Davide Steccanella. Milano al cinema

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Se è vero che Roma ha rappresentato da sempre l’epicentro produttivo e realizzativo del cinema italiano è anche vero che la più “grigia” ed industriale Milano ha saputo sollecitare in più occasioni l’estro di molti importanti cineasti di casa nostra. Al punto che le tante trasformazioni che hanno interessato Milano dal dopoguerra ad oggi paiono avere proceduto quasi di pari passo a quelle che hanno interessato la filmografia nostrana. Nel 1937 il noto filone dei “telefoni bianchi” del periodo fascista ritrae con la memorabile commedia Felicita Colombo di Mario Mattioli una città operosa, quella “del fare”, dove tutto ruota intorno alla classica famigliola medio-borghese piena di buoni sentimenti che gestisce da sempre e con successo una storica bottega di salumi. Nel 1951 Vittorio De Sica, storico fondatore insieme e Rossellini e Visconti del neorealismo, abbandona per una volta le tragedie della sua Roma in ricostruzione post- bellica per ambientare a Milano una straordinaria favola allegorica che vuole significare, sin dal suo titolo, Miracolo a Milano, un messaggio di speranza per un Paese che pare ormai finalmente avviato verso la sua rinascita.

Nel 1956 la insuperabile comicità tutta mediterranea di Totò e di Peppino sale nella nordica Milano per rappresentarci, anche attraverso le inimitabili gag di Totò, Peppino e la Malafemmina di Camillo Mastrocinque, una realtà moderna e tentacolare profondamente distante dal resto del paese e vista quasi come irraggiungibile. Negli anni Sessanta del boom economico il cinema regala a Milano tre capolavori assoluti. Il primo è del milanese ed aristocratico Visconti che ci mette improvvisamente di fronte alla odissea della immigrazione della famiglia lucana di Rocco e i suoi fratelli schiacciata nella periferia industriale di una città nebbiosa e cinica. Il secondo e nello stesso anno è di Michelangelo Antonioni che utilizza la ricca ed insoddisfatta borghesia meneghina per il suo terzo capitolo della incomunicabilità ne La Notte. Infine, l’anno dopo il milanese di fede Ermanno Olmi colloca proprio a Milano il devastante percorso di incertezze e di dolori del protagonista de Il Posto. Dopo la allucinazione allegorica di sapore quasi alla Bunuel dello scandaloso Teorema di Pier Paolo Pasolini (1968), dove la disgregazione della famiglia dell’industriale lombardo che ospita il fascinoso e perverso Terence Stamp raggiunge i massimi livelli dell’inquietudine sessantottina, la Milano violenta che si presenta all’incedere degli incombenti anni Settanta viene celebrata prima da Carlo Lizzani con il memorabile Banditi a Milano del 1968, quindi dal controverso Milano calibro 9 di Fernando Di Leo nel 1972 ed infine da un giovane ed arrabbiato Marco Bellocchio con l’impegnato Sbatti il mostro in prima pagina sempre del 1972, ispirato alla strage di Piazza Fontana, alla conseguente strategia della tensione e ai moti politici di quegli anni.

Gli anni Ottanta del disimpegno e della “Milano da bere” trovano il loro alveo nella inarrestabile ascesa di Carlo Vanzina campione assoluto al botteghino prima con la semi-comica descrizione di una realtà periferica di quartiere assai poco da bere de I Fichissimi del 1982, e quindi con la vacua celebrazione della capitale della moda e dei locali notturni di Sotto il vestito niente fatto in fretta e furia nel 1985, sull’onda del clamoroso scandalo della modella americana assassina Terry Broome.  Il riflusso e il ripiego milanese dei successivi anni Novanta trovano poco spazio nel cinema se non per le inquietudini tutte private dell’emergente Silvio Soldini con il suo primo lungometraggio L’aria serena dell’ovest che in qualche modo chiude il millennio. Solo nel 2006 Francesca Comencini si ricorda finalmente, e dopo tanti anni di silenzio, di Milano, per descrivere con l’interessante A casa nostra il fenomeno di tangentopoli e delle scalate alle banche, mentre nel 2009 Renato De Maria, con il suo discusso La Prima Linea, affronta la difficile tematica degli anni della lotta armata, ma è nel 2010 che Milano sembra essere trionfalmente tornata “al” cinema. Il talentuoso Luca Guadagnino costruisce nel superbo spazio di Villa Necchi una Milano sobriamente asessuata quanto elegantemente cool nel gelido Io sono l’amore, non a caso scegliendo per protagonista una attrice come Tilda Swinton dalle sembianze quasi ermafrodite.

Quindi e tra mille critiche è Michele Placido con il suo Gli angeli del male a riportarci indietro di 40 anni, a quella Milano dei “favolosi” anni Settanta dove tutti sparavano per strada, chi per ideologia politica oggi sopita e chi invece, come la famigerata banda della Comasina, per vile denaro. Sempre quell’anno anche Sofia Coppola in Somewhere fa fuggire dai Telegatti trash il suo protagonista alloggiato con tutti gli onori al Principe di Savoia per fargli raggiungere quella pace che, secondo la ingrata regista, si troverebbe invece a Los Angeles o a Las Vegas (sic!), ed il bello è che i giurati veneziani le hanno pure dato il Leone d’oro 2010 per questo. La Coppola segue in realtà quella recente tendenza tesa a rappresentare Milano nel suo peggio, e proprio facendo leva su due delle sue principali attività commerciali, ovvero la moda e la televisione privata di cui è indubbiamente capitale, prima di lei infatti era uscito Cover Boy di Carmine Amoroso del 2008 e l’anno dopo il fortunatissimo Videocracy di Erik Gandini del 2009.

 

 

 

 

 

 

 

 

Davide Steccanella