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Clemens Meyer. Eravamo dei grandissimi

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L’educazione di una canaglia di Lipsia. Anzi, di più canaglie.

È la sintesi sbrigativa di un romanzo datato 2006 il quale, dopo la prima pubblicazione italiana nel 2016, trova felice riedizione in questo 2025. Un’idea di Keller, tra le realtà qualitativamente più elevate del panorama editoriale nazionale che, a celebrazione del proprio ventennale, ha voluto ripubblicare con veste innovata i libri che ne hanno segnato il catalogo.

Già, perché “Eravamo dei grandissimi” di Clemens Meyer è ormai un cult, una sorta di Trainspotting – come hanno detto in molti – versione Germania dell’Est, in cui però, va precisato, al netto delle corrispondenze generazionali, delle droghe (dell’eroina) e della marginalità sociale, emergono singolarità sostanziali del tutto a sé stanti. La voce, anzitutto. Quella di Daniel Lenz, per tutti Dani, alter ego di Meyer, prima persona tanto immersa nella gioventù bruciata – ch’è la sua gioventù – quanto in grado di astrarsene, se non altro in prospettiva – è l’unico della cricca, per dire, ad andare al liceo; il suo riscatto, a ben guardare, è tutto nel racconto di queste storie.

E poi Rico, Mark, Walter, Paul, Pitbull: le altre canaglie, le loro vicende. Rico il pugile mancato che già a undici anni conosce il minorile – le sue comparsate saranno quasi sempre prima o dopo il carcere – e per violenza, lui sì, ricorda molto il Begbie di Welsh. Mark che già nelle prime pagine è tossico e si nasconde in un cinema abbandonato ch’era il vecchio cinema nel quale andavano da bambini. Walter il nanerottolo, innamorato di una “viet”, ladro di macchine che finirà male. Paul il timorato di mamma che “si fa” di pornografia ma non riesce a scopare. Pitbull che in realtà si chiama Stefan, e un giorno monta sul padre ubriacone e lo riempie di pugni perché questi gli ha ucciso il cane.

Una notte poi, Dani viene trascinato da Rico al Super 6, il club per scambisti situato nella zona industriale ovest della città. Una volta arrivato, fissando la villa che lo ospita, si rende conto che fino a qualche anno prima era un edificio della Stasi, la temutissima polizia segreta della DDR. E in questa fotografia, forse, c’è il cuore del romanzo – o quanto meno l’aspetto più interessante e maggiormente in grado di “fare epoca”, come si dice. Perché “Eravamo dei grandissimi” danza, letteralmente, sulla cortina di ferro: un giorno Dani, Rico, Mark, Walter, Paul e Pitbull sono giovani pionieri della Germania dell’Est, in sovietica marcia “verso la pace e la libertà”, come recita lo slogan scolastico; un altro giorno sono seduti in un night, strafatti, induriti dalle “puntate” in gabbia, mentre davanti a loro balla e si spoglia una vecchia compagna di giochi.

Ovest ed Est, Germania divisa e Germania unita, vecchio e nuovo mondo. E loro in mezzo, a fare a pugni, a bere, a rubare macchine, a trasformare fabbriche abbandonate in discoteche tecno – come l’Eastside, con tanto di tatuaggio sul petto per ricordarne il periodo d’oro – un andirivieni tra infanzia e adolescenza infrante, e adultità incompiuta.

«Siamo dei grandissimi» dice qualcuno, ogni tanto, anche quando le cose non vanno come dovrebbero, quando uno di loro si lascia addentare dall’eroina, quando un altro si schianta con l’auto a tutta velocità contro un albero. A scorrere, tuttavia, nelle cantine dei palazzi popolari, nei riformatori, sulla S-Bahn o nella curva del Chemie Leipzig, non è solo alcol. Al quartiere Reudnitz-Thonberg di Lipsia scorre anche tanta vita.

Se vuoi essere universale, racconta il tuo villaggio” diceva Lev Tolstoj. Clemens Meyer ha fatto sua questa lezione.

Alessandro Galano 

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