Claudio Sanfilippo, Il falco

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La conca e mezzaluna, a Carloforte, è un giardino fiorito di tre colori: il grigio della roccia, il verde dell’erba, l’azzurro dell’acquamarina. Dentro puoi pensarci terracotta e geranio, panca di legno con la vernice scrostata, pallone bucato, pentola vecchia, un mazzo di carte ispessito dal sale, ci puoi mettere l’infanzia. Puoi immaginare voci, proiettare sogni che prendono forma di  paura, sognare processioni di ossa modellate dal vento e dalle onde, nidi abbandonati, puoi darti spazio in un passaggio.

Il falco della regina, becco celeste se è femmina, giallo se è maschio, percorre la conca e mezzaluna evolvendo quasi meccanicamente nel rumore del mare, nell’essenza del mirto. I suoi occhi vedono l’ultravioletto, figurarsi una preda. 

Guardo e scopro di avere già letto tutto quello che serve poche settimane prima nel titolo di un libro, quattro parole in croce: un passaggio di terra, leggero, a segnare il confine di un’idea, di un luogo, forse un rifugio che un tempo si è dato legge e moneta. Una terra chiamata Arborea, anche se qui la vegetazione è più arbusto che albero: Arborea è un nome bellissimo, una parola-conchiglia.

Il falco della regina, eletto a messaggero di una terra che è memoria e oasi.

Io, più modestamente agguantato al sentiero, avverto un desiderio di protezione per tutto ciò che vedo e lungo la spina dorsale mi percorre il brivido dell’atleta, come se ascoltassi l’inno di un paese che vorrei sentire mio. Altrimenti questa solennità, questo silenzio perfetto, non avrebbero senso.

Il falco della regina indugia, volteggia sopra di me prima di eclissarsi in una gola. Sarà stato questo l’ultimo scorcio che ha visto Sergio Atzeni?

L’ultimo sole, l’ultima luna, l’ultimo verde, azzurro, nero, l’ultimo rosso che infuoca prima del buio, il vento maestro che irrompe, il freddo.

Giro con un tascapane che nessuno vede: contiene uno strumento che suona, la carta e la matita. Quando lo apro perdo la memoria, lascio parlare una voce che ha più coraggio e muscoli di me, una voce che è mia e non è mia, ma so che è lei che deve dire, che sa quello che si deve fare. E’ solo una questione di fiducia. Diversamente tutto sarebbe definitivo, insostenibile.

«Passavamo sulla terra leggeri come acqua, disse Antonio Setzu, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta. A parte la follia di ucciderci l’un l’altro per motivi irrilevanti, eravamo felici.»

(Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri.)