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Clinical party

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Ilaria Cerioli

In questo clima di psicosi collettiva da virus siamo diventati tutti un po’ esperti medici. Così, entrati in contatto con il lessico specifico del settore sanitario, ormai discutiamo tranquillamente di Amuchina e di come realizzarla in ambito domestico. Manco fossero dei piccoli chimici, alcuni hanno trasformato la cucina nel laboratorio della serie Breaking Bad tra alambicchi e vapori. Mi è capitato di leggere anche di persone che, all’inizio della diffusione del Coronavirus, in preda alla paura del contagio e vittima di una cattiva informazione, non solo hanno acquistato scatole di mascherine, ma pure di guanti in lattice. Ora mi chiedo cosa se ne può fare la casalinga di Voghera di uno stock di materiale monouso se non utilizzarlo per lavare i piatti?

Ma, senza voler affatto minimizzare la gravità della diffusione del virus, ritengo però sia necessario iniziare a riflettere, con mente lucida, sul dopo Coronavirus. Se vogliamo rinascere a nuova vita, dobbiamo recuperare senso di responsabilità, evitare di alimentare la paura e incentivare le persone a tenere comportamenti corretti in nome di quel senso di comunità che il Paese sembra avere perso negli ultimi anni. Questo sfortunato evento ci ha insegnato che in termini di globalizzazione non ci possiamo più sentire unici. Interconnessi e parte di un tutto, non dobbiamo dimenticarci di nessuno. Le difficoltà di uno, infatti, sono le difficoltà della collettività. Un esempio? La situazione dei miei amici, lavoratori nell’ambito artistico e culturale, non è solo disastrosa per loro, ma per tutta la società che si vede così privata di spazi, di eventi e momenti di crescita spirituale e intellettuale. Perché non viviamo solo di paure, di formule chimiche e matematiche ma anche di passione, arte e cultura.

Per questo oggi vi voglio parlare di argomenti leggeri, intriganti e curiosi, nella speranza non solo di spingervi a cercare maggiori informazioni ma anche col fine di alleggerire il carico emotivo a cui tutti siamo stati sottoposti. Non cediamo vi prego alla barbarie di questi tempi bui ma teniamo alta la testa senza farci prendere dallo sconforto e dalla negatività!

Se molti eventi in queste due ultime settimane sono stati annullati, per metà di marzo invece è in programma a Bologna un play party a tema clinical. Da curiosa e profana quale sono ho iniziato a fare le mie ricerche in rete per capire cosa comportasse un evento di questo tipo. Vista la situazione, ho trovato il termine clinical geniale: ci vuole davvero coraggio per proporre una festa dove il dress code vuole camici e mascherine. Un modo per esorcizzare le paure o una furba combinazione di apparente ingenuità, trasgressione alle regole e desiderio di rivalsa rispetto alla severità di questo fine inverno?

Comunque sia abbiamo bisogno di recuperare il sorriso e di ricominciare a vivere dopo questa pausa imposta. Pertanto procediamo e diciamo subito che con il termine Clinical o Medical nel bdsm si indicano una serie di pratiche che richiamano il vecchio gioco del dottore. Solo che da bambini lo praticavamo in modo innocente, come adulti invece le cose si fanno più serie pur restando nell’ambito ludico. Intanto chi ama questo tipo di pratiche sa perfettamente che vengono utilizzati strumenti di uso e ambito medico e infermieristico; i ruoli sono ben definiti (una figura dominante in veste di medico o infermiera conducono il gioco, sottoponendo lo/la slave ad azioni come punture, applicazioni di aghi, ispezioni intime e clisteri).

La clismafilia, infatti, è una parafilia che comporta l’eccitazione sessuale nel ricevere o nel somministrare liquidi attraverso i clisteri, nel canale rettale e nel colon. E, poiché la prima regola è sempre il rispetto nei confronti di sé e del prossimo da parte di chi pratica, chi ama giocare con i clisteri deve prestare massima attenzione nell’usare strumenti adeguatamente sterilizzati. Il clinical, infatti, non è per tutti: si tratta di una serie di azioni affatto semplici, che se compiute con poca cautela possono davvero causare danni.

Un esempio? Il playpiercing, o needle play, è una pratica di piercing temporanea che ha lo scopo non di modificare il corpo ma solo di decorarlo temporaneamente. Chi lo ama vuole sentirsi perforare il tessuto da aghi, spille o gioielli appuntiti, poi rimossi dopo la sessione. In questo caso è necessaria la corretta sterilizzazione che vi assicuro non è banale, stando alla splendida intervista realizzata da Ayzad in https://www.ayzad.com/it/notizie/cultura/i-pericoli-nascosti-del-clinical-parola-di-professionista/ in cui potete trovare tutte le risposte alle vostre curiosità.

In realtà molte coppie praticano ingenuamente alcune esperienze senza avere le informazioni di base necessarie. Amici, che lavorano nel pronto soccorso, mi hanno raccontato infatti aneddoti che ora fanno sorridere, ma, se ci riflettiamo, hanno un risvolto amaro. E non è affatto un caso se il corpo dei pompieri di San Francisco ha addirittura degli specialisti a tempo pieno per la rimozione di cockring rimasti incastrati. Pertanto se vogliamo giocare al dottore, evitiamo di improvvisare sale operatorie in casa, ma informiamoci prima su gioie e dolori.

Ilaria Cerioli

Photo credits: Jessica Zanardi (Studio Jessica Zanardi Ravenna)

 

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