Cyril Pedrosa e Roxanne Moreil. L’età dell’oro. Volume 2

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Ci sono libri che abbagliano per il loro contenuto a tal punto che, dopo averli letti, non ci sono parole per raccontarne la bellezza. Non vengono fuori, le parole, perché risultano inutili. Si vorrebbe dire “leggetelo” e basta, ne vale veramente la pena, non spenderete inutilmente i vostri euro.

È quanto capita con L’età dell’oro. Volume 2, pubblicato in Italia come il precedente da Bao publishing. Scritto da Roxanne Moreil e disegnato da Cyril Pedrosa, questo fantasy medioevale – dove spicca l’idea antica di poter costruire un mondo migliore rispetto a quello in cui si vive, una epoca d’oro di fratellanza e amore, sostenuto da istanze femministe – lascia senza parole.

Mi era già accaduto nel 2018 con la prima parte, ma qui non si può far a meno di restare muti soprattutto davanti alla magniloquenza e alla magnificenza delle tavole. Pedrosa riempie gli spazi di ogni pagina con un tratto che richiama il medioevo disneyano de La spada nella roccia attraverso alberi contorti, nasi deformi e colori dall’effetto fortemente psichedelico. Richiama anche la sequenzialità presente in certi arazzi questi sì medioevali – tipo l’imponente Storie della leggenda di Alessandro, tessuto nel 1460 circa – nei veri e propri affreschi a doppia pagina che riempiono la storia. Al contempo omaggia un maestro del fumetto italiano capace di ostendere il movimento dei personaggi su di una intera pagina – parliamo di Gianni De Luca nella sua trilogia shakespeariana. Infine cita, a mio avviso, un’altra autrice di fumetti anch’essa italiana, la “maestra delle rughe” Francesca Ghermandi. Tutte cose già proposte nel primo volume e qui ribadite, se possibile con ancora maggiore forza espressiva.

Per quanto riguarda Moreil, riesce a stendere una sceneggiatura precisa nella partizione degli eventi. Non solo, chiude praticamente tutte le linee narrative offerte nel primo volume. Conferma inoltre di avere una voce nitida, capace di evitare ambiguità ininfluenti nello sviluppo della trama (con la sola eccezione del finale, forse). I personaggi, per dire, hanno una evoluzione psicologica congrua, anche se a prima vista inaspettata. Prendiamo Tilda, il personaggio principale. In questo capitolo della storia entra in scena non più come principessa, ma come guerriera accecata dal risentimento verso il fratello Edwal. Eppure sia lei, sia il fratello, lo scudiero Bertil, il cavaliere Tankred e molti degli altri personaggi che popolano il racconto, fanno quel che fanno per un motivo definibile solo come “necessario”.

Moreil e Pedrosa lasciano scoperto uno iato di alcuni anni fra il primo e il secondo volume, saltando a pie’ pari lunghe spiegazioni e permettendo al lettore di immaginare quanto è accaduto in sua assenza. Tilda, sfuggita dal confino cui l’aveva condannata il fratello Edwald, ora è una principessa guerriera, come detto sopra. La dolcezza che le riconoscevamo è svanita, sostituita da una furia che la acceca, la rende odiosa e pericolosa per i suoi stessi sodali. La ritroviamo che assedia il fratello, stringendolo da sotto le mura del castello che fu di suo padre. È una vera conducator con tanto di armatura, determinata nel voler riconquistare il trono al pari del capitano Acab nel desiderare la morte della balena bianca. La anima una determinazione da folle, una hybris vicina a quella con cui fa i conti il Michael Kohlhass di von Kleist. Una presunzione di potenza che anima anche suo fratello e che li condanna all’insensibilità verso il prossimo. Così facendo, Moreil li abbassa di ruolo, li rende più umani, permette di comprenderne meglio le fragilità di non farli cadere nella prevedibilità.

È comunque fisicamente (e nell’intimo) che qualcosa mina i due fratelli. Graficamente, i loro volti sono più scavati, più “brutti” rispetto al volume precedente, e così le loro azioni. Entrambi sono infatti consumati non solo dalla hybris, ma anche dalla forza che da L’età dell’oro promana. È il libro che tutti considerano perduto, il libro che parla di una epoca lontana fatta di uguaglianza, fratellanza, felicità tra uomini e donne. La forza che scaturisce dal libro li dichiara come mostri perché ne smaschera appunto la presunzione insita nelle azioni. Questa è forse la metafora che sostiene l’opera dei due artisti francesi: l’età dell’oro ha un prezzo da pagare. L’ideale comunitario da costruire passa cioè attraverso un duro confronto con il proprio ego. La sua forza smaschera e distrugge chi non ne è degno. Quindi non sarà Tilda, né il fratello a riportarlo nel regno. Forse lo è il popolo, lo sono gli ultimi, i pochi avveduti. Forse.

Ad abbagliare resta però il lavoro di Pedrosa, la sua capacità di riempire la pagina, di muoverla sia attraverso una eclettica composizione grafica sia attraverso il montaggio di inquadrature e di vignette. Una vera esplosione ritmica e visiva, giusto contraltare per la sceneggiatura della Moreil, sostenuta dalla colorazione di Joran Tréguier e Marie Millotte. A tal punto che le piccole imperfezioni della storia svaniscono, sommerse da tanta magnificenza visiva. Leggete L’età dell’oro, non ve ne pentirete.

Sergio Rotino

Recensione al libro L’età dell’oro. Volume 2 di Cyril Pedrosa e Roxanne Moreil, trad. Michele Foschini, Bao publishing 2020, pagg. 192, € 25