“Se gli omicidi di camorra facessero un decimo del rumore che ha fatto l’uccisione di questo cane, probabilmente vivremmo in un paese migliore”.
È in libreria Bumerang di Daniele Sanzone (La nave di Teseo 2025 pp. 256, € 19).
C’è un punto, a Scampia, in cui la notte non scende ma cade pesante e verticale come una condanna. È lì che si apre Bumerang, la nuova indagine del commissario Del Gaudio. Non con un morto ammazzato ma con il corpo tremante di un cane, Colt, un bastardino dal nome jazz che muore perché qualcuno lo ha trasformato in bersaglio.
La scena è rapida, febbrile. Una ragazza che litiga al telefono, un fischio che non riceve risposta, un cane riverso sull’asfalto come un segreto sporco e una pallottola da cecchino sparata dalla Vela Celeste.
Il tutto si svolge dove la violenza è normalità: “Gli omicidi erano il metro con cui si misurava l’efferatezza delle guerre di camorra, un parametro che però non teneva conto del dolore che travolgeva le famiglie coinvolte. Alle mamme, alle mogli, ai padri, ai figli e ai fratelli non restava che attraversare quel dolore. Un dolore che, per quanto fosse stato messo in conto, non faceva sconti. Senza parlare di chi quotidianamente subiva quella violenza, vivendo sotto una cappa di paura, schiacciato dalla presenza d’o sistema e dall’assenza dello Stato.”.
È l’innesco minimo, chirurgico, ma basta a far saltare tutta la narrazione edificante con cui l’Italia finge di raccontare Scampia da anni. Le Vele sono ancora lì, scheletri incisi dal tempo e dagli uomini, e Sanzone le racconta come fossero creature vive: respirano, crollano, ricordano.
La scrittura è asciutta ma palpitante. Le descrizioni delle Vele sono potenti: “Una sindone di cemento che mostrava tutta la sofferenza di chi, in quel luogo, c’era rimasto pure dopo averlo lasciato”, oppure: “alveari di cemento umiliati dall’incuria dell’uomo e del tempo”. Scampia non è lo sfondo è un personaggio, spettatore e carnefice: “l’habitat naturale di zoccole, scarrafoni, uccelli e insetti di ogni tipo”. E poi c’è la pulsione morale, quella vera. Quanto può resistere un uomo che sceglie il bene in un luogo che dove quella parola non esiste più?
Bumerang parte con un colpo inatteso, un cane morto, una ragazzina che pretende giustizia, un commissario che avverte il presagio come un pugile sente l’odore del sangue. E testimonia la certezza che ciò che può tornare indietro non è solo un boomerang, ma un pezzo di città che chiede il conto a chi non ha il coraggio di guardarla negli occhi.
Carlo Tortarolo
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Nel rione tutti conoscevano Colt, usciva dal palazzo come un proiettile, schizzava in ogni direzione inseguendo persone, palloni e gli odori che sentiva nell’aria accompagnato dagli sguardi e i sorrisi di chi lo accarezzava e lo faceva giocare. Era un bastardino di piccola taglia, una sagoma nera col pelo morbido e lungo, le zampe e il musetto color caramello, il naso umido e due grandi occhi innamorati.
Tre anni prima Amy, la cagnolina di Antonella, aveva partorito cinque cuccioli.
L’amica le chiese di aiutarla a trovare una casa a ognuno di loro. Nel giro di un mese riuscirono a piazzarne quattro e l’ultimo, alla fine, decise di tenerlo
lei.
Colt lo battezzò, fu il primo cane della sua vita.
Roberta, come ipnotizzata, rimase alcuni secondi senza sapere cosa fare, quando si risvegliò da quel torpore che le sembrò lunghissimo con la voce tremante chiamò il padre che in pigiama si precipitò giù al palazzo. “Ma cosa è successo?” gridò l’uomo vedendo la figlia con il cane in fin di vita tra le braccia e, senza aspettare la risposta, corse a prendere l’auto.
“Non lo so, mi sono allontanata parlando al telefono con Ciro, quando sono tornata indietro l’ho trovato…” disse la ragazza senza riuscire a terminare la frase, soffocata da un dolore senza nome. Guardava il vuoto davanti a sé mentre incredula ascoltava l’eco delle sue parole. Impiegarono dieci minuti per arrivare al Pronto soccorso veterinario, aperto h24, di Capodimonte. Una corsa inutile perché, un quarto d’ora dopo, il dottore uscì dalla sala operatoria sconfitto e cercando le sue migliori parole disse: “Mi dispiace. Non ce l’ha fatta, ha perso troppo sangue, è stato trapassato da una parte all’altra da un proiettile che gli ha bucato il fegato.”
Senza dire una parola Roberta si riprese il corpo privo di vita di Colt e uscì, in auto si abbandonò a un pianto disperato, parlava da sola: “Come si può essere così crudeli e vigliacchi? Come si può ammazzare una creatura incapace di fare del male? Devo andare via da questo posto di merda, devo andare via…” diceva senza trovare pace.
Per tutta via Capodimonte il genitore rimase in silenzio, arrivati all’altezza del ponte del Don Guanella, poco prima di girare a sinistra, chiese alla figlia se voleva seppellirlo e, Roberta singhiozzando, gli disse: “Sotto al pino giù al palazzo, così posso vederlo dal balcone.”
Il padre parcheggiò l’auto vicino all’aiuola e a mani nude iniziò a scavare una piccola fossa sotto l’albero. Roberta si sentiva di morire, se non avesse litigato con Ciro non si sarebbe allontanata e forse non gli avrebbero sparato. Un “se” che come un mamba nero iniziò a strisciarle dentro fino a insinuarsi nei meandri più profondi della coscienza.
La mattina seguente si alzò dal letto che non aveva più lacrime da versare, alle quattro e quaranta del mattino era crollata senza accorgersene dopo aver
pianto per ore. Si sciacquò il viso, si mise il giubbino sopra al pigiama e, come un automa, senza dire niente uscì di casa per andare dritta in viale della Resistenza, al commissariato di polizia, decisa a trovare l’assassino di Colt.
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© 2025 by Daniele Sanzone
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Prima edizione La nave di Teseo novembre 2025