“Non ricordo mia nonna, era morta che ero piccola, e lui dormiva da solo in un grande letto con la testata in ferro battuto. Era un possidente ignorante e violento eppure rispettato in paese, il patriarca della famiglia, il padrone delle nostre vite”.
È in libreria Angelina di Ciriaco Offeddu, (Bompiani 2026, pp 304, € 20,00).
Nella Sardegna del primo dopoguerra una bambina di undici anni partorisce dopo aver subito una violenza familiare. Un dolore che cerca di comprendere:
“Forse anch’io sono stata uno scambio in natura,” dico. “Che so: un maiale in cambio della riparazione del tetto, una bambina in cambio dell’ospitalità ricevuta. Forse era così.”
La bambina dà alla luce una figlia, dalla quale viene separata e il libro racconta l’intreccio di queste due esistenze.
La madre bambina prima fugge in Canada ma poi decide di tornare in Sardegna mentre la figlia cresce con il vuoto interiore di chi è stata data in adozione.
Un vuoto che la porta a vagare in sentieri sinistri: “Non è facile tornare a casa come se niente fosse quando si fa la puttana, come se questo mestiere non ti bruciasse l’erba intorno prima di arrivare a ustionarti l’anima”.
Due voci in prima persona che si raccontano e scavano in una ferita che non si chiude.
Un libro che ci chiede come si impara a vivere senza sapere chi siamo. E cosa succede quando quella verità riemerge. La sofferenza può purificare, ma le cicatrici restano lì, ogni mattina, davanti allo specchio.
Carlo Tortarolo
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“Signora Magistri, vero?” chiedo. “E viene dal Canada?”
“Sì, esatto. Sono giunta in Italia, o meglio in Sardegna, dieci giorni fa. Sono venuta a Pesaro per parlare con lei.”
Sentir nominare la Sardegna accende un secondo segnale di allarme: temo che sia qualcosa legato al mio passato o a Vicente. Dopo la rissa sono diventata
più insicura e paranoica.
Mi sforzo di mostrarmi calma: “Mi dica.”
“Posso prima chiederle una cortesia, un bicchiere d’acqua?”
“Certamente.” Aspettiamo che Carmen porti l’acqua, lei ringrazia ma stranamente non la beve. Mette il bicchiere sulla scrivania e mi guarda.
“Mi chiamo Manuela Magistri e sono un avvocato,” dice mentre la mia preoccupazione cresce. “Mio padre, morto due mesi fa ad Alghero, si chiamava Lorenzo Magistri. La sua famiglia, dopo la guerra, aveva una vetreria proprio ad Alghero, dove mio padre ha conosciuto mia madre. In seguito alla cessazione dell’attività si sono trasferiti tutti in Canada, a Toronto, dove io e mio fratello siamo nati.”
Parla lentamente e con voce chiara, come si rivolgesse a una giuria – è questa l’impressione che mi trasmette – e fa una pausa per darmi il tempo di assimilare. Nel frattempo non stacca gli occhi dai miei.
Continua: “Mia madre si chiama Maria Assunta Perredda, nata a Gairo il 16 marzo 1942. Ha compiuto ottant’anni, risiede adesso ad Alghero, è in salute, sta bene.”
Fa ancora una pausa – ha già tutta la mia attenzione – e mi guarda ancor più intensamente. “Dottoressa Lai, sono venuta a dirle che mia madre nel gennaio 1953, dunque all’età di undici anni, è stata ricoverata presso il reparto d’ostetricia dell’ospedale di Ozieri e ha dato alla luce una bambina.”
E mentre io realizzo quanto mi sta raccontando e sbarro gli occhi, lei spinge il bicchiere verso di me e dice: “La prego, beva un po’ d’acqua.”
La vita scorre molto lentamente, giorno dopo giorno, senza quasi che noi avvertiamo il cambiamento in atto, poi in un momento solo si stravolge e tutto si modifica: ciò che vediamo, i colori, l’ambiente attorno, le stesse parole che sentiamo. Le prospettive si ribaltano. Cambiamo noi, qualcosa si accende, qualcosa si spegne, la nostra mente registra una rottura e siamo già diversi, mai più quelli di prima.