Claudio Piersanti

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Claudio Piersanti nasce a Canzano, in Abruzzo, nel 1954. Studia a Bologna e si laurea in filosofia. Vive alcuni anni tra Bologna e Padova e altre città, poi si trasferisce nelle Marche. Da qualche anno si è stabilito a Roma. Scrittore e sceneggiatore, è stato per dieci anni direttore responsabile di una rivista di neurobiologia, un periodo che Piersanti ricorda con molto piacere, forse il suo miglior periodo professionale.

Ho conosciuto persone formidabili, grandi ricercatori e anche grandi pensatori. Ho avuto il privilegio di incontrare scienziati – filosofi che hanno modificato il mio modo di immaginare il mondo. È stato anche giornalista scientifico per la televisione: una lunghissima inchiesta sull’aids per Rai 2, ormai tantissimi anni fa.

È un professionista che ha lavorato e lavora con le parole: sono proprio le parole che, nella sua opera letteraria, sono il punto fondamentale, la pietra miliare di una narrativa moderna e sempre al passo con i tempi; anche i suoi testi meno recenti mantengono una contemporaneità che è una prerogativa propria degli autori più abili. Nonostante non sia mai stato un bravo scolaro (come la maggior parte degli scrittori, aggiungo), quando è andato a scuola sapeva già leggere Topolino e quando ha imparato a scrivere non faceva errori, anche se nessuno gli aveva insegnato la grammatica. Per lui le parole avevano un suono e gli veniva istintivo.

Il cinema e la TV, quest’ultima maggiormente di recente, per Piersanti sono un lavoro che, come tutti i lavori, lo ha condizionato. Ha scritto diverse sceneggiature cinematografiche per Carlo Mazzacurati, grande amico scomparso recentemente e di cui sente molto la mancanza. L’estate di Davide è il film che ricorda con maggior piacere. Quando lo ricorda, lo definisce una vera avventura: immaginarlo, scriverlo, girarlo tra nubi impressionanti di zanzare alle foci del Po… Da non dimenticare anche la sceneggiatura del fumetto Stigmate, su disegni di Lorenzo Mattotti, recentemente uscito anche in Russia e arrivato ormai alla trentesima traduzione.

 Essenziale e rigoroso, di una pulizia e precisione quasi chirurgica, con uno sguardo cinico e impietoso sulla condizione e la natura umana, l’omogeneità dello stile e di ritmo sono le doti che lo rendono unico nel panorama letterario italiano.

Non incontreremo mai personaggi indimenticabili, ambientazioni memorabili o passaggi a effetto nella narrativa di Piersanti: sarebbero fuori luogo perché lui si muove con efficacia e completamente a suo agio nel quotidiano più ordinario, in vite che non hanno niente di eccezionale, come nella migliore tradizione della letteratura del novecento.

Anni fa, durante una chiacchierata, mi espresse il suo punto di vista sull’argomento: Quando ho cominciato a frequentare Romano Bilenchi, grande scrittore e amico fondamentale della mia vita, ho capito che qualcuno tendeva a interpretare in modo estremista quello che viene definito “rigore”. Non si devono usare parole a caso, questo è certo. Ma se la “nevrosi stilistica” attribuita a Bilenchi diventa un contenuto letterario si diminuisce l’intera portata dell’opera dell’autore. Ogni frase ha un suo equilibrio con la frase precedente e con quella successiva, e così via. Tutto quello che disturba, deve essere tolto: aristotelico ma vero. Però se uno scrittore non ha niente da dire non c’è editing che possa salvare il suo libro. Può asciugarlo, togliere il primo e il terzo capitolo, mettere il quinto al posto del secondo e così via, ma il libro, pur asciutto e rigoroso, resterà sempre inutile. Lo so, c’è un pubblico di virtuosi che si lascia impressionare da abilità formali e da piroette acrobatiche ma io non ho mai amato i virtuosi, neanche in musica. Sanno creare soltanto monumenti noiosissimi di se stessi e della loro bravura.

I suoi protagonisti, che siano uomini o donne, sono persone solitarie che però hanno scelto la solitudine come stile di vita, una scelta che non rinnegano mai e che li porta a vivere situazioni esasperate: Alberto, sceneggiatore di mezza età in I giorni nudi, rifiuta di vivere la storia d’amore con la giovanissima Lucia sia per paura di andare incontro a un eventuale doloroso abbandono sia perché la sua personalità narcisistica prende alla fine il sopravvento. Oppure Antonio Cane, ne L’appeso, forse il romanzo in cui è più spiccato il senso del mistero, che vive in solitudine anche il grande (ideale?) amore della sua vita. O anche la protagonista di Luisa e il silenzio che, dopo essere andata in pensione, recide anche gli ultimi tenui legami col mondo esterno e si richiude sempre di più dentro se stessa a vivere il proprio dramma personale.

La solitudine, per Piersanti, è necessaria nonostante non sia tanto naturale.

Una condizione mentale da conquistare e da difendere. La nostra mente elabora, ha bisogno di selezionare, di approfondire, di vagare, non può essere sempre aperta come la posta elettronica.

Ma nonostante l’assoluta qualità di tutti i suoi romanzi, è nei racconti che Claudio Piersanti, secondo il mio parere, dà il meglio di sé:, il suo sguardo profondo, il suo stile misurato e disincantato, scarno ma mai minimalista risaltano ancora di più nella narrativa breve aprendo scenari, spesso appena accennati, che non hanno bisogno di ulteriori parole per colpire l’immaginario del lettore. C’è tanto Anton Čechov nei suoi scritti. Mai come nei suoi racconti possiamo costatare come i silenzi e il non detto a volte abbiano più importanza del raccontato: credo che in questo Claudio Piersanti sia un vero e proprio maestro.

Il racconto è la musica da camera di uno scrittore. La musica più raffinata, più intima. Anche se lo dice scherzando, credo che abbia ragione quando afferma che tutti possono scrivere un romanzo ma pochissimi un racconto bello di una pagina.

Attivo nel movimento bolognese del ‘77, è stato “all’inizio degli anni ottanta, con Casa di nessuno uno dei pochi autori giovani – dice di lui Gilberto Severini, amico fraterno –, a riaprire le porte della narrativa, dopo il decennio dove occuparsene sembrava una frivolezza o una colpa”. Sarà facile per il lettore, soprattutto nelle prime quattro prove narrative di Piersanti, trovarci molto di quell’epoca: non tanto gli episodi strettamente politici, che siano manifestazioni o atti sovversivi, ma comportamenti, punti di vista, parole, senso di instabilità e spaesamento che vivono personaggi che vengono direttamente da un periodo in cui il cambiamento sociale e una primavera di rinnovamento sembrava possibile. Non si possono non citare, a questo proposito, Boccalone di Palandri e Altri libertini di Tondelli: la nascita di scrittori che fanno della narrativa una nuova forma di militanza che va al di là della politica in senso stretto.

Sono proprio le conseguenze dei sogni infranti, nel caso di Claudio Piersanti, a essere protagonisti assoluti pur non essendo mai nominati: è una generazione disillusa e cinica quella che viene fuori dai suoi affreschi letterari, che preferisce l’isolamento affettivo e fisico come se questo potesse garantirgli meno delusioni.

Claudio ricorda questo periodo molto volentieri, nonostante sia passato tanto tempo. Nel ’77 aveva ventitré anni e faceva troppa politica, ma poi la sera andava a casa a leggere Proust, non troppo popolare nell’ambiente in cui viveva. Uno degli amici che ricorda più volentieri è Riccardo Bergamini, un astrofisico: i pochi amici che aveva allora, comunque, gli hanno insegnato molto e li considera i suoi maestri. Da tutti ha imparato qualcosa.

 
Bibliografia di Claudio Piersanti
Casa di nessuno, Feltrinelli, 1981 e Sestante 1993;
Charles, Transeuropa, 1986 1989, Feltrinelli 2000;
L’amore degli adulti, Feltrinelli, 1989 – ed. ampliata 1998;
Gli sguardi cattivi della gente, Feltrinelli, 1992;
Luisa e il silenzio, Feltrinelli, 1997;
L’appeso, Feltrinelli, 2000;
Comandò il padre, Pequod, 2003;
Il ritorno a casa di Enrico Metz, Feltrinelli, 2006;
Venezia, il filo dell’acqua, Consorzio Venezia Nuova, 2009, Feltrinelli 2012.
I giorni nudi, Feltrinelli, 2010;
 
Le opere

La prima opera pubblicata da Claudio Piersanti, nel 1981, è Casa di nessuno. Mi è sembrato che niente meglio delle parole dell’autore stesso, nella nota all’edizione del 1993 della Sestante, riesca a definirla meglio.

 

“Ho scritto questo racconto quando avevo circa ventitré anni, tra il ’77 e il ’78. Vivevo a Bologna già da diversi anni, e mi stavo laureando in Filosofia. Nel ’79 lo lesse per caso un redattore della Feltrinelli che dormiva a casa di un mio amico, così divenne un libro. In quel periodo conobbi un altro giovane autore che faceva la fila nei corridoi della casa editrice: Pier Vittorio Tondelli, che aveva sotto il braccio le storie tante volte riscritte di Altri libertini. Rileggendo Casa di nessuno dopo tanti anni ho limato qualche frase, niente di più: ormai sembra il lavoro di un altro che mi assomiglia un po’. La trovata della penna avuta in dono, che apre la storia, dice subito una verità: userò materiali a portata di mano. Un giovane sbandato e solitario che scrive il suo diario, la sua piccola casa periferica, i pochi amici in transito. L’azzeramento sociale, e quindi la solitudine, l’impermeabilità verso l’esterno, corrispondevano al grado zero del mio lavoro letterario. Nelle prime stesure i capitoli si intitolavano come quelli del mio manuale di retorica: Proemium, Captatio benevolentiae eccetera. L’intenzione letteraria era di modeste dimensioni ma (almeno per me) era dichiarata. Non avrei mai pensato che il libro sarebbe stato preso alla lettera: lo considerarono il ritratto di un giovane delinquente, e chi mi veniva a trovare rimaneva deluso e non mancava di farmelo capire. Ero soltanto un giovane letterato con la casa piena di romanzi e in quegli anni scrivere e leggere roba del genere non era davvero di moda!

Ma la dimensione letteraria non significava freddezza e calcolo. Casa di nessuno (me ne rendo conto ora) è un racconto tristissimo, che a me sembrava invece troppo leggero, mentre lo scrivevo, quasi frivolo. Davanti a un giovane poco più che ventenne non c’era nessun orizzonte, lui stesso dava per scontato di essere totalmente inutile e gratuito. I pochi che incontrava erano simili a lui, ladri piccoli e grandi, sbandati. Le città erano chiuse, finestre serrate e sconosciute, e gli altri una razza diversa con cui si entrava in contatto attraverso il furto. Forse è una percezione sgradevole del presente che, rileggendomi come un estraneo, mi colpisce di più, e che racconta a suo modo gli anni in cui il libro fu scritto”.

Chi ha letto o leggerà il romanzo di Claudio Piersanti, (che l’autore rende scaricabile liberamente da qui https://www.dropbox.com/s/zo9j3ibvpbr9czz/Casa%20di%20nessuno.pdf ), non potrà non trovarsi in sintonia con le sue parole: un testo che rompe gli schemi dei romanzi dell’epoca, una nuova schiera di scrittori disillusi che fa i conti con il cinismo di una società che non ha saputo rinnovarsi, con una mancanza di orizzonti che sembra rendere ogni speranza vana e qualsiasi iniziativa inutile. Anche per questo il protagonista insegue quell’azzeramento sociale e affettivo, di cui parla l’autore, che sembra essere la condizione che meno lo infastidisce. Gli ingredienti della letteratura di Piersanti ci sono già tutti e sono sostenuti da uno stile che con il passare degli anni si affinerà sempre di più per raggiungere standard assolutamente superiori.

Con Charles, prima edizione Transeuropa del 1986, l’autore abruzzese compie il primo evidente salto di qualità: in sella alla casa editrice marchigiana c’era Massimo Canalini, forse il più famoso e influente talent scout d’Italia che definisce il romanzo, in copertina, “Una grande storia di suspense. Un grande thriller generazionale”.

In effetti, Piersanti mette a frutto le sue già ottime capacità presentandoci una storia complicata rendendola semplice. Sono molteplici, infatti, le generazioni di cui ci mostra il punto di vista: il terrorismo e una non meglio identificata minaccia bellica europea, la condizione umana figlia di individui orfani di padri, di politica e di religioni, la mancanza di un senso e di un avvenire sono descritte da occhi di personaggi che abbracciano quasi un secolo.

Giorgio, dopo un matrimonio prematuro naufragato prima ancora di cominciare, è uno stimato oculista che opera in Francia. Ha soldi e donne a volontà e il suo individualismo lo porta a vivere il suo senso di estraniamento in una confortevole solitudine; Piero è il fratello minore, molto più giovane di lui. Ingegnere biogenetico, il suo carattere confuso, figlio anche della mancanza di riferimenti, alimenta il suo senso di spaesamento che lo porta verso un gruppo terroristico: non saprà mai spiegare a se stesso, né tantomeno al fratello a cui chiede aiuto quando sarà ricercato, i motivi della sua scelta.

C’è poi un terzo punto di vista, quello di Charles, un adolescente figlioccio di un’amica di Piero, che conosce il medico a causa di un incidente a un occhio. Il dodicenne sembra non essere troppo a suo agio in una società frutto del cinismo e delle scelte di chi lo ha preceduto. Senza padre né madre, Charles sembra essere il prototipo di una generazione a venire che più delle precedenti soffrirà della mancanza di un orizzonte.

Giorgio, alla ricerca di dare un valido aiuto a Piero, torna in Abruzzo che è la loro terra d’origine, dove ritroverà i vecchi genitori e i fratelli che hanno deciso di rimanere: si troverà di fronte a una mentalità che dà un valore diverso agli accadimenti della vita e a un modo di vivere che porterà Giorgio a ripensare alla sua adolescenza.

C’è mistero, sì, nella trama del romanzo ma più che un espediente letterario per monopolizzare l’attenzione e la curiosità del lettore Piersanti sembra voler dire che il mistero più grande è la nostra vita o, meglio, la sua mancanza di senso o di significato.

La sua padronanza della tecnica e la capacità di uso delle parole rendono la scrittura lineare e omogenea, senza cadute di tono o momenti di ristagno del testo. Una compattezza che accompagnerà l’autore durante tutti gli anni della sua carriera.

L’amore degli adulti, il libro di Piersanti che personalmente amo di più, è del 1989. Nell’edizione originale è composto da dodici racconti che saranno ampliati a diciassette in una successiva edizione. Molti anni fa, parlando dell’antologia, l’autore mi disse che avrebbe potuto scriverne parecchi altri di racconti simili e credo che sarebbe stata sicuramente un’esperienza fortunata: questi testi, secondo me, hanno poco da invidiare ai maestri della narrativa breve americana e scomodare i Carver, gli Hemingway e i Dubus non mi sembra affatto esagerato. Le parole sono usate come bisturi che sezionano impietosamente la natura umana, i personaggi non sono altro che individui che ci capita di incontrare tutti i giorni, le trame non sono mai sterili esercizi ma descrizioni di situazioni che incontriamo quotidianamente, le ambientazioni sono ordinarie come è la vita comune. L’essenzialità raggiunge livelli estremi e il superfluo è bandito in maniera assoluta. In questi racconti non c’è una parola o un gesto fuori posto e i dialoghi disegnano figure armoniche che rendono la lettura quasi musicale.

Il racconto più bello dell’antologia, secondo me, è Due ragazze russe: un uomo cambia città per lavoro ma l’entusiasmo dei primissimi giorni viene lentamente sopraffatto dalla fatica di un viaggio quotidiano in treno molto lungo e faticoso. Dopo qualche mese Lorenzo instaura una relazione con una sua segretaria. Comincia a tornare a casa meno frequentemente, ma nonostante sia molto coinvolto da Rita sembra non riuscire a decidersi a fare una scelta, nemmeno quando la moglie scopre il suo tradimento. Continua per diverso tempo a dividersi tra l’amante e la moglie e il figlio, e sarà proprio un incontro fortuito, durante un viaggio di ritorno in treno, a farlo decidere verso una soluzione inaspettata.

C’è poi Progetto per un matrimonio, una storia d’amore tra due anziani che, nonostante un po’ di amarezza di fondo, è uno dei pochi racconti a lieto fine; c’è il racconto che dà il titolo all’antologia, dove il protagonista emigrato in Germania si sente più solo proprio nel momento in cui si innamora; in Segreto abbiamo una donna il cui amore per il marito va oltre la sua scomparsa; Il muro verde racconta di un rapporto a metà tra amicizia e vicinato che si crea tra due uomini che hanno i giardini confinanti.

È l’amore, senza dubbio, il filo conduttore dell’antologia, così come lo è per i racconti di Andre Dubus, uno degli scrittori che amo di più. Ma se i protagonisti dello scrittore americano cercano il riscatto dalle proprie delusioni sentimentali con altro amore, i protagonisti di Piersanti sono più cinici: delusi o non delusi, vedono l’amore come strumento di rivalsa personale e, a volte, per far soffrire gli altri.

Gli sguardi cattivi della gente, Feltrinelli 1992, è l’ultimo romanzo della prima parte della carriera letteraria di Piersanti in cui i personaggi sono giovani. Successivamente, lo scrittore abruzzese punterà la sua attenzione verso una generazione più matura.

Alessandro, il protagonista trentenne, ha fallito sentimentalmente e socialmente: la sua casa editrice ha dovuto chiudere non sopportando più i costi che doveva sostenere. Per non abbandonare l’ambiente e tentare, senza molta convinzione, di ripartire, apre una piccola libreria nel centro della città.

Ha una sorella, un padre anziano malato bisognoso di assistenza, una ex moglie, Valeria, una figlia, un caro amico, Daniele, con la cui sorella Libera intrattiene una relazione tutta fisica.

Tutti ruotano intorno alla vita di Alessandro, che incolpa il mondo intero per il suo fallimento. La gente è cattiva, pensa, e gode delle sue sventure perché invidiosa delle persone di successo.

Delle serigrafie di artisti più o meno noti permettono alla sua attività di libraio di decollare e le cose sembrano improvvisamente rimettersi a posto. Anche la sua vita sentimentale pare a una svolta quando incontra Maria Teresa, una ragazza che sembra possa fargli dimenticare le deludenti esperienze.

Alessandro però sembra incapace di scrollarsi di dosso il passato e ricomincia a reiterare gli errori già commessi: alla fine tornerà dalla moglie e dalla figlia e si farà un’amante nella migliore tradizione matrimoniale odierna.

Il cinismo e l’incapacità di amare, per paura, egoismo o comodità, sono i temi ricorrenti di una generazione che sembra non voler crescere mai del tutto, come se definire in un modo o nell’altro la propria esistenza sia una decisione che non si vuole o non si sa prendere: incolpare gli altri delle proprie mancanze, dei propri insuccessi sembra essere la soluzione per evitare di assumersi qualsiasi responsabilità.

Il romanzo precedente, come detto in precedenza, segna una specie di spartiacque nella produzione dei romanzi di Piersanti. Oltre a ciò, anche lo stile dell’autore di Canzano sembra trovare un respiro e una collocazione definitiva. Gli anni dell’apprendistato, che comunque lasciano prove di valore assoluto, ci danno uno scrittore che usa con eccezionale metodo e padronanza gli strumenti letterari a sua disposizione.

Luisa e il silenzio viene pubblicato nel 1997 da Feltrinelli. Un’anziana signora vive da sola nel suo appartamento e ogni mattina si reca con un paio di colleghi, con un’unica automobile, al lavoro. Luisa vive bene la sua solitudine casalinga così come vive con gratificazione il suo lavoro in un’azienda del nord. È rispettata per i suoi modi cortesi, la sua professionalità e la sua riservatezza tanto che il commendatore, capo dell’azienda, le affida i lavori più delicati.

A un certo punto, Luisa si rende conto che le cose stanno cambiando e nota una specie di neo sul suo corpo. Tutto ciò, anziché spingerla ad aprirsi, a chiedere aiuto, acuisce la sua voglia di solitudine: sceglierà di lasciare il lavoro e recidere i flebili contatti con i pochi parenti e conoscenti. Da qui comincia la prova del silenzio di Luisa, che affronterà senza indecisioni né tentennamenti, come a voler ribadire anche a sé stessa, se ce ne fosse stato bisogno, una coerenza etica che appartiene a persone che hanno vissuto sempre consapevolmente e con dei principi su cui non hanno mai derogato.

L’uscita di scena, la fragilità della natura umana, l’invecchiamento, la solitudine, la morte: Piersanti affronta queste tematiche con la lente d’ingrandimento, con la capacità di tenere viva l’attenzione del lettore con una storia che spalanca gli sguardi sulla condizione umana disperata e crudele. La dignità è il solo modo per uscirne indenni.

La dignità è una sorta di orgoglio della mente. Dovunque sei. Anche in prigione. L’uscita di scena getta una luce definitiva su tutto lo spettacolo. Lo diceva Montaigne, e come sempre aveva ragione.

Luisa e il silenzio, per stessa ammissione dell’autore, è uno dei romanzi, insieme a Gli sguardi cattivi della gente e L’appeso, a cui si sente più legato.

È il mistero che permea il romanzo edito da Feltrinelli nel 2000, L’appeso. È l’Italia dei misteri, dei massoni, dei servizi segreti deviati, delle stragi di stato quella che ci racconta Piersanti, anche se non li cita mai direttamente.

Antonio Cane, un nome non scelto a caso, s’insinua in una dimora assistita per persone con problemi psichiatrici. Deve sorvegliare Corsini, un ex militare potentissimo che tornato da Panama custodisce documenti segreti scottanti: si vuole evitare che li renda pubblici. L’anziano, accudito da Sandra, una giovane donna con cui Cane avrà un rapporto abbastanza contradditorio e confuso, si è rifugiato nella casa assistita per evitare di essere scoperto.

Lei, figura eterea che compare in un paio di telefonate con il protagonista, è la donna a cui Cane dà tutta la sua devozione. Non è mai chiaro se la donna esista realmente o sia la proiezione di una donna ideale, ma il protagonista condiziona tutta la sua esistenza a questa presenza. L’autore non lascia in secondo piano la natura cinica dei personaggi, e se Corsini non esita a passare sopra a tutto e a tutti pur di perseguire i suoi scopi, per ribadire il suo potere, tutti gli altri non sono altro che una riproposizione di un campionario di un’umanità di cui c’è ben poco da aspettarsi.

Un’altra incursione nei racconti di Piersanti ce la regala la Pequod, che nel 2003 ne raccoglie quattro sull’antologia Comandò il padre.

Durante gli anni della sua carriera Piersanti ne ha pubblicati diversi di racconti, in quotidiani e riviste letterarie, e la scelta di mettere insieme questi anziché altri è dovuta ai diversi fili che li legano, oltre all’indubbia qualità

Sono i rapporti parentali che s’indagano, in questi testi: in Cinghiali un fratello e una sorella si ritrovano nella vecchia casa dei genitori che lui vuole vendere a tutti i costi per realizzare mentre lei, anche per motivi sentimentali, non sa ancora se tenere.

Roberto non esita a mettere in campo i metodi più meschini per convincere la sorella, e mentre passano in rassegna tutti i personaggi che sono la storia delle loro vite in quella casa, la lotta per una supremazia più psicologica che fisica si fa largo senza esclusioni di colpi. La bravura di Piersanti, in questo racconto, sta nel mantenere misurata e realista una trama che facilmente sarebbe potuta sfuggire di mano: non esagera mai nelle situazioni, non esaspera mai il ritmo della narrazione e riesce a mantenere un tono compatto a livelli qualitativi superiori. E il bisturi incide molto a fondo una carne che rivela una putrefazione inaspettata dall’esterno.

Un massacro è il racconto brevissimo che presentiamo a fine articolo.

Il terzo racconto, Comandò il padre, parla di due fratelli che riportano a casa illegalmente, al sud, il feretro del padre per rispettare le sue volontà. Due fratelli diversi, sia fisicamente sia mentalmente, che sono però il prodotto di un’educazione dura e inappellabile. Portato a termine il loro compito, i loro stati d’animo saranno molto diversi.

In Hotel Ginestra un padre è a Recanati, alla ricerca del figlio Antonello cambiato radicalmente da quando la poesia è diventata la sua passione. Segue i suoi spostamenti dalle spese che fa con una carta di credito di famiglia. L’autore ci parla di psicologia, letteratura e materialità con uno stile ironico e sarcastico che non aveva ancora messo in campo.

Un altro saggio della sua bravura Claudio Piersanti lo dà con il romanzo edito da Feltrinelli nel 2006: Il ritorno a casa di Enrico Metz. La scrittura dell’autore non è mai protagonista in una storia delicata e comune dove sono le parole e i pensieri dei personaggi ad aprire scenari interiori, che non sono altro che il palcoscenico di sentimenti ed emozioni in cui il lettore non potrà non riconoscersi.

Enrico Metz, avvocato di una grande azienda nazionale fallita dopo un clamoroso crack finanziario, decide di tornare a casa. Lascia la grande città, Roma, e una moglie che rimane a lavorare perché la piccola città non la attira per niente.

Il ritorno di Metz è mesto e silenzioso ma i notabili della zona sospettano immediatamente che possa appropriarsi delle cause della zona e lasciarli all’asciutto. Nonostante le reiterate assicurazioni dell’avvocato nessuno gli crede per cui si ritrova a vivere in un clima di continuo sospetto. Lo aiuterà Rita, una donna che diventerà la sua segretaria e anche la sua governante.

Metz ha due figli che lavorano lontani da lui e forse anche per questo si affeziona a Eleonora, la bella figlia del suo amico Alberto, con cui ha un rapporto privilegiato.

Metz, nel suo nuovo ruolo, non ha rimpianti né nostalgie, vive il presente con semplicità e segue il proprio destino senza far nulla per cambiarlo. Dopo un passato da potente, è la pace che cerca e la sua semplicità sarà ripagata dalle diverse presenze femminili che gli saranno vicine e dal riavvicinarsi della moglie Ivana con cui ritrova un nuovo equilibrio. Un omaggio alla vita sul viale del tramonto senza malinconia, con quell’orgoglio e rispetto verso se stessi e gli altri che sembrano essere, per Piersanti, le uniche strade per vivere fino alla fine un’esistenza dignitosa.

Venezia, il filo dell’acqua viene pubblicato in origine, in tiratura limitata, dal Consorzio Venezia Nuova per essere riproposto tre anni dopo, nel 2012, da Feltrinelli.

Il professor Aldo Bordini, un individuo senza apparenti virtù, intraprende un viaggio verso Venezia. L’attuale compagna del padre avverte lui e il fratello che l’ottantenne sta dilapidando la sua fortuna al gioco. Preoccupati, i figli decidono di andare a controllare le attività del padre e il compito spetta al professore.

Aldo ha pubblicato un libro che ha avuto poco successo, nella vita insegna e ai viaggi preferisce la lettura. Decide di dire al padre di aver intrapreso il viaggio per scrivere un libro su Venezia. Il genitore che ha visto rarissime volte durante la sua esistenza è il suo opposto: ha abbandonato la famiglia molto presto, ha viaggiato tantissimo per affari, ha cambiato diverse volte il posto in cui vivere, ha cambiato mogli e lavori in abbondanza.

Le calle di Venezia accompagneranno Aldo in un viaggio interiore che gli farà recuperare il rapporto con il padre: l’inversione di ruoli mostrerà la fragile psicologia del professore che sarà spazzata via dalla vitalità del’anziano che si rivelerà molto diverso da come lo consideravano i figli.

Superfluo dire che lo stile di Piersanti si conferma ancora una volta rigoroso: una geometria armonica che non lascia niente al caso, che pur senza incantare mantiene un livello di tensione invidiabile.

Ho letto diverse cose, in rete, su I giorni nudi, pubblicato sempre da Feltrinelli nel 2010. Qualcuno lo accosta ai romanzi di Moccia, altri si chiedono se l’autore sia lo stesso dei testi precedenti. Io credo che questi pareri siano frutto di una lettura veloce e superficiale che si ferma più sulla trama piuttosto che sull’introspezione psicologica che, a mio parere, è il punto fondamentale del romanzo.

Alberto, cinquantenne con una forte personalità narcisistica, egoista e individualista, scrive sceneggiature. Ha una società con l’amico Guido che sta con la sua ex moglie, gli affari vanno bene e lui sembra essere perfettamente inserito in una vita fatta di lavoro e solitudine. Una sera al pronto soccorso in cui si reca per un incidente in moto incontra Lucia, splendida ragazza di vent’anni, che sembra avere tutte le qualità per far innamorare un uomo: i due cominciano a frequentarsi e l’amicizia si trasforma in un amore appassionato.

Alberto sembra acquistare maggior vigore da questa relazione: ha nuove idee per il suo lavoro, scioglie la società con Guido per non avere più limitazioni professionali, la sua vita sessuale rifiorisce ma qualche mese dopo il tarlo del dubbio comincia a roderlo. La grande differenza di età, il fatto che entro breve il suo corpo non sarà più all’altezza di quello di Lucia, che la nudità con cui vivono normalmente il loro rapporto non sarà più praticabile, fanno richiudere Alberto sempre più nel lavoro e lo fanno allontanare gradatamente dalla giovane ragazza. Ma questa è solo la punta dell’iceberg. Dopo un periodo in cui le sue reazioni alla presenza e alle parole di Lucia sono sempre più offensive ed esagerate, decide di troncare il rapporto. La reazione di Lucia non è delle migliori anche perché lei non riesce a spiegarsi il comportamento di Alberto.

Sarà un vecchio e saggio psichiatra che curerà la sua depressione a fargli scoprire l’altro: in effetti, Alberto ha gestito la sua relazione, come in genere ha fatto per ogni situazione che ha affrontato in passato, dal suo esclusivo punto di vista. La paura di essere abbandonato, il timore di lasciarsi andare, la mancanza di progettualità che lo spaventa sono muri invalicabili per un uomo che è rimasto ragazzo. La sua maturazione avviene proprio nel momento in cui comincia a sentire la mancanza di Lucia.

Se la trama potrebbe apparire leggera, la lettura del romanzo toglierà gli eventuali dubbi: lo spessore dei personaggi, la profondità d’indagine interiore, l’uso dello stile e delle parole, il susseguirsi degli eventi e l’ambientazione calata in un crudo realismo ne fanno un’opera che niente a che vedere con le mere operazioni commerciali a cui qualche sprovveduto fa riferimento.

Ringrazio Claudio per aver messo a disposizione dei lettori sia il suo romanzo Casa di nessuno sia il suo racconto Massacri. Un ringraziamento personale, infine, per avermi fatto riportare (nel testo in corsivo) alcune sue considerazioni fattemi durante le nostre conversazioni.