Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

Daniel Lewis anteprima. Dodici Alberi

Home / Anteprime / Daniel Lewis anteprima. Dodici Alberi

C’è un momento, leggendo Dodici Alberi (Aboca Edizioni 2025, pp. 352, € 22, traduzione di Chiara Baffa) in cui il lettore sente la terra respirare sotto le parole. Non è un semplice saggio, è una lenta discesa tra radici che sussurrano storie più antiche del tempo. Daniel Lewis evoca dodici alberi. Li convoca come si fa con i morti amati, o con gli spiriti che abitano le foreste dimenticate.

La prima apparizione è una foresta sommersa sotto il Golfo del Messico. Cipressi rimasti immobili per sessantamila anni, come sentinelle addormentate. L’uragano li risveglia, li porta alla luce. E in quel risveglio c’è già tutto il libro: il confronto tra una natura che non conosce fretta e un mondo umano che corre per impossessarsi perfino dell’antico, del fragile, del sacro.

La prosa di Lewis avanza per immagini che si ripiegano su sé stesse, come rami che cercano la propria ombra. Non spiega: suggerisce. Ogni albero diventa un luogo, un frammento di memoria, un presagio. L’ebano del Camerun, scavato fino allo sfinimento, porta il peso di mani avidissime; la sequoia, alta più di cento metri, trattiene tra i rami un intero universo di creature che vivono sospese nel cielo. La ceiba peruviana, immensa, appare come una divinità primordiale: Lewis la sfiora, la circumnaviga, la ascolta — perché gli alberi, nel suo libro, parlano con voci che non appartengono al vento.

C’è un lirismo misurato, quasi rituale, nel suo modo di raccontare. Una lingua che si espande lenta, come linfa. A ogni pagina, l’autore sembra toccare qualcosa che non vuole spezzare: la dignità narrativa degli alberi, la loro presenza silenziosa, l’intimità che da sempre ci lega a loro. È un testo che non grida; lascia vibrare un mormorio antico, quello di un mondo vegetale che da secoli osserva le nostre ferite e le nostre follie.

Dodici alberi non illumina: getta ombra. Un’ombra buona, nutrita, che costringe a rallentare, a guardare. È lì, tra quelle zone di penombra, che Lewis trova la sua verità: gli alberi sono memoria, e destino.

E noi, leggendo, diveniamo parte di quel respiro antico che che scorre silenzioso tra le foglie e le radici del mondo.

Nancy Citro

#

[…] Alla Huntington Library lavoro con un collega che si occupa di libri rari, Steve Tabor, che ammiro. È magro, con i baffi bianchi. Gli piacciono gli uccelli e le biciclette. Tabor è un’autorità in materia di libri antichi stampati e, senza alcun artificio o arroganza, è capace di inserire un’oscura frase latina in una conversazione o in una mail. È una persona assolutamente spontanea, e lo si può trovare spesso con il piede sulla scrivania, che fa stretching allungandosi oltre la porta del suo ufficio. Scienziato del libro, Tabor è un profondo conoscitore di ogni minuscolo cambiamento nella carta, nei caratteri, nell’inchiostro e nella rilegatura: un’analisi forense del flusso discontinuo della nostra produzione di conoscenza degli ultimi cinquecento anni. Mi ha fatto notare che la parola latina liber – l’antico termine comune per indicare un libro – indica la corteccia interna o la scorza di un albero. Mi ha anche spiegato alcuni legami etimologici più profondi tra libri e alberi. La parola tedesca per “libro”, e vocaboli affini, derivano dalla parola indoeuropea usata per “faggio”. L’etimologia e la presenza fisica dei libri è satura di alberi, dei loro fantasmi e dei loro resti.

Il mondo del libro presenta altri elementi affini. Carta, rilegature, cuciture e cuoio fanno parte del flusso di testimonianze. Così come i dendrocronologi – gli scienziati che studiano gli anelli degli alberi – sono in grado di individuare prove che non ci si aspetterebbe, lo stesso vale per i libri antichi, che i cartai realizzavano da resti di abiti di cotone e gli stampatori e i rilegatori costruivano e assemblavano a mano. I vecchi libri sono ricchissimi di prove, se si ha il giusto contesto e la giusta esperienza, e questo vale anche per gli anelli degli alberi. Di tanto in tanto, osservando le pagine di un libro antico, si nota uno schizzetto, come se in passato la pagina si fosse bagnata. Centinaia di anni fa, gli artigiani producevano la carta facendo macerare stracci di cotone in un impasto acquoso, immergendo poi uno stampo simile a un telaio con fili ravvicinati nell’impasto polposo facevano scolare il liquido.

Ma a cosa è dovuto quel puntino? In realtà sono segni così comuni da avere anche un nome: lacrime del cenciaio. Il ponitore era la persona responsabile di immergere lo stampo nella polpa riscaldata di acqua e stracci di cotone. Si trattava di un lavoro ad alte temperature e il segno degli schizzi proveniva forse da un braccio o da una manica bagnati, oppure da qualche goccia di sudore che cadeva dalla fronte del ponitore. La carta non è solo carta, quindi. Racconta delle storie. E gli alberi non sono solo alberi, perché la loro vita è segnata da eventi che si verificano negli strati della loro formazione. Alcune di queste testimonianze sul passato provengono da eventi subitanei, come un fulmine. Altri segni testimoniano periodi più lunghi: un coleottero che perfora uno strato di cambio, un pezzo di filo spinato da una recinzione ormai scomparsa o un vecchio proiettile conficcato in un albero ancora più vecchio. Ma in maniera più ubiqua gli alberi rivelano dettagli del passato su questioni di interesse e significato globale: cambiamenti nel clima, nella composizione dell’aria, dell’acqua e del suolo e altre variazioni ambientali. Il clima aleggia dentro e intorno all’albero, in modo sia letterale che metaforico, perché il cambiamento climatico e i suoi effetti su tutte le vite del pianeta sono la questione esistenziale del nostro tempo.

Click to listen highlighted text!