Trasferitasi da bambina in Italia e cresciuta a Roma, caput mundi, Denise Pardo è nata al Cairo e, dopo la pubblicazione del memoir “La casa sul Nilo”, torna a narrare della capitale d’Egitto nel suo nuovo romanzo Tornare al Cairo in uscita per Neri Pozza il prossimo 18 novembre. La scelta della trama, a partire già dallo stesso titolo, è quindi ancor più emblematica per la scrittrice: un’ulteriore visibile e concreta esternazione di un nuovo incontro con il proprio luogo di nascita per potersi riappropriare, ancora una volta e probabilmente con maggior vigore, dei profumi, delle sensazioni, dei suoni e della vita conturbante di questa suadente città. E infatti è un legame profondo e viscerale per la propria terra natia quello che traspare e poi si materializza davanti ai nostri occhi: pagine dove ogni fibra del corpo viene sollecitata, i sensi risvegliati e acuiti grazie a uno stile di scrittura accattivante che crea il proprio punto di forza attraverso la costante ricerca del dettaglio perfetto. Uno stile a cui si aggiunge un’attenzione spasmodica verso l’utilizzo della miglior tonalità possibile che con potenza riesca a far immergere pienamente il lettore in questo affascinante luogo.
Siamo negli anni tra il Quaranta e il Settanta del secolo scorso e, mentre l’Egitto è ancora una colonia britannica, la sua capitale è un nucleo pulsante, invitante e coinvolgente. Il Cairo è un cuore palpitante che accoglie e vuole abbracciare nelle sue atmosfere ammalianti varie nazionalità, libanesi, inglesi, armeni, turchi, generazioni di persone che si incontrano e convivono tra i colori e gli intensi profumi di un luogo magico al cui incanto sembra impossibile sottrarsi. Lì, in assoluta e piena armonia, troviamo svariate religioni libere di manifestare i propri riti, culture e lingue differenti che si mischiano e confondono ma attraverso le quali il dialogo tra gli individui rimane sempre vivo e spontaneo, arrivando a creare addirittura originali idiomi.
Ma accanto a questa magia, questa seduzione che la città riesce a imprimere negli animi, esiste un lato oscuro, nascosto e subdolo, che non si mostra mai apertamente alla luce del sole ed è formato da persone infime che soffrono la fame e non sempre possiedono proprie abitazioni, talvolta neppure umili giacigli dove riposare la notte. La povertà è dilagante seppur ben celata dai fasti di una monarchia dissoluta e in decadenza che inizia a essere mal sopportata per la sua inettitudine e depravazione.
In questa cornice del tutto variegata, la trama del romanzo è la narrazione puntuale della storia recente del popolo egiziano attraverso il racconto di personaggi storici e di precise vicende politiche che lo hanno sconvolto e trasformato in quegli anni – seppur rimanendo questa un’opera di finzione narrativa a tutti gli effetti. Un peculiare periodo che ha rivoluzionato l’intero Egitto e che, attraverso la relazione d’amore tra Kate e Hafez – che rimane in primissimo piano – e grazie alle riflessioni liberali che da lei scaturiscono, mostra ancor più le difficoltà e le intransigenze di un popolo che vuole ribellarsi al colonialismo e come conseguenza si chiude inderogabilmente di fronte a tutto ciò che non è arabo divenendo al contempo ottuso e razzista.
La protagonista Kate caratterialmente non si è mai adattata alla società londinese in cui è nata. Il suo sogno da ragazza era infatti quello di diventare una piratessa o una domatrice di leoni, e da questo spaccato è facile intuire il suo temperamento curioso verso tutto e tutti, la volontà di scoprire ciò che la circonda e che è diverso da lei per scovarne i misteri e farli propri. Non stupisce quindi che si innamori perdutamente dell’egiziano Hafez, seducente e tenebroso. Ma lei è pur sempre una donna inglese, quindi, con gli avvenimenti che stanno accadendo, una donna da respingere e disprezzare anche per la sua mentalità così aperta e così differente dalle donne indigene musulmane, mentalità che le permette addirittura di interessarsi alle questioni politiche, un unicum per quell’epoca.
L’amore di Kate per Hafez è amore puro e totalizzante, un sentimento attraverso il quale lei si dona completamente all’altro includendone le reciproche diversità di cultura e religione. Un amore che, proprio per questo, vorrebbe camminare caparbiamente e a testa alta nel mondo mostrando la propria folgorante bellezza, mentre Hafez faticherà a sceglierla al di sopra delle convenzioni dettate dal suo essere musulmano. Lui è infatti uno degli uomini più vicini a Nasser, colui che sta tramando insieme a un gruppo di ufficiali per rovesciare re Farouk e restituire l’Egitto agli egiziani. Lo stesso generale che, divenuto Presidente, avrà un ruolo centrale nella politica dell’Egitto come simbolo del nazionalismo arabo e dell’anticolonialismo.
Così, attraverso i concreti cambiamenti politici del paese che ama, l’autrice ingloba nella sua protagonista la sofferenza interiore di chi si sente rifiutato e
rigettato perché ritenuto un diverso nella comunità e fa sperimentare a lei, e agli intimi che la circondano, anch’essi di molteplici nazionalità, lo sgomento del razzismo, la sensazione di non sentirsi accettati nella nazione in cui si abita ormai da tempo. Tanto che Kate sentirà le maglie di questo orribile sentimento di odio che si stringono sempre più intorno a lei e che sembrano farla umanamente soffocare.
È imprescindibile per Denise Pardo farci annusare i forti profumi e gli odori, visualizzare le vivide tonalità di un mondo che lei stessa ritiene ormai perduto: un mondo dove la diversificazione era propulsione per la crescita personale e dove certamente i rapporti umani avevano la priorità nella quotidianità di ciascuno. È il mondo dove qualunque individuo può sentirsi accolto e protetto, un territorio dove la partecipazione interculturale e religiosa e la condivisione di tradizioni diviene foriera di arricchimento di idee in ogni ambito, linguistico, letterario, culturale, sino alla sperimentazione di ricette culinarie che divengono sapori unici.
Un luogo ormai perduto ma che non ha mai smesso di palpitare e riecheggiare nel cuore e nell’animo dell’autrice.
Chiara Gilardi
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Kate era arrivata dalla Londra buia e triste del 1940.
Il contrasto tra il senso di morte della Gran Bretagna in guerra e l’atmosfera brillante e cosmopolita del Cairo disarmò lo spirito beffardo che l’aveva convinta di essere al di sopra dell’emotività e della passione.
Ci volle un po’ di tempo per abituarsi agli odori, ai rumori, ai sapori e alla luce di una città che sembrava rifulgere persino quando calava la notte.
Il chiarore che arrivava dal Nilo e dal deserto era così forte che per settimane Kate fu costretta a usare gli occhiali scuri e il cappello, e a coprire ogni centimetro del corpo, perché la sua pelle che non aveva mai visto il sole si era ribellata e ricoperta di bolle.
«Santo cielo, Kate, sembri una dannata lebbrosa del Punjab» era stata la frase consolatoria di suo padre.
Sarah, la sua chaperon-domestica, l’aveva cosparsa di chiara d’uovo montata a neve per attutire il bruciore delle scottature, un rimedio – le aveva spiegato – imparato dalla sua ex padrona, un’askenazita polacca dalla pelle ancora più bianca di quella degli inglesi.
«Cos’è una shenazita, Sarah?» Kate non ne aveva idea, non ancora, almeno.
James Lambert, il padre di Kate, uomo elegante e squattrinato, aveva guardato le braccia leggermente abbronzate di sua figlia e commentato di nuovo con aria sprezzante: «Hai l’aspetto di un’indigena».
«Sul serio, papà?» Ne era orgogliosa, a lei sarebbe piaciuto esserlo davvero. Le donne del Cairo sembravano così belle ed enigmatiche.
L’Egitto era quanto di più lontano potesse immaginare una adolescente inglese che ne sapeva di geografia, di politica, di archeologia quanto i sandwich al cetriolo adorati da Elisabetta, l’erede al trono del Regno Unito.
Al Cairo regnava Farouk, sovrano dissoluto e capriccioso sostenuto dall’impero britannico, famoso in tutto il mondo per i forzieri pieni d’oro e per l’appetito gastronomico e sessuale pantagruelico.
Nel cuore di Kate regnava Il Cairo.
La città si era impadronita come un’amante pretenziosa di tutto lo spazio che lei aveva a disposizione per amare qualcosa e qualcuno, era il posto dove voleva vivere per sempre, non sarebbe mai più tornata a Londra. Ne chiedeva di continuo una conferma a Sarah, che leggeva i fondi di caffè come fossero pagine di giornale.
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Denise Pardo, Tornare al Cairo, Neri Pozza, pp. 352, euro 20,00, e-book euro 9,99