Davide Ferrari. Dei pensieri la condensa

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Lanciare la rete tra i tavoli di un’osteria e dare voce, facendo bene quello che i poeti veri sanno fare, un mestiere più vicino alla rabdomanzia che alla letteratura. Davide Ferrari è un giovane poeta che scrive in dialetto pavese, metabolizzato fin dagli anni della sua infanzia. La sua attività di autore e attore teatrale gli ha passato il testimone per costruire questo affresco di facce e di voci che si muovono dietro le quinte di un palco ben protetto dalla fuffa della contemporaneità, in cui gli avventori si confessano, si aprono alle domande importanti, nei brandelli di vita ai quali si agguantano, per trovare risposte in un gioco di luci e ombre che fissa piccole e grandi verità, cime a cui affidare il proprio io più profondo.

«Mì son vün che vün me mi gh’né mia

Parchè m’inventi un num divers un dì

Par l’altar, che quand, ad nott, la mort la

M’ciama, la tröva sempr’un altar

In dal mè pigiama.»

(«Io sono uno che non c’è un altro come me / perché m’invento un nome diverso un giorno / per l’altro, che quando, di notte, la morte mi / chiama, trova sempre un altro / dentro il mio pigiama.»)

Il cimitero di Spoon River diventa una locanda della bassa pavese, gli attori che si muovono sul palco immaginario sono vivi, l’epitaffio si trasforma in un tipo di confessione che puoi raccogliere solo se ti spingi dentro le cose a cuore aperto.

Come scrive Franco Loi nella prefazione, questo libro «mostra il mistero che passa attraverso le voci dei personaggi che parlano: il detenuto, il sacrestano, il bevitore, il contadino, ma anche il santo e il poeta che in ognuno di loro prende vita. Quello che sorprende è l’attenzione di Davide Ferrari ad ogni particolare rapporto della propria esistenza e quasi un’inerme acquisizione di conoscenza. Un lasciarsi cogliere di fronte al mistero della lingua e dell’universo».

Il poeta è l’amico, il confessore, il compagno di viaggio di attimi in cui si avverte l’urgenza di fare memoria, altrimenti tutto quanto si rivelerebbe imperdonabile.

«Present l’è sperà intänt

che ‘l passà al s’è sügà sü.

E ‘l fütür l’è una vision, una specie d’übidiensa,

una viulensa dass j urdin cun custänsa.

E la speränsa l’è nient’altar

che un’altra privassion, un’altar culp a l’anima.

E l’anima ca spera l’è una stänsa vöida.

L’è un’anima sula.»

(«Presente è sperare intanto / che il passato si è asciugato. / Il futuro è una visione, una specie d’obbedienza, / una violenza darsi gli ordini con costanza. / E la speranza non è nient’altro / che un’altra privazione, un altro colpo all’anima. / E l’anima che spera è una stanza vuota. / È un’anima sola.»)

Un’ansia smarcata dalla preoccupazione si muove tra i versi, sempre plasmati in empatia con la musica e il ritmo, e diventa un manifesto vivo che trasmette la gioia di avere scritto, di avere ottemperato al dovere del poeta, “medium” di un messaggio invisibile, carsico, rivelato. E la lingua dialettale, nella migliore tradizione di tanta grande poesia italiana, diventa strumento di scavo, di conoscenza.

Claudio Sanfilippo

Recensione di Claudio Sanfilippo al libro Dei pensieri la condensa di Davide Ferrari, prefazione di Franco Loi, Manni, pagg. 96, euro 13.