulla punta del coltello o su rametti verdi che ho strappato da un arboscello. I corvi vengono meglio cotti sulle braci.
Quando sono costretto ad andare in città per procurarmi delle provviste, vedo altre persone. Vedo persone che fanno spese o commissioni, mangiano nei bar o fanno la fila. Stanno in piedi, studiando il telefono o chiacchierando, oppure guidano tra le vie della città. Vedo persone che fanno jogging. Qualcuno porta il cane a passeggio o pedala in bicicletta. Quando mi fermo davanti alle scuole guardo i genitori prendere i figli e aiutarli con lo zaino. Li abbracciano, parlano con loro della giornata trascorsa o gli arruffano i capelli. Qualche volta li vedo ridere. Quelle sono le immagini che mi spaventano di più. Li vedo scivolar via in barca a remi, ridendo e facendo cenni di saluto, ignari del fatto che stanno remando verso una cascata letale.
Ma non rimango mai a lungo in città, perché la gente mi rende nervoso. Percorro le strade di campagna. Le strade secondarie. Cammino finché sono troppo stanco per proseguire. Giorno o notte, poco importa. Non sono schizzinoso quando si tratta di dormire: sul terreno, nei fossi, sotto i ponti o nell’erba alta accanto a tronchi marci. Questi sono i miei letti, adesso. Osservo verdi nubi di parrocchetti trasformare il cielo in un caleidoscopio, poi cala la notte e la 16 mia mente vaga in luoghi dove non voglio seguirla, perciò mi alzo e riprendo a camminare. Sento lo spostamento d’aria dei camion di passaggio. Quando passo davanti a un cippo commemorativo a bordo strada lo sfioro con la mano.
Ieri notte camminavo verso nord lungo una via secondaria, e mi sono venute in mente le placche tettoniche e le tigri della Tasmania. La luna emanava un bagliore intenso, l’aria era fresca e io avevo percorso forse trenta chilometri prima dell’alba. Riesco a camminare per ore adesso, senza pensare a granché. Certi giorni ho la mente completamente svuotata. Ma ieri notte ho pensato al fatto che stavo camminando diretto a nord su una terra che a sua volta si sposta verso nord.
Quando il Gondwana si frammentò, la placca continentale australiana andò alla deriva verso nord a una velocità di circa sei centimetri all’anno per cinquanta milioni di anni. Dopo aver percorso più o meno tremila chilometri, alla fine si scontrò con la placca del Pacifico, costringendola a inabissarsi nel mantello terrestre. Le rocce si fusero e piegarono, la terra si impennò e si formarono le montagne. Quella collisione diede origine alle catene montuose della Papua Nuova Guinea ma anche alle acque del Torres Strait, che adesso la separa dall’Australia.
Poi, circa trentamila anni fa, quando ebbe inizio l’Era Glaciale e il livello del mare si abbassò di oltre cento metri, emerse una massa continentale che si estendeva dalla Tasmania fino alla Papua Nuova Guinea, e le tigri della Tasmania, o tilacini, si diffusero in tutta la regione. Resti fossilizzati sono stati ritrovati in Nuova Guinea, nell’Australia continentale e in Tasmania. Ci sono anche delle pitture rupestri che li raffigurano fin nella remota regione del Kimberley nel Western Australia.
Nell’arco dei successivi seimila anni, con lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento del livello del mare, il Bass Strait fu inondato, e la Tasmania rimase separata dal resto del continente. Si ritiene che durante questo periodo i navigatori provenienti dall’Asia portarono il dingo in Australia, un’introduzione che pare coincidere con la graduale estinzione del tilacino nell’Australia continentale. Ma in Tasmania, grazie alla presenza dell’impraticabile Bass Strait, i tilacini sopravvissero, posizionandosi in cima alla catena alimentare.
Si calcola che all’inizio dell’Ottocento, quando giunsero i primi coloni europei, nelle fitte foreste dell’isola se ne trovassero ancora circa cinquemila esemplari. Le caratteristiche strisce sul manto regalarono al tilacino il nome con cui oggi è conosciuto, ma a dispetto del timore che quel nome poteva incutere, i tilacini erano creature schive che evitavano il più possibile il contatto con gli umani. Molti tilacini, una volta catturati, si arrendevano senza fare resistenza.
Alcuni morivano per lo shock. Non si sa molto del loro comportamento, ma si ritiene che fossero animali sociali, che cacciavano in coppia. Accusati di uccidere le pecore, furono sterminati: il governo della Tasmania pose delle taglie sulle loro teste, e circa duemila esemplari furono così eliminati (studi successivi dimostrarono che probabilmente non avevano mandibole tanto forti da abbattere prede di grandi dimensioni). Settecentocinquanta esemplari furono spediti oltreoceano in vari musei, e altri duecento furono inviati, ancora vivi, negli zoo di tutto il mondo. Molti morirono durante la traversata. I tilacini rimasti in Tasmania furono vittime della distruzione del loro habitat, della competizione dei cani, appena introdotti sull’isola, e delle malattie. Finché ne rimase solo uno.
Nel 1933, l’ultimo esemplare noto di tigre della Tasmania fu preso in trappola nella Florentine Valley e inviato allo zoo di Hobart. Non si sa se l’animale fu separato dalla sua famiglia o se vivesse da solo quando fu catturato. Esiste ancora un filmato di quarantatré secondi che mostra ‘Benjamin’ mentre marcia avanti e indietro nella sua minuscola gabbia. Benjamin marcì in quella gabbia per tre anni. Il 7 settembre 1936, l’ultimo tilacino di cui abbiamo notizie morì su un pavimento di cemento dopo essere rimasto chiuso fuori dal suo alloggio in una notte particolarmente fredda. E poi non rimase più niente. Ecco com’è vivere senza di te.
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Traduzione dall’inglese di Barbara Ronca