Chris Offutt, Mio padre il pornografo

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It’s not time to make a change/ Just relax, take it easy/You’re still young, that’s your fault/There’s so much you have to know/ Find a girl, settle down/ If you want you can marry/Look at me, I am old /but I am still happy”…

Quando pensi al rapporto padre-figlio, se hai una trentina di anni o più, la mente non può che andare all’emozionante idillio in note messo su da Yusuf Islam (già Cat Stevens) ormai quasi mezzo secolo fa con il titolo di “Father and son”. Tutto il senso dovrebbe essere là, nella naturale meraviglia di un trapasso di ruoli, in una tenera quanto naturale staffetta emozionale in grado di suggellare nella più auspicabile ed eterea delle armonie la continuazione del mondo.

Dovrebbe…

Sì, dovrebbe, perché molto spesso non è così.

Molto spesso, è la natura a mettercisi in mezzo. Con la morte, le malattie improvvise.

O il caso, con le sciagure, gli orrori.

Ma, altrettanto spesso, a rovinare tutto è altro. Magari un clash generazionale o caratteriale così virulento da minare irrimediabilmente le basi di un’unione affettiva che il concetto di vita stessa vorrebbe tetragone. E ci sono poi casi, minori per incidenza, ma non per questo meno rilevanti, in cui quella che dovrebbe essere una perfetta congiunzione scritta nel nostro DNA, tale non risulta a causa di una qualche particolare e personalissima tara psicologica di uno dei due protagonisti (archetipici).

È proprio di quest’ultima, non piacevole variante inibitrice che si occupa Chris Offutt nel bellissimo “Mio padre, il pornografo” (Minimum Fax, 2019, pp. 296, traduzione: Roberto Serrai).

La sopraggiunta morte di suo padre, il fanta-porno scrittore Andy, diventa per l’ex ragazzo di Lexington, Kentucky, un’occasione imperdibile per fare i conti con il passato, soprattutto alla luce di un rapporto di filiazione a dir poco particolare. Sì, perché l’Offutt senior che ci viene raccontato non ha nulla del classico “papino” adorabile, né, parimenti, dello spietato, degenere persecutore sulla falsariga resa celebre, giusto per fare un esempio, dal film Oscar “Bastardo eccellente”. No, il fu Andy, disegnato una pagina dopo l’altra con sapiente e dettagliata maestria di caratterizzazione, viene fuori come un uomo davvero diverso dalla media. (Letteralmente) prigioniero di alcune ossessioni riconducibili ad una forma non violenta di sadismo e, allo stesso tempo, preda di un’insaziabile desiderio di essere adulato, vive la sua condizione di genitore come una sorta di male necessario per rimanere ancorato ad uno scampolo di normale quotidianità tipica del “bravo americano”: ha una sola moglie, quattro figli, paga le rate del mutuo, non scarica mai le proprie responsabilità di etichetta virile, ecc. All’esterno, nessuno avrebbe niente da obiettare. Dentro casa, però, la musica è ben diversa: lì c’è spazio solo per il suo regno, bisbetico prima ancora che dispotico. Nessun rumore o disturbo di qualsivoglia forma mentre, pestando come un forsennato sui tasti della macchina da scrivere o consumandosi le dita con una batteria di penne, sta creando i suoi romanzi. Opere tirate fuori ad una velocità spaventosa e, proprio per questo, bisognose di tutta la concentrazione e il mestiere possibile, nonostante per molti rappresentino solo una forma di entertaining da pazzoidi o mandrilli. E dunque nessuna concessione ai figli, che devono cavarsela da soli e soprattutto imparare, fin da quando sono piccoli, a rispettare una serie di regole e di comportamenti per non urtare la sua inspirazione e la sua “catena di montaggio letteraria”.

Chiaro che un atteggiamento, anzi, un modo di essere di questo tipo contribuisca a regalare una figura paterna davvero molto inusuale, innescando una serie di emozioni e reazioni che Offutt figlio tratteggia senza filtri, dando vita ad un ritratto indimenticabile, nel quale un fluido ininterrotto di amore, rancore, ammirazione e sentimento fa sussultare l’attenzione emotiva del lettore con una certa regolarità. E poi, come è normale aspettarsi, un particolare occhio di riguardo viene prestato all’attività “di famiglia” e al differente modo di viverla, di concepirla, che father and son dimostrano di avere. In questo senso, il loro rapporto è ben diverso dal sanguigno “azzannarsi” che si indovina dietro agli spericolati ma speculari Dan e John Fante: in casa Offutt, infatti, il demone creativo vive di canalizzazioni diverse, con Andy che ne fa lo strumento per crearsi una vita parallela tutta da vivere in un microcosmo casalingo e in un inscalfibile solipsismo, mentre Chris lo trasforma in uno strumento di conoscenza del mondo, di fuga, e di riscatto. Eppure, nonostante le vedute in materia ci vengano presentate sempre come diversissime, mai si avverte un qualche giudizio di valore e/o una presa di posizione morale riguardo i reciproci, differentissimi modi di essere scrittori da parte di Chris Offutt. L’unica cosa che si capisce -senza bisogno di nessuna complicata inferenza- è che lo scrivere costituisce per entrambi l’unico vero modo di sopravvivere ad una realtà fatta di conflitti interiori, traumi e delusioni, che altrimenti sarebbe forse impossibile da tollerare.

Ed è proprio nell’agnizione di questa peculiarità fondativa che, forse, il rapporto tra l’autore e suo padre, trova forse una sua forma di redenzione, forzando certi pudori a lasciare il campo a un’espressione meno impaurita e dando una nuova chiave di lettura (non solo al lettore, ma anche all’autore stesso e forse, per chi crede nell’aldilà, pure al suo defunto padre) ad un rapporto altrimenti troppo brutto per sembrare vero.

Ma questo romanzo è un susseguirsi di minuzie emotive che non si possono suggerire attraverso una descrizione o, peggio, una recensione. Questo è un libro che va preso in mano, aperto, attraversato e chiuso.

Quello che di certo si può affermare è che non potrà deludere.

Né i particolarmente emotivi, né chi ha tanti conflitti irrisolti (e forse irrisolvibili). Ma neanche chi con i propri genitori (e con la propria coscienza) ha avuto un rapporto sempre sereno.

Anche per questi ultimi ci sarà molto da scoprire, tra un sospiro di sollievo, forse, e un modo nuovo di rivedere certi episodi della propria vita in famiglia.

Per capire meglio come si è diventati uomini.

Per ricordarsi, semmai uno è riuscito a dimenticarlo, di come si era da bambini.

Per immergersi, soprattutto, nel significato e nelle contraddizioni più profondi di un legame che, in un modo o nell’altro, ti segnerà per sempre.

Consigliatissimo.