“Chi fa illustrazione concettuale vende lo stile”. Intervista ad Alessandro Gottardo aka Shout

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Alessandro Gottardo

Entro nella casa-studio dell’illustratore Alessandro Gottardo aka Shout a Milano e mi sembra di essere in una delle copertine di Carver ma più luminosa e ossigenata. Spazio interpretato come sintesi dei tempi passati e moderni, scelte che mischiano il bello all’essenziale.

Mercedes Viola

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Cos’è l’illustrazione concettuale?

È una comunicazione per immagini, dove l’immagine è una metafora visiva che esprime il fulcro, il concetto dell’articolo, in maniera surreale. Molto spesso si fa riferimento a Magritte e al surrealismo, perché chi fa disegno surreale adotta molto di quello stile, le forme che sembrano una cosa ma sono un’altra, la magia che c’è dietro. Sono tutte cose che servono a dare un punto di vista differente a quello della didascalia di un articolo.

Con che tipo di articoli lavori?

Con tutti i tipi di articoli possibili. Molto spesso sono articoli che hanno elementi di interesse per chi li legge ma, dal punto di vista della leggerezza e dell’immediatezza, hanno bisogno di una immagine che supporti il testo in maniera diversa dalla foto.

È come una sintesi?

Sì, se vuoi anche un po’ giocosa. Credo che il successo che ha è proprio quello di rimanere in mente un secondo più, molto spesso ti fa sorridere.

Com’è il processo creativo dal momento in cui ricevi un articolo? Come fai con le copertine, come quelle di Carver?

Gli articoli li leggo tutti, con i libri è un po’ diverso, leggo le review e le sinossi, prendo tutte le informazioni possibili e lavoro su quello. Leggere il libro intero spesso ti dà così tante informazioni, tante immagini e parti del libro che hanno importanza, che fai fatica; inoltre le cose più importanti per l’autore non sempre sono quelle per l’editore, per questo conviene che qualcuno ti mandi un riassunto che vada bene per tutti. Con Carver è stato diverso perché è da sempre uno dei miei autori preferiti, l’avevo letto più volte e ho lavorato su quello.
Faccio tre schizzi per ogni illustrazione che mi viene commissionata e, su quello che va bene al committente, faccio il definitivo.

Per chi lavori?

Degli americani faccio prima a dirti con chi non ho lavorato, per esempio la rivista Rolling Stones, perché loro lavorano tanto con ritratti che io non faccio. Del resto più o meno con tutti.

In Italia?

In Italia non lavoro. Avevo iniziato in Italia vent’anni fa e lavoravo per il Corriere, Panorama, con dei budget bassi e il problema estenuante dei pagamenti.
Mi sono diplomato allo IED nel 2000 e non avevo ancora uno stile, stavo sperimentando, al contempo avevo bisogno di guadagnare, e mi sono concentrato sull’estero.

Cosa hai studiato, specificamente?

Lo IED è un istituto privato e ho studiato Illustrazione. Ora immagino sarà tutto cambiato, ma ai tempi i professori d’illustrazione usavano l’aerografo. Era tutto un po’ anacronistico, mentre nel duemila internet iniziava ad arrivare nelle case.
Io grazie a quello, e al fatto che uscivano sempre più software digitali, sono riuscito a esportare il mio lavoro quasi subito. Nel 2000 sono uscito dallo IED, mi sono procurato una linea internet, un Mac, e ho imparato da solo a lavorare con i software Paint e Photoshop, programmi che permettono di disegnare, imitando tecniche tradizionali in digitale.

Quali vantaggi per il digitale?

Ti consente di fare delle modifiche su richiesta del cliente in maniera veloce, immediata, cose che con le tecniche tradizionali non si possono fare.

Ti arriva una richiesta, non sono giorni buoni. Come fai a farti venire le idee?

Ormai è qualcosa di automatico. Calcola che da vent’anni faccio 200 immagini definitive all’anno, e per ogni definitivo ce ne sono tre bozzetti. Non aspetto l’ispirazione, è un mestiere. Più lo fai, più ti è facile farlo. Ci sono certi meccanismi che ormai conosci bene, e sai come arrivare al punto. Con l’esperienza poi capisci il tipo di cliente, sai cosa vuole, cosa non vuole.

Hai dei disegni preferiti?

Forse sì, quelli molto vecchi, del 2005, quelli dove ho inquadrato il linguaggio visivo da portare avanti.

Quale rapporto con lo stile?

Chi fa illustrazione concettuale vende lo stile. Certamente unito a una capacità di saper tradurre un articolo in idea per immagini a livello surreale, ma soprattutto lo stile. Ci sono tantissimi illustratori, e ognuno di noi – tranne chi copia, e non sono pochi – ha uno stile riconoscibile.

È un arte l’illustrazione?

Per me, no. Se dovessi far qualcosa di mio, personale, non lo farei al computer, e secondariamente non farei queste cose. Il mio ruolo come illustratore è quello di arrivare a fare una bella immagine in senso canonico, che possa accontentare la maggior quantità di persone possibili: quelli che sono dall’altra parte della commessa, e poi il pubblico del cliente. Più persone riesci ad accontentare, più sei efficace come illustratore, e ciò che faccio è teso in quella direzione lì. Questo è il motivo di tante cose un po’ sdolcinate del mio lavoro: ci sono perché devono esserci.

E a livello artistico hai fatto qualcosa?

Ho fatto una volta una serie di ritratti a linea in collaborazione con un editore, si chiama Jet lag e sono ritratti di persone che viaggiano. Ma non l’ho mai proposto come stile da vendere. In salotto ho due ritratti a penna Bic e quella lì è una direzione personale: c’è una idea, sono fatti a mano, hanno un senso per me e non importa se gli altri non ne vedono niente.

L’arte quindi sarebbe più legata alla manualità?

Non sto dicendo che non si possa fare arte col digitale, ma per me la tecnologia digitale è stata sempre legata al mio lavoro, per cui se decidessi di fare arte, lo farei con le tecniche tradizionali, anche per creare un distacco. Mi piace anche l’errore che rimane a mano libera. Molto spesso è anche il suo bello.

Da dove viene lo pseudonimo Shout?

Appena uscito dallo IED ho fatto contatto con una agenzia canadese che mi avrebbe rappresentato. Mi mandarono un contratto che io firmai, e con questo mi legavo a loro totalmente come illustratore. In teoria, con questo accordo, non avrei potuto fare niente per conto mio.
Ero agli inizi e avevo voglia di esperimentare la mia cifra stilistica, ma loro mi avevano preso in base a un portfolio di venti immagini, e quello era per loro – giustamente – lo stile che mi identificava. Per una volta, sotto mia richiesta, mi concessero di cambiare cifra stilistica, lo chiamarono il mio stile secondario e lo proponevano ai clienti con uno pseudonimo per non creare confusione. Ma la cosa non è andata un granché bene, né con uno né con l’altro, e il lavoro che loro mi passavano non mi bastava per vivere.
Quando ho proposto un altro cambiamento, mi è stato negato. Sfortunatamente per loro, perché quel cambiamento che volevo fare era quello vincente.
A quel punto io ero sicuro di aver trovato la mia via, quindi ho cercato uno pseudonimo per nascondermi da loro basicamente, e provare a trovare clienti per conto mio. Se da una parte ho infranto un accordo, da un’altra parte i clienti me li sono trovati io e ho cominciato a lavorare. Cercavo una parola in inglese che doveva essere breve e Shout era il titolo di una delle immagini nuove e così è stato scelto. Non potevo immaginare quello che sarebbe poi di fatto accaduto.
Alla fine, dopo due anni loro mi hanno sgamato, ma ci siamo lasciati in buoni termini.

Ti piace ancora questo pseudonimo?

Io non l’ho mai amato, però mi è rimasto addosso ed è riconoscibile. Più un illustratore si riconosce per il proprio linguaggio e più è facile che abbia mercato. Poi chi lavora con l’idea ha qualche vantaggio in più, perché oltre allo stile ha quella capacità di saper tradurre, e non tutti sono capaci.

Ti copiano?

In tanti.

E ti fa arrabbiare?

Sono in tanti, tutti italiani, e in genere non ci faccio più caso. Poco fa uno ha copiato sia l’immagine che l’idea e l’ho contattato, ma è tempo perso. Non c’è modo di difendere un copyright d’immagine, perché dovrebbero copiarla al cento per cento, invece cambiano un po’ il colore, la posizione, ed è già un’altra immagine.

Come hai fatto a 23 anni a trovare la fiducia in te stesso per proporti al mondo?

È una cosa caratteriale. Quando sono uscito dallo IED c’erano dei miei compagni di classe che all’idea di chiamare al telefono un art director avevano paura. Io passavo giornate al telefono cercando di contattare gli art director per portargli i miei lavori. No me ne fregava niente se mi dicevano che erano brutti, anzi: dimmi perché sono brutti, cosa c’è che non funziona così la metto a posto.
L’idea di trovarmi un posto al mondo mi eccitava da morire. Guardare, cercare, e se mi davano una commessa ero contento. Ho avuto molta fiducia nei miei mezzi che mi arriva anche dai miei genitori, mio padre era un ottimista e mia madre, che era pittrice e incideva, quando ha visto che ero bravo mi ha sempre appoggiato. Ho avuto questa fortuna.

Ci sono stati dei momenti particolari di spinta nella tua carriera?

Ricordo ancora il giorno in cui uscì dalla scuola, ero al terzo anno, e chiamai mia madre per dirle «ho capito che posso fare questo mestiere». Avevo appena assistito alla lezione di un docente che ora è un mio collega, Paolo Daltan, e per la prima volta ho visto un illustratore lavorare con una penna digitale. Poi ho pensato che con con il recente avvento di internet potevo bypassare il mercato italiano e arrivare a quello americano che è molto più grande, e lì un lavoro lo avrei trovato per forza.
Ho avuto una serie di illuminazioni, di cui questa è stata la prima. La seconda è stata quella di Shout. Avevo fatto un paio di immagini che erano venute benissimo, lo sentivo, e quella sera ho portato Camilla in un ristorante indiano, e le dissi: «Da qui a tre anni io diventerò uno degli illustratori più quotati». E così è stato.
Non so esattamente come funzioni, ma a un certo punto tutto ti sembra chiaro. Non ci sono più tentennamenti, vedi tutta una strada dritta davanti a te e vedi il punto finale là in fondo. Anche se è lontano, lo vedi, e la strada è dritta.

Come parlare del destino?

Sì, si potrebbe dire destino. Per me diventa quasi matematica. Spariscono le incognite e tutto quadra, tutto va.

 

Intervista a cura di Mercedes Viola