Introduzione: perché Lacan?
Dimmi che esisto è un romanzo costruito sulla mancanza, sull’irrisolto, su una soggettività lacerata che cerca – nella parola – una forma precaria ma necessaria di esistenza. Non è un romanzo che racconta una “storia” nel senso classico, ma piuttosto un testo che interroga la struttura stessa del soggetto e il suo posto nel linguaggio, nella memoria, nel desiderio.
Proprio per questo, la lente lacaniana si rivela particolarmente adatta: Lacan non legge il soggetto come un centro psichico stabile, ma come effetto del linguaggio, diviso, mancante, desiderante. Il romanzo di Pascasi si può dunque leggere come un discorso che mette in scena l’io nella sua impossibilità a coincidere con se stesso, con il proprio passato, con l’altro. In questa lettura non ci interessa “spiegare” i personaggi, ma ascoltare cosa il testo articola come verità del desiderio.
Il titolo come domanda all’Altro
“Dimmi che esisto”
Questa frase, posta nel titolo, è già l’intero gesto del testo. Non è un’affermazione di identità, ma una domanda rivolta all’Altro – all’Altro come luogo del linguaggio, della legge, del desiderio. Il soggetto non dice “Io esisto”: chiede all’altro di riconoscerlo nel simbolico, di nominarlo, di dargli un posto.
In Lacan, il soggetto nasce solo quando entra nel linguaggio, e ogni ingresso nel linguaggio comporta una perdita originaria: non si entra nel simbolico senza rinunciare a qualcosa – alla pienezza, all’unicità, alla fusione con l’Altro originario.
Giulia – la voce narrante – vive proprio in questa condizione: sospesa tra l’appartenenza al linguaggio e l’impossibilità di dirsi pienamente.
Il soggetto come mancanza
“Ero tante, nessuna. A volte mi mancavo.”
Il soggetto che parla non è mai unitario, ma diviso, mancante a se stesso. In Lacan, il soggetto è effetto della castrazione simbolica: ha dovuto rinunciare a essere tutto, ha accettato di non essere il centro del desiderio dell’Altro, e da quella perdita ha preso forma.
La voce narrante non si riconosce nelle immagini che gli altri proiettano su di lei, né in quelle che ha costruito per sé. Vive in una molteplicità senza sintesi, in cui la domanda “chi sono?” resta senza risposta, perché il soggetto non è mai ciò che crede di essere.
Il trauma come punto reale
“Il corpo ricordava ciò che la mente voleva dimenticare.”
Il trauma, nel romanzo, non è evento ma struttura. Non è ciò che è successo, ma ciò che non si è potuto simbolizzare. Lacan chiama Reale ciò che resiste al senso, che resta fuori dal
linguaggio.
Il corpo, qui, è luogo di iscrizione del reale: ricorda senza raccontare, porta i segni di un vissuto che non può diventare racconto lineare. Questo è tipico della scrittura del trauma: si muove intorno al vuoto, senza mai attraversarlo.
Giulia non cerca la guarigione, cerca una forma per convivere con l’irrappresentabile.
Lo sguardo come oggetto
“Temevo più lo sguardo che il giudizio.”
In Lacan, lo sguardo è oggetto a, cioè quell’elemento perturbante che mostra al soggetto di essere guardato dall’Altro, di non essere padrone della propria immagine.
Temere lo sguardo significa temere la propria esposizione come mancanza, come errore, come crepa nell’immagine costruita.
Il giudizio appartiene al simbolico: è ciò che si può comprendere, articolare, contestare. Lo sguardo appartiene al reale: espone, senza spiegare, mette a nudo. Giulia teme questo: non di essere capita, ma di essere vista nella propria nudità psichica.
La prigione simbolica
“Una cella, priva di sbarre e serrature…”
Questa immagine, ricorrente nel romanzo, rappresenta la forma suprema del discorso dell’Altro interiorizzato: non c’è bisogno di costrizione fisica quando il soggetto è prigioniero del proprio Super-Io, cioè di quella voce che impone, comanda, colpevolizza.
In Lacan, il Super-Io è l’istanza che non smette di dire: “Godi!”. Il soggetto ne è vittima, ma anche complice. Giulia sa che la sua prigione non è materiale: è la struttura stessa del linguaggio che la incatena, la rete di aspettative, ruoli, proiezioni che le impediscono di esistere pienamente.
Scrittura come atto di esistenza
“Scrivere era l’unico modo per non sparifrasel
Nel discorso lacaniano, scrivere non è esprimere: è prendere posizione nel simbolico, lasciare una traccia di sé nel linguaggio dell’Altro.
Il soggetto che scrive è un soggetto che resiste alla dissoluzione. La scrittura non salva, ma segna. Scrivere è non scomparire, anche se resta la consapevolezza che ogni parola è inadeguata, differita, parziale.
Giulia scrive per dirsi che esiste, anche quando nessuno ascolta. La scrittura è ciò che resta, come resto del soggetto stesso.
L’amore come atto etico
“Amare era restare, anche quando nessuno restava.”
Lacan afferma che l’amore è dare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole. In questa frase, Giulia assume una posizione etica radicale: restare anche nell’assenza, anche senza reciprocità.
Non è un amore sentimentale, ma tenere aperto lo spazio del desiderio, senza pretendere di colmarlo. È una forma di resistenza silenziosa: non abbandonare l’Altro, pur sapendo che l’Altro non potrà mai colmare la mancanza.
Il silenzio come linguaggio
“Avevo imparato a parlare nel silenzio.”
Il silenzio, nel testo, è più che mancanza di parola: è condensazione di senso, modo altro di significare. Lacan direbbe che è ciò che eccede il significante, ma che continua a produrre effetto nel soggetto.
In alcuni passaggi, il silenzio è ciò che rende possibile la parola successiva. È pausa, sospensione, ma anche forma del dire quando il dire fallisce. Il silenzio di Giulia non è vuoto, è pienezza dell’indicibile.
Il lutto dell’identità
“Non sapevo più chi fossi, ma sapevo di non essere quella che vedevano.”
La perdita non è solo di una persona o di un evento passato, ma di un’immagine di sé. L’identità è vissuta come maschera che non regge più, come immagine riflessa nello specchio dell’Altro che non corrisponde.
In Lacan, il soggetto non è mai l’immagine che l’altro gli rimanda. E proprio in questo scarto nasce il dolore soggettivo, che però è anche l’unico luogo da cui può emergere una verità del sé.
Conclusione
Dimmi che esisto è un testo che interroga il lettore non con una trama, ma con una voce divisa, franta, reale. È un romanzo che non cerca la guarigione, ma la sopportazione della ferita. La scrittura non sana, ma nomina la mancanza, la rende visibile.
Letto con Lacan, questo romanzo mostra il soggetto come effetto del desiderio, del linguaggio e della perdita. È una voce che cerca il suo posto in un mondo simbolico che la eccede, e lo fa scrivendo contro il silenzio, scrivendo per non sparire.
Francesca Mezzadri