È in libreria Il Dizionario del Festival di Sanremo di Eddy Anselmi (Coniglio Editore 2026, pp. 620, € 28,00).
Non è un libro: è un archivio emotivo travestito da strumento di consultazione. Un’opera che finge di essere neutra e metodica ma è profonda come i libri pericolosi, perché mette in fila i vivi e i morti senza chiedere permesso.
Anselmi compie un’operazione apparentemente umile: registra. Ma chi registra davvero, governa il racconto.
Non è l’agiografia del Festival come macchina scintillante, ma la sua anatomia umana: corriere all’alba, spartiti spiegazzati, carriere finite prima di cominciare, vite che hanno incontrato l’Ariston come chi scende dal treno sbagliando stazione.
È una contabilità morale della canzone italiana. Dentro non c’è solo chi ha vinto, ma soprattutto chi non ha vinto mai e proprio per questo ci ha accompagnato per anni.
È un libro che ci pone di fronte una verità semplice e crudele: Sanremo non è il successo, è il suo tentativo.
Lo stile di Anselmi è sobrio, nessuna frase cerca l’effetto. Ma ogni voce funziona come una scheda clinica dell’Italia: provenienze sociali, scuole, mestieri, deviazioni, abbandoni. La storia del Festival diventa la storia di un Paese che ha sempre cantato mentre lavorava e che, scambiando la ribalta per riscatto sociale, spesso ha perduto entrambi. Il colpo più riuscito è l’aver spostato il baricentro: non Sanremo come evento, ma Sanremo come esito. Prima c’è la disciplina, il mestiere, la gavetta, l’umiliazione. Dopo c’è quasi sempre il silenzio. Al centro, poche serate che decidono tutto o niente.
Non è un libro nostalgico perché qui la nostalgia sarebbe un vizio. Questo è un atlante della selezione, del potere che decide, delle filiere editoriali, discografiche, televisive. Chi lo leggerà cercando i soliti nomi avrà perso un’opportunità. Il vero racconto è nelle voci minori, nei passaggi laterali, nelle carriere interrotte. Lì il Festival rivela la sua natura più autentica: non è una gara, ma una prova generale di esistenza. Un dizionario che, senza celebrarlo, espone Sanremo e l’Italia che lo guarda.
Carlo Tortarolo
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L’album di famiglia
Ci sono libri che si leggono, e libri che si sfogliano come una vecchia scatola di fotografie: riconosci volti, trovi somiglianze, ti ricordi che “la zia è stata a Sanremo”. Questo che avete tra le mani appartiene alla seconda categoria.
Nel 2009 avevo inserito il primo Dizionario degli interpreti e degli autori nella mia opera dedicata a Sanremo: registrava 58 edizioni e 1.698 canzoni in concorso. Oggi, grazie a Coniglio Editore e alla lungimiranza di Enrica Daugè e del direttore editoriale Christian Calabrese, questo dizionario torna sugli scaffali dando conto di 75 edizioni del festival e degli interpreti e autori di 2.185 canzoni in concorso.
Diciassette anni dopo, abbiamo aggiornato l’album di famiglia. Le voci sono diventate 2.828: 1.374 quelle di cantanti e gruppi, 1.269 quelle di autori e autrici, 185 di presentatori e presentatrici, conduttrici e conduttori, valletti e vallette (anzi, co-conduttori e co-conduttrici). Ma in questo dizionario, al di là dei numeri, contano i luoghi, i mestieri, le scuole, le traiettorie ostinate.
Questo Dizionario del Festival non vuole essere un feticcio per collezionisti, ma un atlante umano: attraverso tutte queste biografie spalmate per oltre un secolo – gli autori più anziani nascono a fine Ottocento, la più giovane di questa galleria è Sarah Toscano, classe 2006 – la nostra storia e quella del nostro Paese si dipana quasi ovvia. Questo album di famiglia di Sanremo non nasce in Riviera. Arriva in Riviera.
Prima di quelle tre o cinque serate, c’è un’Italia che prova, sbaglia, studia, risparmia, che sale su un mezzo e trasporta strumenti da un palco all’altro. Questo libro racconta la preistoria quotidiana dei cantanti e degli autori di quelle canzoni che, solo dopo, diventano “canzoni di Sanremo”. Sono le loro biografie a diventare storia: non quello che hanno fatto al Festival, ma quello che hanno fatto prima e dopo il loro soggiorno, o quello delle loro canzoni, nel ponente ligure (c’è chi a Sanremo ha mandato le sue canzoni ma non c’è mai stato).
Prima del palco del Festival – ieri quello del Salone delle Feste, una volta quello del Mercato dei Fiori della Valle Armea, oggi del Teatro Ariston –, c’erano il Conservatorio e l’università. Corridoi lucidi, pareti in vernice dipinta, metronomi che scandiscono il tempo, solfeggio e armonia come grammatica dell’italiano cantato. Allievi che stringono tubi di cartone e cartelle giganti con dentro partiture, pianoforti che di sera suonano più piano – per rispetto del custode e per pudore. La disciplina forma l’orecchio, educa la mano, insegna a stare dentro una forma. È un romanticismo concreto: non il mito del genio, ma il mestiere.
La mattina presto, il torpedone: la giacca migliore, gli spartiti sulle ginocchia, la campagna o la montagna dietro il finestrino. In città ci sono la lezione, l’audizione, la radio locale che forse passa la cassetta, la SIAE dove si chiede come si fa, il negozio di strumenti in cui si provano dieci volte le stesse corde. La corriera riporta a casa con una scala nuova da studiare e un sogno che – invece di consumarsi – diventa concreto.
Poi viene la stagione delle cantine. Ragazzi di provincia che si fanno crescere i capelli come i Beatles, che riportano dal capoluogo il disco dei King Crimson. Sale di cemento grezzo, odore di umidità, pannelli insonorizzanti fatti con il cartone delle uova e ricoperti di iuta o di cartone telato, batterie smorzate con gli stracci, cavi che si aggrovigliano. Si litiga su una sillaba, si riaccorda una chitarra, si registra un’idea su una cassetta.
C’è chi suona nelle sale da ballo: luci calde, insegne al neon, poster dei prossimi complessi in programma. È il giudizio più rude e più sincero. Se quella canzone non vuota la pista, se si diverte chi ha lavorato tutto il giorno ed è venuto per ballare, forse è ben ora di andare a Milano, o a Roma, o a Napoli, a farla ascoltare a quel discografico.
La scena si sposta negli anni, nelle cucine e nelle camerette: un computer portatile diventa studio, una scheda audio pagata a rate è la porta d’ingresso. Non ci sono più strumenti, ma consolle audio che restano accese tutta la notte, come un videogioco – meglio di un videogioco. Ieri gli spartiti, gli editori, il pensiero; oggi mille officine digitali dove si campiona il mondo e lo si rimette in tempo. La canzone nasce prima come file, per prendere vita poi – se funziona.
Il nostro focus è sugli autori e sulle presenze: chi ha firmato tante canzoni, chi è tornato, chi ha cambiato squadra, grammatica, stile pur di restare in conversazione con il proprio tempo. I piazzamenti sono le copertine dei libri e i manifesti dei film; tutti i partecipanti sono le pagine di un volume e i fotogrammi di una pellicola. Ci sono i maratoneti che hanno gareggiato quindici volte o firmato cinquanta brani, e ci sono tantissimi “giocatori tristi che non hanno vinto mai” ma hanno riempito vite – le nostre – con canzoni che non chiedono permesso o un premio per fischiettare.
Questa raccolta di biografie è un lungo e complesso mosaico di piccoli romanzi di formazione, che si possono dividere in tre stagioni. Per primi, una fase che termina negli anni Sessanta, l’epoca di chi scrive “di mestiere” per la casa editrice, pensando agli orchestrali e alla buona metrica dei versi come un dogma. Quindi, una seconda stagione, che arriva fino all’inizio degli anni Novanta, dove domina la formazione entusiasta autodidatta, dei figli le figlie del rock’n’roll, del beat, dell’esplosione delle radio libere, performer che diventano autori. Infine, il presente, dove la serietà e la programmazione professionali sono nuovamente al centro, carriere iniziate in istituti tecnici o scuole di specializzazione, autori che sono anche producer, arrangiatori, molti dei quali passati di nuovo da una stagione al Conservatorio.