Cesare Garboli e l’asintoto

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(L’anno scorso avevo scritto una nota). Oggi ho appreso che Quodlibet ha ripubblicato di Cesare Garboli, con una nota illuminante di Emanuele Trevi, Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli, uscito per Einaudi trenta anni fa, un “romanzo” straordinario sulla vita del poeta e un percorso critico eccellente, didattico, archelogico, per come la vedo io, con intuizioni profonde e strepitose di Garboli (basterebbe il proto-fascismo pascoliano).

L’asintoto, detto semplicemente, dal greco a-syn-ptotos (che non coincide, che non tocca) in geometria è una retta che si approssima indefinitamente a una curva senza raggiungerla; Giovanni Pascoli, il più importante poeta del ‘900, come qualcuno ha detto, lo descrive in Ultimo sogno di Myricae come un modello di esistenza (che ora mi pare prossimo alla rassegnazione e subito dopo una spinta della speranza a essere ciò che non si è ancora), sembra banale a dirsi:

(…)

quasi d’un fiume che cercasse il mare

inesistente, in un immenso piano:

io ne seguiva il vano sussurrare,

sempre lo stesso, sempre più lontano.