Una città che geme sotto il peso della luce artificiale e del silenzio dei desaparecidos.
Era il 2017, e Città del Messico respirava affannata tra l’eco dei colpi di pistola e il fruscio dei ricordi. La guerra della droga scivolava tra le vie come un’ombra lenta, eppure Aureliano Más Secondo, giovane scrittore, cercava di fermare il tempo. Cercava parole. Cercava sua madre. Scomparsa. Un’assenza che piega il mondo, che lascia correre la memoria tra vicoli e ricordi interrotti. Tra dipendenze e lettere mai spedite, Aureliano si muove come dentro un sogno rotto, inseguendo la storia della sua famiglia e la nascita dell’economia della droga negli anni Ottanta, quella che ha segnato tutti.
Pagine di silenzio di Diego Gerard Morrison – Mattioli 1885 – si muove tra memoria e invenzione, tra storia familiare e violenza pubblica, tra passato e presente. Diego Gerard Morrison non racconta solo ciò che accade: lascia vibrare l’assenza, lascia che il silenzio diventi sostanza, che la parola fermi il tempo. La sua scrittura non si limita a raccontare: si piega come luce sull’asfalto bagnato. Le frasi si interrompono: ogni pausa è peso, ogni parola è scelta, ogni immagine un dettaglio che diventa simbolo. La magia non esplode, si insinua lentamente. Il Realismo Magico qui è una lente, un modo di vedere l’ombra del reale.
Ogni pagina è un battito sospeso, ogni frase un piccolo terremoto. La sua prosa oscilla tra poesia e cruda precisione, tra elegia e cronaca. Non ci sono effetti gratuiti: la densità della lingua restituisce il peso del dolore, la fragilità dei legami, la tensione tra mito e realtà. È uno sguardo che taglia, che lascia bruciare dentro.
Pagine di silenzio è un atto di scrittura consapevole, un esercizio di memoria e di stile, un tentativo di catturare l’invisibile e renderlo tangibile. Morrison costruisce un mondo in cui il silenzio parla, la luce ferisce e la parola diventa respiro. Qui la scrittura non descrive: trasforma, imprime, sopravvive.
Nancy Citro
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Anche dopo che ho disfatto le valigie, il bungalow ha ancora un’aria cupa e minimalista, proprio come il mio studio da borsista a Città del Messico: il pavimento di legno scheggiato, la scrivania su cui è appoggiata la mia copia logora di Pedro Páramo, il mio manoscritto, ormai un groviglio di inchiostro rosso, insieme al romanzo di Rose. C’è anche un materasso rigido per terra, forse l’ennesimo invito al disagio e al torpore nel caldo torrido del mezzogiorno a Comala. Il sonno in cui sprofondo durante il giorno è di una calma oceanica, dove oceanica significa popolata da creature luminose che fluttuano in acque profonde e nere in cui non filtra la luce del sole: Rose, Nayeli, Chris e mia madre – tutti che si agitano nel mio sonno, disturbandolo.
Le ore dopo la mezzanotte mi risputano in una pozza di sudore raffreddato. La luce della luna cattura i movimenti delle tende in un modo così inquietante e
melodrammatico che quasi mi ritrovo a gridare per le congetture sardoniche stimolate da questo scenario.
Esco verso il chiarore lunare, un bagliore argentato dietro le colline su cui sono allineanti gli arbusti di caffè. Mentre mi dirigo verso la casa azzurra, il vento soffia forte tra le foglie e il cortile erboso è ricoperto di rugiada luccicante.
All’interno del soggiorno della casa azzurra, il fuoco sta ancora bruciando nel camino. Tutto è così immobile che quasi mi aspetto di sentire un corvo picchiettare con il becco sul vetro della finestra, ma l’unico suono che percepisco è il fruscio crepitante delle braci. Così cammino da una pozza di luce all’altra, lungo il corridoio, sopra il tappeto di fique, fino alla camera da letto di mio padre, dove la porta è aperta a sufficienza per permettermi di guardare dentro e osservarlo mentre dorme, con una mano sullo stomaco, russando così pesantemente che sembra voglia gareggiare con il ruggito del fuoco nel camino della sua stanza, la cui luce tremola su altre pareti vuote. Immagini evanescenti di un passato lontano o scene rielaborate dal romanzo di Rose attraversano la mia mente: mia madre sopra il divano viola, mia madre che accende un fiammifero davanti al camino.
Le immagini vanno in mille pezzi, distrutte dal ronfare selvaggio di mio padre, ed entro nella sua stanza. La leggera ondata di calore proveniente dal camino si fa più intensa una volta dentro, calore che diventa insopportabile, un’afa tropicale, una volta che mi ritrovo a camminare in punta di piedi verso la cabina armadio, dove alcune grucce con pochi vestiti appesi sono allineate contro la parete di fondo, e dove ci sono troppi ripiani per ospitare il guardaroba minimalista di mio padre. Sul fondo della cabina armadio, trovo una delle poche cose lasciate da lei: una toeletta con un trittico di specchi. Sedendomi sullo sgabello di fronte allo specchio centrale e spingendo le due ali che costituiscono gli specchi laterali verso l’interno, scorgo infinite immagini di me stesso – infiniti me spettrali – che sembrano ripetersi in eterno. Improvvisamente spaventato da questa visione traditrice, mi giro ed esco, passando la mano sui vestiti appesi alle grucce. Mentre sto per raggiungere la porta, la mia mano tasta un oggetto freddo e pesante su un pezzo di tessuto, un oggetto che, una volta che lo considero con più attenzione sembra essere la spilla del serpente a sonagli di mia madre. Sono tentato di accendere le luci per osservarla meglio, ma mi basta passare il polpastrello sulla sua superficie per sentire l’impulso di alleggerire il peso della gruccia, sfilando il blazer e gettandomelo sulle spalle prima di uscire.
Torno nel soggiorno, dove l’aria è più fresca. Il crepitio delle braci è più fievole ora, ma l’odore di legno bruciato filtra attraverso le mie narici con nostalgia, come se lei fosse ancora qui, una sorta di sostanza fumosa, intrappolata nell’aria, che va alla deriva in ogni angolo, adattandosi alla forma di ogni stanza.
In cucina, le pareti sono colpite dalla luce tremolante della televisione silenziosa, dove nella replica tardiva delle notizie del giorno un giornalista indica un grafico che traccia il numero crescente di sparizioni forzate.
Frugo in ogni armadio fino a trovare la bottiglia di tequila di mio padre e ne rubo un lungo sorso, sperando che possa aiutarmi a cadere in un sonno senza interruzioni.
Mentre esco dalla porta, niente suscita in me alcun ricordo: non le mangiatoie per uccelli vuote, non le nuvole che scivolano nel cielo, non i pendii illuminati dalla luna dei vulcani, nemmeno quello che potrebbe essere il becco di un uccello che batte sul vetro della finestra in cucina. Mi dirigo verso il bungalow, il blazer di mia madre caldo sulle mie spalle. Sopra le colline ricoperti di arbusti di caffè, una luna argentata sta sorgendo attraverso nuvole polverose, e nella mia mente, mi ripeto quelle parole: Un giorno tornerò per te, costi quel che costi.
Diego Gerard Morrison
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Courtesy of the author
Diego Gerard Morrison, Pagine di Silenzio (Mattioli 1885, 2025, pp.368, € 21,00, traduzione di Chiara Voltini Inizio modulo