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Douglas Stuart anteprima. John figlio di John

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“Cal ricordava di aver sentito Shockie dire a Beady che questo omosessuale era proprio ciò che i cattolici si meritavano, essendo per natura dei papisti pedofili che decoravano le loro chiese come palazzi russi.”

È in libreria John figlio di John di Douglas Stuart (Mondadori 2026, pp. 480, € 23,00 con traduzione di Carlo Prosperi).

John-Calum, detto Cal, dopo aver studiato moda ad Edimburgo ritorna al suo villaggio nell’isola di Harris nelle Ebridi per occuparsi della nonna. E subito iniziano tensioni tra Cal e il padre fino a sfociare nella rissa. Un racconto sulla vita delle persone nelle piccole comunità, dove ognuno è diverso da quello che sembra e il giudizio degli altri pesa come un macigno.

Cal torna dopo una fuga non riuscita: “Non diceva che aveva trovato lavoro presso un gruppo di donne albanesi che pulivano i cessi schizzati di vomito del Negociants e del Rose Street Pub. Né che quando era andato a ritirare la prima busta paga si era visto trattenere metà della somma per gli stracci e i detersivi, e altre sette sterline e mezzo per la custodia del mocio e del secchio.”

Con la vergogna per un mondo in rovina: “Avrebbe voluto raccontargli delle condizioni pietose dell’industria tessile scozzese, che la Pringle of Scotland ormai era in mano ai cinesi, che la Barrie Knitwear continuava a licenziare, che Innerleithen era una città della manifattura tessile senza più manifatture. Ma poi guardò le spalle incurvate del padre, l’indice ricoperto di calli per i decenni passati a spingere la pesante navetta del telaio, e con un sospiro tornò a voltarsi verso il mare.”

E il ricordo di un racconto ancestrale: “Una volta John gli aveva raccontato che nella notte dei tempi la luna e la Terra erano unite come amanti e che, quando si erano separate, la luna aveva dato alla Terra il bacio d’addio proprio in corrispondenza di quella cava. I cocuzzoli delle colline erano spolverati di granato, e quelle erano le lacrime della luna cadute sulla Terra.”

Douglas Stuart racconta il dramma di chi fugge, di chi torna e di chi resta e di quanto siano difficili tutte e tre le cose. Racconta il peso della famiglia e della propria natura e il peso dell’amore che sa vivere di nascosto.

Douglas Stuart sarà per la prima volta in Italia a Mantova il 12 settembre al Festivaletteratura 2026 con Mario Desiati.

Carlo Tortarolo

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Cal ripensava a quell’ultima conversazione mentre il traghetto ondeggiava con il suo tremendo rollio. Soppesò nel palmo la pasticca di ecstasy. Chissà come sarebbe stato prenderla con lo stomaco in subbuglio. Se avesse calcolato bene i tempi, l’effetto si sarebbe esaurito proprio al momento di bussare alla porta di casa. Voleva arrivare con l’umore sereno, insensibile a quella morsa che gli stringeva il petto appena intravedeva la piccola casabianca appollaiata sul mare.

Ingoiò la pasticca e la accompagnò con un sorso di sidro.

Mentre il traghetto prendeva il largo borbottando, Cal si girò a guardare il porticciolo che si allontanava. Per tutti gli anni dell’università aveva dovuto spiegare agli scozzesi del continente come mai, pur essendo un isolano, non sapeva nuotare. La gente di città lo trovava assurdo. Sembrava che sul continente tutti prendessero lezioni di nuoto nell’acqua acre, tiepida e adulterata di una piscina, come se quella calma artificiale potesse prepararti al mare capriccioso e implacabile che aveva di fronte.

Non sembrava nemmeno agosto. La pioggia cadeva obliqua, spinta da uno di quei venti di ponente che accelerava le onde e rallentava le imbarcazioni. Con la baia sempre più distante, tra le nuvole si aprì un raro varco e il cielo grigio si squarciò sopra la città. Le case scintillarono in quella breve finestra di sole, sfidandolo a tornare indietro. Cal si rannicchiò sul sedile del ponte e si calcò il berretto sulle orecchie.

Le batterie del walkman si erano scaricate durante il viaggio in pullman fino a Glasgow. Cal non aveva alcuna intenzione di comprarsi un lettore cd. Aveva dedicato tutta la giovinezza a raccogliere quelle canzoni, ascoltando religiosamente le trasmissioni di John Peel e di Pete Tong, registrando i brani direttamente dalla radio con un cuscino avvolto intorno allo stereo portatile e una coperta contro la fessura alla base della porta. Si rigirò le batterie tra le dita e ne leccò i poli, nella speranza di una resurrezione. Funzionarono per un’altra mezza canzone, prima che la voce di Siouxsie Sioux si impastasse per poi andare incontro a una morte lenta e ubriaca.

Nel pacchetto gli restavano sei sigarette umidicce. Ne prese una e, proteggendola con l’altra mano, la accese. Fece un unico tiro. La trovò particolarmente amara, così la tenne a distanza chiedendosi se avrebbe fatto in tempo a bruciare completamente prima che fosse la pioggia a spegnerla. Per il momento resisteva.

Aveva dormito poco o nulla da quando aveva lasciato Edimburgo il pomeriggio precedente. Dovendo per forza arrivare a Uig di buon’ora per prendere l’unico traghetto diretto a Harris, era partito dalla capitale in pullman e aveva fatto tappa a Glasgow, evitando i pub del quartiere di Partick dove agli isolani piaceva riunirsi. Poi aveva preso un altro pullman diretto a nord, verso le Highlands, ed era arrivato a Fort William dove di nuovo si era tenuto alla larga dagli esiliati delle isole, lontani conoscenti che gli avrebbero volentieri aperto la porta di casa offrendogli un pasto caldo e un divano per dormire. Invece aveva preferito bruciarsi gli ultimi soldi guadagnati con le pulizie e aveva passato la notte su una branda in un ostello per escursionisti, sentendosi immusonito e derelitto.

Al mattino era partito per l’isola di Skye, aveva raggiunto Uig nell’estremo nord ed era salito sulla nave che lo avrebbe portato dall’altra parte del mare. Autobus urbano, pullman, altro pullman, ostello, altro pullman imbarcato sul traghetto a Kyle of Lochalsh, altro autobus, quest’altro traghetto, autobus di Harris e, infine, l’ultima lunga camminata: per arrivare a casa avrebbe impiegato quasi venti ore, un giorno intero per percorrere meno di cinquecento chilometri.

Soffiò sulla punta della sigaretta ancora accesa. Sentiva gli occhi pesanti, nell’attesa che la pasticca facesse effetto. Elencò mentalmente le cose di casa di cui aveva sentito la mancanza: il silenzio, Doll Macdonald, il mare. Poi le cose che aveva il terrore di ritrovare: il silenzio, Doll Macdonald, il mare.

La pioggia si raccoglieva in svariate pozzanghere sui sedili, pozzanghere che diventavano piccoli oceani a mano a mano che il traghetto arrancava attraverso il Minch. Si strinse nel giubbotto e guardò le onde muoversi avanti e indietro.

Scaldato da un vittimismo sempre più denso, provò un risentimento oleoso nei confronti di suo padre, un rancore deplorevole verso il corpo invecchiato di sua nonna, ma questi sentimenti erano venati anche di vergogna. Per il proprio egoismo, per la riluttanza a prendersi cura di chi in passato si era preso cura di lui.

credit (c) Clive Smith 

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