Dario Borso. Tre quadernetti indiani

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Ci sono viaggi che segnano uno smarrimento, che disfano il viaggiatore; sono viaggi giovani, ma non c’entra l’età, è l’attitudine a perdersi, è saper stare in superficie che c’entra. In India la superficie è d’obbligo perché non c’è profondità, è tutto lì in superficie come la spazzatura sul fiume. Si vede a orizzonti. Ci sono diari che non insegnano niente, citano passi erranti senza mappe, tranne quelle dei cani: il fiuto. Se metto insieme viaggio, India e diario, mi trovo nell’India di Dario Borso e nelle sue parole tanto nette quanto prive di arroganza; non mi annoio mai, le leggo e sento. Ritrovo storie mitiche e sono scelte con la stessa poesia dei passi, colpi al cuore che dà la vita nuda. Storie di capre e di teste di elefanti e di carezze. Storie che insieme alle vicende del viaggio ti lasciano in mano un filo. Si sporca nel percorso, ma tiene. Alla fine diviene quasi trasparente e scintilla: il modo di guardare una donna smarrita senza giudicarla, accompagnandola, è lo stesso con cui Dario guarda l’India.

Chandra Livia Candiani

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Crown Hotel, Delhi, India: due ragazzi in viaggio si incontrano e decidono di proseguire insieme alla volta di Benares, per poi raggiungere il Nepal. Qui si separeranno: Pietro Spica tornerà a Milano, Dario Borso proseguirà verso Calcutta e poi Madras. Ad accompagnarlo lungo il percorso le pagine di un diario, che viene ora pubblicato da Exorma – nella collana “Scritti traversi” – con il titolo di Tre quadernetti indiani, impreziosito dai disegni a china di Pietro Spica. Un percorso “carsico”, che a distanza di cinquant’anni mette insieme il “lavoro” che quei due ragazzi, diventati oggi uno storico della filosofia e un apprezzato pittore, al loro ritorno in Italia, avevano intrapreso.

Le pagine di Dario Borso aprono un contrappunto giocato tra India e Italia, tra paesaggi e scorci indiani e più noti scenari del natale Veneto. In filigrana, traspare un continuo confronto tra l’esotico e il familiare, quasi in un parallelo “metodologico” con le pagine di Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India di Guido Gozzano, anche se il raffronto, per quest’ultimo era giocato tra l’India come appariva e l’India costruita sulle pagine dei libri. Il risultato, tuttavia, è identico: in entrambi i casi il diario di viaggio origina un procedimento “analitico”, che oscilla dalla dimensione più strettamente cognitiva a quella sociologica (nel senso più ampio del termine). L’esperienza del viaggio, con tutti i suoi risvolti – dalla malaria all’utilizzo di hashish – è occasione di riflessione, di visioni, di lavoro sulle parole vergate al presente ma anche in futuro. Ma sarebbe fare un gran torto a questi Tre quadernetti non dare il giusto valore all’enorme capacità di “visione” di Dario Borso. Una visione potentissima (e poetica), che vede e rivela i suoi oggetti in una maniera che “fulmina” il lettore per intensità e profondità. Mi piace riportare questi due esempi:

Mi sveglio al canto di una donna che si accompagna con l’armonio. Viene dalla cella accanto, o forse da quella dopo. Il Broadlands è un labirinto di celle, corridoi, terrazzini ricavati con tramezzi di legno azzurro pallido (tanti incontri devono essere avvenuti così, come in confessionale). L’armonio tiene una nota bassa, di zampogna, che si amplifica quando lei preme con l’altra mano il soffietto. La voce indugia prima sulle tonalità gravi, ci gira intorno ma poi procede a strappi, quasi a singhiozzi, e vibra in acuti drammatici. Di drammatico le voci indiane hanno che si rincorrono su tempi estenuanti senza mai raggiungersi.

(…)

Lo specchio grande del barbiere è un lago di luce e io mi ci scorgo a tratti, come un’apparizione. Quando, dopo abbondante pennellata, con una spinta lieve lui reclina la poltrona, ad apparirmi è il padreterno tutto bianco, barba e bavaglio – però senza triangolo. Mentre parte il rasoio, penso: il triangolo significa che dio vede tutto o che è in panne?

Il viaggio si dipana, o meglio è l’autore che dipana il viaggio, da Madras a Mamallapuran, da Kovalam a Trivandrum, per poi toccare Quilon Alleppey, Tekkady, Cochin, Mahé, Mysore, fino ad Hampi. Il procedere degli spostamenti, e tutto quanto cade sotto lo sguardo di Dario Borso si trasforma in un processo “ipnotico”, che riesce a “spostare” il punto di vista di chi legge, offrendogli un’ “esperienza” profonda. Lungo il percorso si avvicendano incontri – tra questi ci sono quelli con un manager rinchiuso presso il Mental Hospital di Madurai e un guardiano indo-comunista – visioni e scoperte. L’altrove, in realtà, è vicino. Imperdibile.