EDGARDO FRANZOSINI. IL POETA ARTHUR CRAVAN PRENDE A PUGNI L’ARTE

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Edgardo Franzosini è tra i più raffinati e geniali scrittori italiani contemporanei. Tra i pochi a sapere cosa vuol dire scrivere e a dimostrare con ogni suo libro cosa vuol dire leggere. Tradotto con successo in Francia, Spagna e Germania, ammirato tra i tanti anche da Antonio Tabucchi, è uno di quei rari scrittori capaci di rimanere impressi oltre l’inchiostro della pagina scritta. Non è tipo da piegarsi alle mode e segue un proprio percorso che disvela un grandioso e coerente progetto letterario.

In questo inedito racconta e introduce Arthur Cravan. Una strategia dello scandalo

Arthur Cravan

Maria Lluïsa Borràs in questi giorni in libreria per raffinatissima casa editrice Johan&Levi. Una biografia che racconta un poeta che per sostenere la propria rivista letteraria Maintenant -di cui era editore, direttore, redattore, notista, corrispondente- combatteva come pugile e con i soldi guadagnati la stampava e la vendeva per le strade di Parigi usando un carretto da ortolano. Arthur Cravan fu poeta, pittore, critico d’arte, conferenziere e pugile ma anche raccoglitore di arance nelle piantagioni della California, pescatore di merluzzi al largo di Terranova, conducente di taxi e ricattatore: tutte attività che interruppe perché come lui stesso scriveva era attratto dalla “meravigliosa vita del fallito”.

Nato a Losanna nel 1887, nipote di Oscar Wilde, il suo vero nome era Fabian Avenarius Llyod poi trasformato in Arthur (come Rimbaud) e Cravan (come il paese d’origine della sua amante). Adorato da Cocteau e André Breton, paragonato dal poeta Blaise Cendrars a Novalis e Rimbaud, ricordato da Apollinaire come intellettuale che “fa a pugni con i suoi ricordi e i suoi mille desideri”, eroe che ispirò ad André Gide il protagonista del romanzo I sotterranei del Vaticano, mentre per Vaneigem, sociologo francese tra i fondatori del Situazionismo, “Arthur Cravan è stato il campione del mondo di nichilismo e ha dato corpo alla sfida di Arthur Rimbaud contro la civiltà.

Gian Paolo Serino

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Sull’origine del termine “Dada” si è scritto e detto molto. Nel corso di un secolo sono state espresse sull’argomento diverse ipotesi ed è persino fiorita qualche leggenda (una delle più suggestive l’ha formulata Hugo Ball, tra i fondatori, peraltro, del movimento, secondo il quale Dada, in realtà, non doveva essere considerato altro se non l’acronimo del nome di Dionigi Areopagita, il santo vescovo patrono di Atene e Crotone, ripetuto due volte).

Se l’origine e il significato del nome rimangono ancora piuttosto oscuri, nessuna incertezza è ammissibile sulla data, l’anno 1916, e sul luogo che ha visto nascere il Dadaismo e che ha assistito alle sue prime lunari e irriverenti manifestazioni: Zurigo. Nel caso volessimo poi metterci sulle

tracce di uno tra i suoi possibili precursori dovremmo, curiosamente, fare tappa di nuovo in Svizzera. A Losanna per la precisione, dove nel maggio del 1887 viene al mondo Fabian Avenarius Lloyd, meglio noto negli ambienti artistico-culturali, così come in quelli sportivi dei primi del Novecento, con il nome di Arthur Cravan. Nell’opinione di molti sono stati infatti i suoi scritti, ma a maggior ragione, forse, alcuni suoi atteggiamenti – a vario titolo eccentrici, irregolari, provocatori – ad anticipare e annunciare il Dadaismo.

Ed è proprio con una “Cartolina di Losanna” che prende avvio la biografia di Maria Lluïsa Borràs dedicata alla vita di Cravan che, pubblicata in Spagna e in Francia alla metà degli anni novanta del secolo scorso, viene ora finalmente tradotta in italiano. Un libro al quale non è mai mancato il

gradimento di tutti i cultori e gli appassionati del poeta dai capelli più corti del mondo; una cerchia ormai non più cosi ristretta e in moderato ma costante aumento. Ricordo ancora con quale curiosità, all’epoca, mi misi per la prima volta a sfogliarlo – delle vicende di Cravan sapevo poco o nulla – e in che stato di eccitazione, di euforia arrivai all’ultima pagina. I suoi punti di forza erano, e rimangono tuttora, l’ampiezza della documentazione, il notevole e originale apparato di immagini e di fotografie, e la meticolosità della ricerca (manca, è vero, qualsiasi accenno a Sophie Treadwell, una delle tre donne che dovettero confrontarsi con quella che Arthur definiva

la propria “funesta pluralità” – la propensione cioè ad amare più persone contemporaneamente –, ma solo perché il legame e la corrispondenza tra i due sono rimasti, sino a poco tempo fa, sconosciuti e inediti).

Partendo, come si è detto, da Losanna e seguendo l’inquieto peregrinare di Cravan, il suo ossessivo desiderio di prendere tutti i treni e tutte le navi, la Borràs guida pazientemente il lettore attraverso un itinerario che dall’Europa arriva sino alle Americhe, passando per Parigi, Barcellona, New York e Città del Messico. A Parigi Arthur, la cui corporatura sfiora i due metri d’altezza e supera ormai i cento chili di peso, oltre a diventare, in circostanze piuttosto accidentali, “campione francese dei mediomassimi categoria novizi”, inizia a entrare in contatto con diversi e importanti esponenti del mondo artistico-culturale.

Maria Lluïsa Borràs, che si è occupata a lungo e approfonditamente delle cosiddette “avanguardie storiche” e ha pubblicato alcune notevoli monografie, tra le quali spicca quella consacrata a Francis Picabia, ricostruisce con cura e con evidente passione la trama di quei rapporti. Rapporti che,

a causa del temperamento di Arthur, del suo gusto per la provocazione e lo scandalo – ma è probabilmente più corretto parlare, come fa l’autrice, di calcolata “strategia” –, si risolveranno, non di rado, in scontri, liti, diverbi che culmineranno in una sfida a duello, poi rientrata, da parte del mite Guillaume Apollinaire. Maintenant – la rivista letteraria in cui Cravan, oltre a esserne il fondatore, riveste le funzioni di editore, direttore, redattore, notista, corrispondente, e che egli stesso vende per strade e piazze utilizzando un carretto da ortolano – sarà la tribuna dalla quale accendere e alimentare puntualmente queste polemiche.

Lasciata Parigi, un luogo in cui, a suo parere, l’arte viveva ormai di furti, di furberie e di intrallazzi, Cravan raggiunge Barcellona. Nella città catalana il pugile-poeta ha l’occasione di incrociare i guantoni con Jack Johnson, qualche tempo prima campione mondiale dei massimi, in un match a commento del quale, più di tutte le altre, valgono forse le parole di André Breton, secondo cui l’incontro doveva essere considerato uno dei momenti più importanti della storia del Surrealismo. È in quel periodo che Arthur conosce e stringe amicizia con Francis Picabia. Tra i due, come sottolinea la Borràs, l’affinita e profonda. Entrambi sono irrequieti, volubili, eccessivi.

Si ritroveranno qualche mese dopo a New York, e Picabia introdurrà l’amico nel salotto di Walter e Louise Arensberg, facoltosi collezionisti e mecenati che si circondano di artisti e intellettuali, molti dei quali, come Marcel Duchamp, Man Ray o Henri-Pierre Roché, provengono dall’Europa.

Sarà Duchamp a invitarlo a tenere una conferenza alla Society of Independent Artists. Un’occasione che Arthur coglierà al volo per dare un saggio delle proprie qualità di conferenziere brutale, spogliandosi davanti al pubblico sino a rimanere, salvo un cache-sexe, completamente nudo.

La vita di questo uomo fragile e violento, volgare e raffinato secondo il quale il genio era solo una esorbitante manifestazione del corpo si concluderà, come sappiamo, in circostanze misteriose. Maria Lluïsa Borràs sceglie a questo proposito la condotta più saggia. Evita cioè di dare credito all’una o all’altra delle molte e stravaganti congetture che si sono diffuse a riguardo (scomparso nelle acque del golfo del Messico o in quelle del Rio Grande, assassinato in un dancing o alla frontiera degli Stati Uniti…).

E così, dopo aver esaminato ancora alcune lettere, alcuni documenti, finisce per riconoscere l’impossibilità o meglio, forse, l’inutilità di far luce su una vicenda tanto tortuosa ed enigmatica.