Claudio Sanfilippo, Il capitano

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L’emozione dell’andar per mare richiama la fuga, che non ammette distrazioni né ripensamenti. Una forma di solitudine dove al centro non c’è il mare, ma la barca, e l’orizzonte.

Trent’anni sono passati da quando l’amico ha messo quattro stracci nel sacco e si è scansato dalla terraferma. Marinaio vero lo era da una vita, e se il moloch della democrazia non gli avesse rapinato quattro anni, solo per parlare di tempo e tralasciando il resto, la fuga non avrebbe assunto gli stessi connotati. La barca sarebbe stata comunque la sua storia, il mare – inteso come luogo di residenza stabile, ossimoro – lo avrebbe vissuto con qualche intermittenza sapendo che la fuga è il grado più alto di libertà, e il prezzo che mette in conto non è a buon mercato.

Per la vita di un marinaio vero, e non solo, parla Hemingway, anche se l’origine di queste tre parole non è del tutto chiara: grace under pressure.

Quello che passa tra le nostre vite, da quel pomeriggio d’inverno in una casa di Milano tra libri e chitarre e whisky, fino alla telefonata di due ore fa. Scrivere e vivere sono muscoli comunicanti, l’uno non può fare a meno dell’altro. Attraversare il tempo scegliendo bene le parole, seminando indizi, seguendo una pista indiana immaginaria, quando le distanze sono insopportabili: siamo passati dalle lettere spedite all’indirizzo di un ormeggio alla magia della contemporaneità.

L’amicizia è cresciuta per conto proprio, giorno per giorno, quasi un soggetto terzo al quale si deve rispetto: il nostro Maestro, il nostro Capo. Filologicamente corretta, come le barche su cui ha lasciato il sangue. Storie legate nel castone, come quella del Pandora, resuscitato insieme alla sua “band of brothers” e restituito al mare in tutta la sua eversiva nobiltà: l’antico postale del Mar Baltico era un relitto vandalizzato e dimenticato sul fondo del porto di Genova. Senza che nessuno se ne sia accorto veramente, come sovente capita ai capitani veri – ha fatto quello che doveva fare: a man’s got to do what a man’s got to do. Da tre decenni mi regala il suo orizzonte, come se la fuga fosse un po’ anche mia. “Quando ti vedo il mio cuore vola alto come un falco”: il teletrasporto è l’unica invocazione tecnologica che ci accomuna, siamo uomini del Novecento, non possiamo farci niente.

Gli ho dedicato molte canzoni ma molte di più sono quelle in cui ho accolto l’odore delle sue giornate, dalla iella di un’avaria nella bonaccia fino alla prua trionfante nei giorni di vento, da una donna che “non è lei” ai jeans che sono il suo posacenere, Van Nelle Zwareshag, sigari toscani; perfino una poesia di John Masefield via sms è riuscita a infilarsi tra le corde della chitarra. Mi ha insegnato a diffidare del sentimentalismo, gliene sono grato per l’eternità. Le nostre Martin, nella tuga, bevendo rossi di rispetto, bianchi profumati, whisky saturi di torba, fumando con le spalle appoggiate all’albero di maestra, lasciandoci trafiggere dal tempo in quei posti dove molto il vento tira. L’amicizia è una forma sovrana di apprendimento: chi xe in tera giudiga, chi xe in mar nàvega, recita un proverbio istriano. E’ l’ecoscandaglio che misura dentro.

Vederlo per le strade di Milano mi restituiva il senso di un ordine diverso, ma era così anche per mare, in mezzo ai porti dove regna lo stesso disturbo del mondo perbene, la stessa precarietà. Il suo ingombro fisico mi procura ancora la stessa sensazione, mi butta bene per il futuro. A volte era in fuga anche dall’ormeggio, con le sue barche: il piccolo Mizar in vetroresina, Orsa Maggiore, Bora, Serenissima e Sparta, l’Amore Mio, la goletta a vere auriche con la quale negli anni avremmo condiviso un bel po’ di miglia. E il Pandora, con quel fascino misterioso della resurrezione e l’imponenza anacronistica di una nave di legno, un eccesso estetico che spariglia la tristezza seriale. Infine Aura: aros e corona, luce visibile agli eletti, eremo che si apre al vento.

 

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