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Carola Susani anteprima. Il dio delle genti

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È in libreria Il dio delle genti l’ultimo romanzo di Carola Susani (Minimum fax, 2025, pp. 223, € 17).

Una poesia che filtra attraverso le scorie: “Oltre la soglia delle case occupate dopo la pioggia di stanotte è venuta fuori tanta luce. Anche i tronchi sono luminosi, e le pozzanghere e i resti dell’immondizia”.

Estate 1985, Carrone. Il diciottenne Giuliano incontra Italo Orlando, un ragazzo dalla pelle giallastra che sembra uscito da un altro mondo. Marzo 2002: un terremoto abbatte la palestra comunale, otto bambini muoiono, tra cui il figlio di Giuliano. Tra le macerie qualcuno crede di scorgere ancora Italo, che subito dopo scompare.

A ricostruire la vicenda è Piera, figlia di Giuliano, che intreccia ricordi e testimonianze per dare senso a una realtà ferita. Il crollo è stata fatalità o colpa? Che legame c’è con la fabbrica di laterizi della famiglia? E soprattutto: chi è davvero Italo Orlando?

Un romanzo sul lutto e sulla memoria, che oscilla tra intimità e destino collettivo che si uniscono nella sofferenza: “Avevano ucciso i propri figli e li avevano pianti tutti insieme, formulando la frase nella mente mi esaltai, il petto caldo, il cuore a mille, come se avessi scoperto il segreto”.

Carola Susani scrive come chi abbia visto i crolli dall’interno: le crepe nei muri, ma soprattutto quelle nelle famiglie, nelle memorie, nelle identità. Il dio delle genti non è un romanzo da leggere, è un romanzo che ti prende alla gola, ti fa respirare la polvere delle macerie e ti costringe a vedere cosa resta in piedi quando tutto sembra crollato.

Si avverte la percezione fisica del contatto umano: “Ogni volta che riuscivo a ricostruire un legame provavo un calore al diaframma. Esultai quando scoprii che la mamma di Vassili era la segretaria responsabile del settore import-export della ditta di costruzioni che faceva parte del Consorzio”.

Parte da un terremoto che stronca l’infanzia di un paese – bambini schiacciati in una palestra nata già malata – e subito spalanca l’epopea di un personaggio impossibile, Italo Orlando: alieno, profeta, spettro, forse semplice ragazzo apparso dal nulla. È lui il “dio” che si insinua nelle pieghe di una valle italiana e la plasma con il suo silenzio, il suo sorriso giallo, la sua presenza inspiegabile.

La scrittura di Susani è un impasto di realismo e leggenda: parla di cemento scadente, di fornaci fallite, di padri incapaci e madri spossate, ma allo stesso tempo ci trascina dentro un mito collettivo. Non c’è mai confine netto fra cronaca e mito: il ragazzo giallo appare tra le macerie come un dio pagano smarrito nella provincia, e i personaggi oscillano tra la devozione e la paura.

Romanzo familiare, politico, metafisico. Ogni pagina è un processo: accusa il potere economico che costruisce palestre che crollano, ma accusa anche noi lettori, costretti a interrogarci su chi sia il nostro “dio delle genti”: il denaro? la memoria? la colpa?

Susani non scrive per confortare. Scrive per lasciare un marchio. E ci riesce. Dopo aver chiuso il libro, Italo Orlando resta accanto al lettore come un compagno ineliminabile: giallo, enigmatico, inquietante.

Carlo Tortarolo

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Roma

Case occupate

8 aprile 2015

Mia madre dorme ancora. Può darsi che sogni di lui, a me capita di nuovo, sogni semplici: Italo in balcone, Italo nella stireria, Italo nel bosco. Italo che torna con la Land Rover verde. Dormendo mia madre ha un’espressione morbida che da sveglia non ha. Qui c’è un letto solo, non c’è spazio per due materassi. Arrotolo tappetino e sacco a pelo e li infilo nell’armadio. Mentre dorme Gina è piatta, il petto e la pancia sono piatti; la faccia dilatata tutt’uno con il cuscino pallido, sembra giovane, il respiro qualche volta rallenta affaticato dalla posizione, perché è fatta di ossa leggere e poca carne, ma quel po’ di peso di cui si compone si è raccolto tutto nel ventre che preme sul diaframma. Due inspirazioni, una lunga emissione. Le braccia composte sulla coperta di lana blu. Il pavimento, quelle colate che sembrano pietra, striate, sul rosso, sul nero, è rimasto così dagli anni Settanta del Novecento. Spero che si svegli? Mi siedo alla scrivania davanti alla finestra. Un po’ spero che si svegli e un po’ spero che conti18 nui a dormire. Fuori dalla finestra si agita una quercia enorme, luci, ombre, tutto un luccichio. Oggi c’è il sole, ma ogni cosa è ancora bagnata. L’agitazione dev’essere sostenuta dal vento, le foglie della roverella si divertono. Giro la manovella, si aprono due dita di finestra: entra uno strepito di uccelli, euforico, straziante, metallico. Poso lo sguardo e li vedo, cento pappagalli verde chiaro, frenetici, da un ramo all’altro. Non hanno bisogno del vento, fanno tutto quel casino da sé. Lei tossisce, sbadiglia. Si stiracchia Gina, poi dalla coperta spuntano le forme delle sue ginocchia. Chiudo con la manovella, ma non faccio in tempo, lo stridio dei pappagalli l’ha svegliata: si tira su incassando la testa nelle spalle, poi tira fuori il collo. Ecco mia madre tartaruga. Faccia contratta. Forse è in lutto per papà. «Ti manca papà?» Gina e Giuliano. Mia madre mi guarda stranita come se per la prima volta le giungesse notizia della morte di Giuliano lasciandola per un istante incredula. Ma è solo appena sveglia.

© Carola Susani, 2025

© minimum fax, 2025

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