Cateno Tempio. Vita in frantumi

Home / Recensioni / Cateno Tempio. Vita in frantumi

Vita in frantumi è, come avverte lo stesso autore, un “libro borioso e citrullo”, ovvero spassosissimo. Cateno Tempio, insegnante di filosofia e storia, catapultato dal mare della Sicilia al “clima di merda di Milano”, è alla sua seconda prova narrativa dopo L’eroe della montagna: ascesa e caduta di Marco Pantani. Questo nuovo romanzo parla di lui, sebbene non sia proprio lui: “Io non sono costui nel romanzo, ma mi piacerebbe essere questo me stesso, anche una volta.” O forse, proprio per questo, è ancora più lui, colto nell’istante creativo di dipingersi come vorrebbe.

Quattro stagioni, un anno scolastico tra sbronze, nuovi amici, donne e l’irrazionale da accudire. Verrebbe da pensare a Bukowski, se solo Tempio non racchiudesse nella sua ironia una profondità filosofica difficilmente riscontrabile nella letteratura contemporanea. E che Cateno sia prima di tutto filosofo lo si capisce da come scrive di sé, dalla consapevolezza dell’avverarsi continuo di se stesso attraverso la scrittura: “La colpa, se colpa c’è, è credere che possa esistere qualcosa come la colpevolezza. Allora scrivo per modificare la realtà, perché, pur filosofo, non mi riesce d’accettarla: raffazzono, rabbercio, abborraccio, deformo, invento”. Egli, come dirà poco dopo questo passo, si “risolve in scrittura”. Per redimere il mondo intero dal vero peccato originale, che non è altro che credere nella colpa (o forse semplicemente esistere e continuare a pensarci). E lui, che si sente esistere nel pieno fulgore della vita, scrolla così – nella parola – la realtà dal suo fardello autolimitante per consegnarci un tentativo di purezza.

Ma è lo stile che, in un susseguirsi di eventi collegati fra loro dal semplice e assurdo passare del tempo, risulta l’aspetto più rimarchevole del libro. Personale, trasognato e triviale allo stesso tempo, aulico e gergale, quasi fuori dal tempo, senza mai paura di ferire perché sanguinante in partenza.

Meriterebbe di essere letto e conosciuto, questo romanzo. Perché non vuole niente in cambio, non strizza mai l’occhio, vive di vita propria perché così dev’essere.

Io so. Io ho visto che come la natura – diceva Hegel – ha congiunto la funzione più alta con quella più bassa, così come l’organo della procreazione e l’organo del pisciare sono uno e medesimo, così in me l’istessa natura ha posto un nucleo essenziale, abissale dal quale si originano gli eccessi, le sbronze, il vomito e la merda, e a un tempo l’affetto infinito che mi pervade, l’estrema sensibilità che mi sconvolge, il fuoco della poesia con cui vorrei – come fosse un caldo manto stellato – avvolgere l’indifferenza della natura per proteggerci tutti dall’ineluttabile e freddo destino di morte”.

Cateno Tempio, Vita in frantumi, rosso malpelo, 2018