Compie un quarto di secolo tondo tondo Despero di Gianluca Morozzi, un libro che fin dalla sua prima pubblicazione è stato in grado di guadagnarsi lo
status di “libro di culto”, stregando diverse generazioni di lettori e affermandosi come una delle opere prime più fortunate della narrativa italiana dei Duemila. Dallo scorso 13 marzo l’irresistibile storia della rock band bolognese e del suo indimenticabile protagonista torna nelle librerie e in tutti gli store digitali in una nuova edizione speciale e definitiva pubblicata da Fernandel Editore e revisionata dallo stesso autore felsineo, che da quel romanzo in poi si è costruito una solida reputazione letteraria grazie a diverse decine di titoli, tra i quali ricordiamo il fortunato “Blackout” (Guanda Editore) del 2004, tradotto in vari paesi e divenuto un film con la regia di Rigoberto Castañeda.
Quale migliore occasione, quindi, per scambiare quattro chiacchiere con Morozzi? Ecco che cosa ci ha raccontato.
Domenico Paris
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Al di là dell’importante ricorrenza, come mai hai deciso di rimettere mano a Despero? E c’è qualcosa di diverso che questo libro può dire o dare oggi rispetto a 25 anni fa? A te, per esempio, che ha detto o dato di nuovo come lettore piuttosto che come autore?
Come scrivo anche nella prefazione, gli interventi si sono limitati principalmente alla correzione di alcuni piccoli refusi o alla sostituzione di singole parole. Non avendo ancora preso piede internet quando l’ho scritto, c’erano poi due o tre passaggi “musicali” che non avevo potuto verificare come si sarebbe dovuto e, quindi, questa nuova edizione mi ha dato la possibilità di sistemarli come era giusto che fosse. Però non ci sono state variazioni strutturali o linguisticamente molto significative, il testo è rimasto quello dell’epoca, si è cercato soltanto di migliorarlo al massimo delle sue possibilità.
Quasi tutti i lettori con i quali ho avuto modo di parlare e di confrontarmi mi hanno sempre detto che secondo loro Despero, nonostante le sue ingenuità e la sua attitudine “punk”, è un libro universale, nella misura in cui, anche a distanza di tutto questo tempo e di certe ingenuità, parla in fondo di perseguire sogni eterni e passioni vere, che non invecchiano. Questo lo rende fresco, attuale. La penso anche io così, anche se, ovviamente, mi sento cambiato come scrittore e come uomo rispetto a quel periodo.
Nel corso di tutti questi anni, immagino tu abbia chiacchierato con centinaia, forse migliaia di persone che hanno amato il romanzo: come è cambiata la sua “fanbase” nel corso di questo lasso di tempo? E puoi raccontarci un episodio che ti è rimasto particolarmente nel cuore dopo una di queste discussioni?
Oggi come oggi, dopo aver pubblicato tanti libri e di vario genere, posso affermare che i miei lettori si dividono principalmente in due categorie: quelli che
vorrebbero che io scrivessi sempre opere à la Despero e quelli che invece preferiscono la parte più noir e “violenta” della mia produzione, à la Blackout. In ogni caso, quelli che hanno amato questo romanzo, parlandoci anche a distanza di tanto tempo, mi sembra siano rimasti con lo “spirito” del 2001. Per quanto riguarda l’aneddotica, potrei star qui a raccontarti degli episodi particolari per delle ore, ma ce n’è uno tra i tanti che non posso proprio dimenticare: tanti anni fa ero a Chioggia per una presentazione e un signore, mai più visto o incontrato dopo quel giorno, che sosteneva che io avessi copiato una sua canzone intitolata Brucia, proprio come la più amata delle composizioni dei Despero. A nulla è valso dirgli che non esisteva se non nella mia fantasia, era proprio convinto delle sue ragioni, qualcosa di esilarante! Poi mi piace anche ricordare di aver conosciuto ben quattro coppie di persone che si sono trovate e sposate dopo aver scoperto la comune passione per questo romanzo. Davvero una gran cosa, no?
Mentre scrivevi Despero riuscivi ad ascoltare qualcosa o avevi bisogno di silenzio assoluto mentre scrivevo? E se dovessi indicare una colonna sonora appropriata per il completo godimento di queste pagine che artisti sceglieresti?
Sì, anche se con una particolarità: non riuscivo ad ascoltare nessuna band che cantasse in italiano, ad eccezione dei Diaframma di “Boxe” (quanto amavo la voce di Miro Sassolini!), che insieme agli Eeels di “Daisies of the Galaxy” e ai Belle and Sebastian di “The boy with the Arab Strap” sono stati la colonna sonora che ha accompagnato di più la stesura del testo. Comunque ho anche creato una playlist in grado, come dire, di accompagnare meglio la lettura di Despero. Oltre ai tre gruppi sopracitati, ci sono tante altre cose, Black Sabbath, Springsteen, naturalmente, Pogues, Gli Avvoltoi.
Quando si crea un personaggio dal fascino longevo come è quello del tuo Kabra è difficile staccarsene, non rimanerne in qualche modo prigionieri andando avanti nella propria carriera di scrittore? In quali rapporti eri con lui allora e in quali sei ora nel 2026?
Ottimi direi, ieri come oggi. È un personaggio che mi ha dato tanto, uno sfigato adorabile e pieno di sensibilità, non gli si può non voler bene e infatti gliene voglio anche io. Però penso che non lo prenderò mai più in considerazione per qualche mia storia in futuro. Il suo percorso narrativo lo considero concluso.
Verso la fine della prefazione, parli della mancanza di una tecnica narrativa consolidata e di un approccio punk che hanno caratterizzato la scrittura di questo romanzo, rispetto ai tuoi numerosi lavori successivi. So che non è facile, ma potresti provare a spiegarci cosa intendi? E quanto conta oggi quel bagaglio tecnico per te?
Come ti accennavo prima, la mancanza di internet non mi permetteva di verificare diverse cose e devo dire che neanche io mi curavo troppo di approfondirle fino in fondo come invece avrei dovuto. Anche se non rinnego in nessun modo l’atteggiamento creativo dell’epoca, sia chiaro, continuo a trovarlo molto romantico. Certo, oggi non farei mai più “suonare” una mia band letteraria in certi improbabili per quanto festival su e giù nell’Italia. E di sicuro farei più attenzione anche per quanto riguarda le loro trasferte all’estero. Diciamo che nel periodo in cui ho messo giù Despero pensavo soprattutto a lasciarmi trascinare dal “fuoco” di quello che avevo dentro e in questo risiede l’approccio “punk” al quale accennavi. Allo stesso modo, anche aver concepito quasi di getto prima l’inizio e poi la fine di questa storia senza curarmi troppo a livello progettuale di quello che ci sarebbe dovuto essere in mezzo rientra nello stesso atteggiamento. Ripeto, non ne sono affatto pentito, ma oggi lavoro diversamente, sono molto più scrupoloso, faccio ricerche e opere di verifica più approfondite.
La vicenda musicale dei protagonisti di Despero ha inizio alla fine degli anni Ottanta, quando la tua Bologna, ma in generale anche molte altre città italiane molto più piccole, vedevano la presenza di scene di riferimento (grunge, metal, punk, alternative) vive e caratterizzate da un senso di appartenenza che andava al di là delle “semplici” sette note. Questo aspetto, diciamo così, sociale quanto è stato determinante per la stesura del tuo romanzo? Oggi che le cose sono così profondamente cambiate, pensi che ci possano essere presupposti simili per scrivere un romanzo come il tuo?
Anche oggi chi viene a Bologna -immaginiamo un qualsiasi fuorisede di provincia- può trovare una quantità di posti dove si fa musica e arte. Pensiamo solo a tutti i locali e agli spazi che fioriscono dalle parti del ponte di via Stalingrado e dintorni, per fare un esempio. È una città “musicale”, arty, per elezione. Certo, alla fine degli anni Novanta o agli inizi del Duemila c’era molta più partecipazione umana intorno ai fenomeni musicali: se volevi, che so, parlare di Black Sabbath con qualcuno, dovevi necessariamente recarti in certe zone della città e incontrare gente. Oggi, con le chat dedicate e tutte le altre modalità di incontro che offrono la rete e la tecnologia, questo aspetto di condivisione fisica ha perso decisamente consistenza rispetto al passato. Inoltre ai tempi erano ancora attivi molti gruppi storici della Bologna Rock che magari oggi non ci sono più o hanno già vissuto la loro stagione migliore.
A proposito della tua città: quale pensi siano le caratteristiche fisiche, topografiche, umane e ambientali che la rendono un soggetto letterario così amato da scrittori, fumettisti e registi? E pensi che se non fossi nato all’ombra delle due Torri avresti fatto comunque lo scrittore?
Penso di sì, penso che se non fossi nato da queste parti avrei fatto comunque questo lavoro, anche se non riesco a immaginare fino in fondo quanto avrei potuto scrivere diversamente. La grande particolarità di Bologna è secondo me quella (citando alla lontana Guccini) di trovarsi un po’ in mezzo a tutto, di essere pianura e montagna, di collegare un po’ ogni parte dell’Italia grazie alla sua collocazione così centrale. È per questo che attrae da sempre una quantità enorme di studenti universitari ed è per questo che si rinnova continuamente nel suo modo di essere, anche se, inutile fare finta di essere diversi dagli altri, alcuni bolognesi non vedono propriamente di buon occhio questa perenne predisposizione all’apertura, allo scambio. E poi c’è anche il discorso “architettonico” che secondo me va considerato. Basti pensare ai caratteristici portici, alla loro capacità di proiettare le ombre, di regalare delle atmosfere dark, noir. Di sicuro è un posto con una sua spiccata identità che non ha grossi problemi ad agire sulla fantasia delle persone e delle persone che scrivono.
In questo libro il peso specifico dei dialoghi nell’intera costruzione narrativa sembra essere fondante, oltre che fondamentale. Quanta importanza attribuisci a questo elemento rispetto ad altri e di quanto labor limae necessitano per te per essere considerati definitivi?
Come scrittore, posso dirti che la cosa che detesto di più sono le descrizioni. Mi rendo perfettamente conto della loro funzionalità e della necessità di utilizzarle quando il racconto lo richiede, ma non mi piacciono certe “lungaggini” narrative, quando un racconto prende a paludarsi in modo eccessivo. Ed è per questo che ho sempre amato utilizzare i dialoghi e concedergli uno spazio importante nelle mie opere. E ho sempre amato che i miei personaggi parlino una lingua comprensibile, agganciata alla everyday life. Mi viene molto naturale scriverli, per fortuna, e nella maggior parte dei casi, quando arrivo alla fase di revisione di un romanzo, mi capita raramente di doverci rimettere troppo le mani.
Ti piacerebbe che un giorno Despero diventasse un film? E ne immagini il regista e il cast?
Certo che mi piacerebbe! Come regista vedrei bene Renato De Maria, che secondo me ha fatto un ottimo lavoro visivo su Bologna con Paz!, credo sarebbe
molto adatto. Nel cast non dovrebbe mancare mai Cesare Cremonini. E mi piacerebbe che ci fossero anche Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli (rispettivamente gli interpreti di Max Pezzali e Mauro Repetto nella recente Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883).
Tre libri (non importa se di narrativa o di saggistica) musicale che un lettore appassionato delle sette note non può assolutamente lasciarsi sfuggire prima di morire.
Uhm, molto difficile! Direi comunque Alta Fedeltà di Nick Hornby, Iron Man, la biografia di Tony Iommi dei Black Sabbath, e Life, quella di Keith Richards degli Stones. Anzi, no no!”, deve esserci a tutti i costi anche The Dirt dei Mötley Crüe! Nonostante sia io che Kabra non li sopportiamo granché, la loro biografia (come pure il film da essa tratto) è semplicemente pazzesca.
Che stai ascoltando in questi giorni?
Molto il nuovo album di Cisco. Poi la ristampa in triplo LP di The Whole love dei Wilco e poi A pound of Feathers, il nuovo, bellissimo album dei Black Crowes.