Eduardo Savarese, Il Tempo di Morire

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Eduardo Savarese, Il Tempo di Morire

È sempre difficile parlare della morte, si tratta di un tema che spaventa, da cui volentieri si rifugge perché va contro a tutto quello che sentiamo di essere, carne sangue e ossa che si muovono attraverso questa vita, l’unica che conosciamo e di cui troppo spesso, erroneamente, pensiamo di avere il controllo.

Eduardo Savarese nel suo libro intitolato Il Tempo di Morire (Wojtek Edizioni, 2019, pp. 164, euro 14,00) ci ricorda che c’è un tempo per morire per ognuno di noi, andando letteralmente a dissezionare il tema della morte: ritroviamo dunque pagine toccanti ed evocative su morte prematura, improvvisa, suicidio, eutanasia, nutrizione artificiale, dignità e santità della morte.

Il testo è un misto di narrativa, saggio e trattazione autobiografica che riesce nel difficile intento di dare un contributo importante sul tema, in vista del raggiungimento dell’obiettivo più caro all’autore, quello di creare una cultura della morte: « C’è bisogno di una cultura della morte – si trova scritto nelle ultime pagine del testo – per accedere a una morte dignitosa, per godere di una morte santa ».

La morte ad ogni modo continua ad essere un tabù per molti, rappresentando un non luogo, dove svanisce ogni traccia dell’umano essere e vi è completa assenza di fisicità e sconfitta totale.

Meglio un cane vivo di un leone morto, si legge nelle Ecclesiaste, il che rende bene l’idea di come la maestosità del leone che incute rispetto e timore in tutta la foresta, diviene nulla al cospetto della fine della fisicità e materialità. Il passo, riportato nel libro, è così commentato dall’autore: «Il leone morto perde gli attributi della leonità ed entra a fare parte delle tenebre dell’indistinto. Al confronto di questa nullificazione, molto meglio il più modesto cane, che lecca le briciole del suo padrone, senza regalità e maestà ».

Meglio la vita che la morte, insomma, meglio quello che viene considerato, per la giustizia degli uomini, nelle carte fondanti dei diritti umani, il diritto supremo alla vita.

Diverse inevitabilmente le parti giuridiche, rivolte all’analisi del tema della morte (Savarese è magistrato e studioso di diritto internazionale); vengono citati per esempio i casi di dj Fabo, Piergiorgio Welby, Eluana Englaro (che morì dopo 17 anni di stato vegetativo) tutte vicende, quelle appena elencate, che hanno ampiamente diviso l’opinione pubblica portando all’attenzione della cronaca il diritto alla morte inteso come scelta di porre fine alla propria vita senza accanimenti terapeutici su corpi già provati da cure invasive. Che poi non si tratterebbe di diritto a morire, come ci spiega Savarese a p. 102, piuttosto di diritto di escludere un dovere di vivere, « come stabilito dalla Corte di Cassazione che ha formulato tale principio di diritto, fondato sul diritto alla salute e sul libero, consapevole consenso a ogni forma di trattamento sanitario, anche se da ciò derivi la morte ».

Il libro è scritto in una prospettiva laica e religiosa insieme (l’autore è cattolico), ed è questa la caratteristica che personalmente mi colpisce; nonostante o forse più propriamente grazie, al credo personale, l’autore con questa operazione riesce completamente nell’intento di dare un contributo necessario all’argomento della morte.

Si trova scritto nelle ultime pagine: «Vorrei poter guardare in faccia l’avvicinarsi della morte. Poter esprimere la mia volontà sul dolore che provo e non intendo provare; sulle cure che, dopo un accurato confronto con il mio medico, la mia coscienza ritiene di non voler accettare. Vorrei poter contare sul riconoscimento della libertà di non essere attaccato, privo di coscienza, a una macchina che mi nutre e mi fa respirare…Vorrei che, infine, il passaggio possa conformarsi, nei limiti del possibile, alla mia volontà. E che questa volontà obbedisca alla mia coscienza. Ovunque essa abbia origine».

Recensione a Il Tempo di Morire di Eduardo Savarese (Wojtek Edizioni, 2019, pp. 164, euro 14,00)

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