Dori Ghezzi inedita. Fabrizio De Andrè e il suo rispetto infinito per la donna

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Ho sempre ritenuto Fabrizio De André come uno dei miei migliori amici. Sin da piccolo – sin da quando giocavo comprendendo che qualcosa non tornava in quella contentezza obbligatoria da giardino recintato dell’infanzia – ho considerato Fabrizio De André un amico. C’è chi aveva un amico immaginario. Io avevo un “amico a 45 giri”. Ancora oggi mi domando spesso se un fantasma mi avrebbe creato meno problemi con la vita, se un amico immaginario con la sua trasparenza mi avrebbe fatto comprendere che la vita è immaginare di guardare. Fabrizio De André, invece, mi ha sempre raccontato quella favola straordinaria e misteriosa, dolorosa e da combattere, che è la vita. Non ho mai conosciuto De André di persona: ne ho avuto le possibilità ma sono sempre sfuggito per paura che quel mio amico a 45 giri, incontrandolo, diventasse un fantasma. Non so se oggi ne sono pentito: quello che è certo è che continuo a condividere con quello che è diventato un mio “amico fragile” la mia lotta contro i fantasmi della realtà. Ricordo che De André, quando gli chiedevano se si considerasse un cantautore o un poeta, rispondeva (parafrasando Benedetto Croce): “Fino ai 20 anni tutti scrivono poesie. Dopo i 20 anni le scrivono solo i poeti o i cretini. Io per precauzione preferisco considerarmi un cantautore”. È con piacere infinito che presentiamo un ricordo inedito che Dori Ghezzi ha voluto regalare a Satisfiction. Parla delle donne nella poesia di Fabrizio, di quell’immenso amore per la vita che, non a caso, è una parola femminile. Ringraziando la Fondazione Fabrizio De André Onlus, una delle poche in Italia che davvero regala ogni giorno cultura ovunque, lascio il microfono d’inchiostro a Dori Ghezzi.

Gian Paolo Serino

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Dori Ghezzi

A volte mi chiedo che faremmo noi senza gli uomini e, soprattutto, che vita farebbero gli uomini senza le donne. Dico questo perché la difficoltà vera mi sembra stia nel fatto che non a tutte le donne può capitare la fortuna di incontrare uomini che abbiano le idee ben chiare sul vero rapporto tra uomo e donna – l’unica diversità ben accetta e indiscutibile, vivaddio, è quella sessuale, ovviamente anatomicamente parlando. Ho già detto in altre occasioni di non aver mai sentito l’esigenza di appartenere al movimento femminista poiché ritengo che ogni donna individualmente possa essere in grado di trovare la sua misura e la sua posizione di rispettosa eguaglianza. Ciò non toglie che riconosca i diritti conquistati nel corso del tempo – dal movimento delle suffragette a quello femminista degli anni Settanta – tanto da non sapermi spiegare come mai troppe ragazze negli ultimi tempi non hanno saputo godere di certi presupposti acquisiti, e non capisco bene se per scelta o fino a che punto a causa di questo rigurgito maschilista. In ciascuno di noi convivono aspetti maschili e femminili. Forse occorrerebbe guardare più spesso a quell’equilibrio e provare a universalizzarlo. Nella scaletta del primo tour teatrale di Fabrizio che si è svolto tra 1992 e 1993, i brani dedicati alle donne e quelli dedicati agli uomini erano raggruppati e divisi tra primo e secondo tempo, tanto che il tour, chiamato originariamente In teatro, venne quasi da subito ribattezzato Uomini e Donne. Fabrizio naturalmente durante il concerto spiegava la natura di questa scelta, dicendo che l’aver deciso di dedicare la prima parte del concerto al mondo femminile rappresentava una sua “carenza”. Diceva: “Per una mia difficoltà nel comprendere e nel riuscire a intravvedere comportamenti simili fra gli uomini e le donne. Ho sempre pensato alla donna come emblema del sacrificio e tra questi emblemi del sacrificio tre mi sembrano fondamentali: il sacrificio della maternità, una malattia che il maschio non conosce e che dura ben più di nove mesi da quanto osservo; il sacrificio della prostituzione, che attraverso il dolore può anche diventare santificazione secondo il mio punto di vista; e un altro tipo di sacrificio, un altro tabù che viene osservato non solo in Paesi diversi dal nostro ma anche nel nostro, ed è il sacrificio della verginità”. Spesso concludeva questa sua riflessione con alcune battute dicendo, appunto, che “di battute sul conto delle donne se ne possono fare molte, si può dire per esempio che gli scapoli le conoscono molto meglio degli sposati, altrimenti si sarebbero sposati… Si può dire, riferire, forse quella che è la battuta più feroce, fatta da una donna, a scapito delle sue colleghe di sesso, ed è di una certa Madame De Staël, un’intellettuale della fine del Settecento. Quando le chiesero: “Ma lei signora che cosa ne pensa della condizione femminile?”; lei ripose: “Io sono molto contenta di non essere un uomo, altrimenti mi sarebbe successo di sposare una donna”.

E poi Fabrizio aggiungeva: “Sugli uomini si può dire molto di peggio, ovviamente. Perché laddove io con i miei occhi vedo la donna come il simbolo del sacrificio, con i miei stessi occhi vedo invece l’uomo, vedo noi, come simbolo della prevaricazione, tante volte associata all’optional della violenza”. Parte di queste riflessioni nacquero dalla lettura di un libro molto caro a Fabrizio, Il matrimonio illustrato di Gesualdo e Giovanna Bufalino. Su quelle pagine appuntò una bozza di “discorso da concerto” un po’ diversa rispetto alle parole prima riportate: “Perché aver diviso le donne dagli uomini: per onestà intellettuale; è la dichiarazione di una sconfitta. Per quanto io abbia cercato l’eguaglianza nei comportamenti degli uomini e delle donne, non mi è mai riuscito di trovarla. Ma quel che è peggio è che mi sono accorto che laddove eguaglianza ci fosse stata mi sarebbe apparsa strana se non addirittura ripugnante (il caso di Giovanna D’Arco): mi sono reso conto di essere anch’io, al pari delle donne, vittima di una cultura maschilista che mi ha sempre impedito di accostarmi a loro, libero da pregiudizi soprattutto di natura sessuale. Da bambino pensavo che le donne in mezzo alle gambe avessero un mostro che mi avrebbe fatto a pezzi poi, avanti negli anni, a quel mostro mi sono talmente affezionato che l’idea di conquistarlo faceva passare in sottordine qualsiasi altro tipo di approccio umano: voglio dire che se una donna mi attraeva fisicamente facevo di tutto per riuscire a farci l’amore, se non mi attraeva le voltavo le spalle e preferivo andare a chiacchierare con un amico. Non sono mai riuscito a diventare veramente amico di una donna il che vuol dire non essere riuscito a conoscerle se non parzialmente”. Se queste parole possono sembrare l’ammissione di una sconfitta, in realtà sono una dichiarazione di rispetto per la libertà individuale, di uomini e di donne, che inevitabilmente sono complementari come le tessere di un gigantesco, perpetuo, puzzle d’amore.

Dori Ghezzi