Ricordo come fosse ieri, superata la fase più acuta della pandemia, l’acceso dibattito scaturito nell’ambiente letterario sul modo in cui sarebbe stato possibile raccontare ciò che ci aveva travolti. La marea non si era ancora acquietata e già ci si interrogava sul metodo, quasi fosse una questione tecnica, con cui tradurre in forma narrativa un’esperienza destinata a entrare nei libri di storia. Ricordo anche i primi parsimoniosi tentativi, al di là delle iniziative a scopo più o meno benefico, e un romanzo in particolare che, fra tutti, che si assunse l’onere di aprire una strada: Tredici lune di Alessandro Gazoia, esperimento singolare, minimale nel concept e nelle location, che allora si poteva leggere soprattutto come un gesto di coraggio ma in cui la pandemia restava comunque una minaccia “esterna”, qualcosa da poter chiudere fuori le porte di casa.
Ho ripensato a quella storia, mentre leggevo Rancore, nuova uscita editoriale di Concetta D’Angeli, non solo per il fil rouge tematico che lega entrambi i romanzi ma anche per questa scelta comune di mantenere la pandemia come uno scenario di sfondo, piuttosto che un protagonista.
Il virus è presente, sia chiaro, spaventa e corrode gli animi e gli umori, non soltanto attraverso le sue incursioni mediatiche attraverso le notizie trasmesse in televisione, la sua presenza muta in un grimaldello funzionale ad innescare un altro meccanismo fondamentale del testo: il bisogno di rimozione.
Saranno dunque le decisioni non prese, i rammarichi e le scelte sbagliate a fare da testimone, mentre il lockdown del 2020 costringe quattro amiche di lunga data a convivere per qualche tempo in una grande casa sperduta nella campagna toscana. Come si è detto in apertura, la pandemia, nel romanzo, interessa relativamente: bandita qualsiasi retorica solidaristica, la D’Angeli usa piuttosto la clausura forzata come acceleratore psicologico: tolte le distrazioni del mondo esterno, rimangono i rapporti umani, nella loro parte meno presentabile.
Quando inizialmente lessi la sinossi breve del romanzo: quattro cinquantenni, una location solitaria, il bisogno di allontanarsi dal mondo, il collegamento a un’altra lettura amata scattò istantaneo. Sto parlando di Mare d’inverno, dell’amata Grazia Verasani: anche in quel caso gran parte del fascino scaturiva dalla necessità delle nostre di isolarsi e rendersi autosufficienti, quasi una rivincita verso un mondo incapace di mostrare il minimo barlume di empatia per le fragilità umane. Anche lì, come in Rancore, si percepiva una melodia di fondo che non avrebbe disdegnato il nostro Almodovar e, anche lì, come nel libro in esame, l’abilità dell’autrice si evince dalla sua capacità di dosare al meglio il dolce e l’amaro.
Nel romanzo della D’Angeli, come in quello della Verasani, non si ride, si sorride. Il senso di stasi è palpabile e la scrittura si prende i suoi tempi per dar modo alle note blu di risaltare sugli accordi più consoni. Gli screzi, i “vorrei ma non posso”, i “preferisco di no” di bartlebiana memoria che hanno portato le sciabolate prese in una vita a far suppurare la pelle, emergono in come immagini in una cartina al tornasole nell’alternarsi dei capitoli presenti e passati.
È un contrabbando di cicatrici, una fiera dei fallimenti, quella messa in scena dalle nostre e infatti Rancore è soprattutto un romanzo sulle maschere. Non nel senso più banale della finzione sociale, quanto in quello più sottile dell’identità costruita nel tempo fino a diventare quasi indistinguibile dalla persona reale che la indossa.
«Mi sentivo molto calma e molto vuota», millantava la Plath ne La campana di vetro e il suo spettro potrebbe trovare casa tra le mura delle nostre. Matilde, Elisa, Lauretta e Fiamma sembrano conoscersi da sempre, in realtà ciascuna continua a custodire una zona opaca che le altre non riescono a decifrare. «Le amiche migliori sono le peggiori nemiche», si diceva nel romanzo della Ferrante e lo stesso mi par vero anche nel micro universo della D’Angeli, fintanto che Matilde si presterà ad essere fauno narrante di ciò che nel casale si andrà a compiere.
Non è qui contesto per mettersi a parlare delle quattro vite in essere, non c’è spazio e nemmeno la volontà, basterà accennare al fatto che nessuna di queste vicende correrà il rischio di scadere nel cliché, ancor meno nella vicenda moralistica. Le confidenze che emergono tra le quattro amiche assumono una tonalità aspra, quasi esposta a una forma di lucidità implacabile. Ci si racconta per colpire e per essere colpiti, in un circuito che avvicina progressivamente la confessione a una pratica di reciproca dissezione.
«Capì che nell’esperienza del dolore la dignità, nobile sentimento, subisce metamorfosi imprevedibili fino a trasformarsi nell’ottusa ostinazione a mantenere il punto, utile soltanto a fondare un sistema difensivo che, sebbene privo di luce intellettuale, ha il vantaggio di mantenere il dolore a livelli sopportabili; perché quando si soffre davvero, quando si sprofonda nel baratro, quando ogni fede si cancella e la propria identità scompare, la pretesa di mantenere la dignità non ha spazio né senso.»
Attorno al camino, tra bicchieri, cene e conversazioni notturne, si depositano frammenti di biografie che non cercano protezione, ancor meno redenzione. Il metronomo scandisce un tempo che evoca il ricordo melanconico in capitoli senza numerazione, come a voler sottolineare la liquidità del tutto. Mentre Matilde vive un’intellettualità difensiva in causa con il ripudio di una maternità consona («La maternità possiamo averla rifiutata anche per averne sperimentata una che ci ha fatto orrore»), Fiamma sfugge a ogni definizione, attraversata da percezioni e presenze che destabilizzano la realtà del gruppo, Elisa porta con sé una crepa biografica legata a una verità familiare scoperta tardi; Lauretta incarna invece una vita interamente assorbita nell’ombra della carriera del marito.
Dai televisori filtrano senza sosta le immagini spettrali delle bare trascinate da figure intabarrate, e intanto le vite delle quattro donne si dispongono lentamente come frammenti di un mosaico incompleto. Nessun disegno riesce davvero a ricomporsi fino in fondo; eppure, proprio nelle crepe di quella figura irrisolta, affiora una forma di consapevolezza finalmente nitida, quasi crudele nella sua chiarezza.
«Mi hanno rubato i sogni, pensa appoggiando la testa sotto la clavicola di Fiamma e raccogliendo le gambe contro il suo fianco. Fin dai primi giorni, con poche allusioni le chiarirono che quei sogni non metteva conto conservarli, erano nient’altro che fanciullaggini; e con molti espliciti comportamenti le dimostrarono che le capacità intellettuali vanno usate per scopi concreti, la vita adulta ha compiti inconciliabili con l’inconcludenza delle fantasticherie.»
Il Rancore del titolo è dunque un’entità discreta, mai gridata, bensì assimilata come un veleno stillato a piccole gocce. Non perché il romanzo cerchi effetti scandalistici o colpi di scena, i tempi e gli intenti sono altri, quanto perché il testo della D’Angeli suggerisce con notevole precisione quanto sia difficile, anche dopo una vita intera, distinguere ciò che siamo da ciò che abbiamo imparato a raccontare (e raccontarci) di noi stessi.
Stefano Bonazzi
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Rancore
Concetta D’Angeli
Il Ramo e la Foglia Edizioni
18 euro — 224 pagine