Canto di D’Arco, Antonio Moresco

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Canto di D’Arco, Antonio Moresco

È una grande opera letteraria, non metafisica, come si vuol far credere, ma intensamente poetica.

Tanto meno questo testo può essere classificato come un thriller, ancorché l’epica del canto sia la narrazione del viaggio “dantesco” dello “sbirro morto”, D’Arco, tra la città dei vivi e quella dei morti e tra le città di confine dei due mondi.

L’alternanza tra la luce e il buio interrompe qualsiasi procedimento di identificazione tra i mondi di Moresco e quelli dell’oltretomba della Commedia: non vi è un mondo di redenzione, di punizione o di salvezza, perché la specularità delle città attraversate da inaudita violenza, anestetizzata dalla dolce e rassegnata accettazione di uno stato di vita-morte e di morte-vita, ne attenua, fino a nullificarle, le difformità.

La ricerca di sé del protagonista, la cui missione, liberare dal male il mondo, (sia quello dei morti, sia quello dei vivi, che non differiscono fra loro), è riconosciuta come impossibile, non esime D’Arco dall’obbligo del combattimento, pur vano, che culmina nel sacrificio estremo dell’annichilamento della propria identità, nella rinuncia all’amore, nella negazione, anche, dell’annullamento di sé nella luce delle città di confine.

Un’ultima strada, che non conosciamo, porta D’Arco a continuare infine la propria ricerca.

Quale sia l’ambìto Graal, non lo sappiamo.

Forse le città degli Increati cui allude Moresco nel finale aperto del libro?

Forse questo Canto è da leggere proprio come premessa agli Increati (la precedente grande opera di Moresco, che chiude il trittico composto anche da Gli Esordi e dai Canti del Caos)?

Difficile rispondere.

In ogni caso si tratta di un’opera che scuote, che conquista, che ipnotizza.

Sull’andamento quasi ecolalico, ripetitivo, interrogativo, sognante, infantilmente purificato, della scrittura, sulla poetica dello straniamento, sulla capacità di questo scrittore di produrre mondi ineffabili, sulla preziosità del tessuto stilistico che traspare, inconfondibile, in tutti i libri di Moresco, tra i più grandi e originali scrittori italiani contemporanei, credo di avere scritto nel commentare altri suoi testi.

Qui abbiamo un vero e proprio poema, un viaggio nei mondi, una serie di prove da superare, con rimandi alla tradizione letteraria medievale, da Dante ai cantori dei cicli bretoni, carolingi, asturiani.

Con le vicissitudini atroci legate alla fisicità dei corpi, in contrasto simbiotico con quelle, non meno agghiaccianti, dello spirito.

E lo stare al confine delle città, passando incessantemente dall’una all’altra, questa sartriana agitazione dei morti “non morti”, questa volontà di lotta titanicamente leopardiana, ammettono tuttavia la sorprendente felicità di un viaggio che non ha inizio, non ha una fine.

Dove il dopo forse è venuto prima, dove il prima è forse accaduto dopo.