Siamo tre persona sole in una casa – dice – È molto letterario, non credi?
Questa battuta, presente a pagina 25 dell’edizione Terrarossa, ci consente di fare, al volo, una paio di riflessioni utili a capire in cosa consista il racconto Sull’orizzonte degli eventi, scritto da Cristò.
Intanto, chi sono le tre persone chiuse dentro la casa?
Il vertice più alto di questo triangolo, l’architrave che tiene insieme la novella, è Giovanni Bartolomeo.
La storia di Cristò comincia così: Giovanni Bartolomeo ha ottantatré anni e sta leggendo in libro.
Il libro è il suo capolavoro, solo che Giovanni Bartolomeo non se lo ricorda, peggio: lo detesta. Mentre legge, questo anziano scrittore affetto da demenza senile, si ritrova a dissentire, a disprezzare le pagine che sta leggendo. Ogni giorno la stessa storia. Si siede sulla sua poltrona, apre il libro, lo legge e lo odia.
Il secondo vertice è Caterina, sua figlia. Caterina non si è sposata. Sta dedicando la sua vita a un uomo realizzando tutto quello che si era promessa di non fare. Cambia poco che l’uomo, in questo caso, sia suo padre. Caterina lo accudisce, lo cura, lo sopporta.
Ultimo spigolo di questa forma aguzza: Davide.
Davide è di poco più giovane di Giovanni, è il suo agente letterario. Insieme sono invecchiati, sono diventati ricchi. Davide conosce Caterina da sempre e, nonostante i vent’anni che li separano, sogna di vivere con lei una senile storia d’amore. Gli sembra naturale, quasi, perché lui è già dentro quella famiglia.
Dal canto suo, Giovanni, nello smarrimento generato dalla sua condizione, pensa che Davide sia davvero il marito di sua figlia. Non sapendogli attribuire un ruolo, ricordandosi di lui solo vagamente, conclude che tra loro ci sia un’acquisita parentela.
Tutta questa storia si svolge dentro l’appartamento. Da metà mattina, alle sette di sera, quando Giovanni crollerà in un sonno profondo dovuto ai farmaci per la demenza.
Ci sono due piani narrativi: il presente dei personaggi, l’appartamento, la malattia, le aspirazioni compiute e quelle mancate e poi il racconto che Giovanni sta leggendo, le pagine di un romanzo di formazione che parla di lui, del suo passato.
Cristò, inseguendo le sperimentazioni di John Barth, lavora sulla ciclicità, sui rimandi letterari, sulla vita che si fa letteratura e viceversa.
Potremmo dilungarci nella spiegazione di questo suo sperimentare. C’è, in questa nuova versione (questa novella era stata già pubblicata da Cristò all’inizio della sua carriera letteraria e viene riproposta oggi da Giovanni Turi per Terrarossa) una lunga nota in cui l’autore spiega le intenzioni di partenza, il suo amore per Barth, per L’opera galleggiante, il significato del Nastro di Moebius e tutto quello che, di meta-lettarario, è presente in questa novella ma preferisco, invece, soffermarmi su quanto di più evidente emerge, ovvero il cuore, i personaggi e le riflessioni sul vivere dentro un incubo come la perdita di sé, lo smarrimento che si prova quando ci sembra di essere circondati da fantasmi.
La malattia di un genitore travolge la vita di tutti quelli che gli stanno intorno. Li piega, li appesantisce, li forma. Per motivi anche solo miei, il personaggio di Caterina è quello che ritrovo più umano. Per i rimpianti, per il senso del dovere, per la frustrazione che incarna.
Seguo il lavoro di Cristò da molto tempo e sono convinto che sia uno dei nostri scrittori più bravi. Ha scritto di zombie, di lotterie, di rapporti umani, di ragazzi e di cani, sempre mantenendo un tono inconfondibile e personale. Osserva, Cristò, la vita da un’angolazione inusuale e, non sapendo di essere osservata, nei suoi racconti, quella stessa vita, si mostra a noi decostruita e autentica.
Pierangelo Consoli
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Sull’orizzonte degli eventi, Cristò, Terrarossa 2026, Pp.100, Euro 13.