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Elena Francesca Beccaria anteprima. La gioia nel silenzio. Come ho scoperto il mondo dalla vita di clausura

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C’è un interrogativo che, più di ogni altro, possiede la forza di scalfire le architetture retoriche con cui il nostro tempo celebra il successo: sei felice? È attorno a questo interrogativo implicito che si organizza la voce di suor Elena Francesca, monaca clarissa dal 1987 e oggi abbadessa del monastero di Santa Chiara a Roma; una voce che persuade per densità esperienziale e precisione del tono. La sua prosa si muove in uno spazio liminare, dove il linguaggio rinuncia alla retorica dell’eccezionalità per farsi strumento di scavo, capace di restituire la complessità di un’esistenza apparentemente compiuta e insieme segnata da una mancanza ineludibile.

In La gioia nel silenzio. Come ho scoperto il mondo dalla vita di clausura (Marsilio 2026, pp. 272, € 18,00), l’autrice rovescia le categorie dominanti attraverso una lingua che non polemizza mai apertamente con il mondo, ma ne sospende le evidenze. La gioia di cui scrive è mostrata nella sua dimensione feriale, come pratica quotidiana, come esercizio di condivisione e di fedeltà. Anche la preghiera e il silenzio vengono restituiti con una scrittura concreta, mai astratta, lontana tanto dal lirismo quanto dal moralismo. Il testo, senza mai assumere il tono del manifesto, mette in crisi il paradigma dell’autorealizzazione come accumulo di risultati e propone, attraverso la propria postura linguistica, un’altra idea di libertà: la concentrazione su una verità interiore che domanda ascolto e coerenza.

La scrittura non procede per strappi o rivelazioni improvvise, ma per un lento processo di chiarificazione. Non c’è enfasi nella narrazione del “prima” — studi, relazioni, prospettive professionali — bensì una sobrietà che ne evidenzia l’insufficienza senza mai trasformarla in giudizio. È proprio questa misura stilistica a rendere credibile il racconto: la voce dell’autrice non cerca di dimostrare, ma di testimoniare, lasciando che sia il lettore a percepire la dissonanza tra pienezza esteriore e inquietudine interiore. Il silenzio, nella pagina, non è soltanto un tema, ma una vera e propria strategia compositiva. Il momento decisivo — l’ingresso in chiesa — è narrato senza alcuna concessione allo spettacolare: la scrittura rifugge l’illuminazione improvvisa e privilegia invece il lessico dell’accoglienza, della quiete, di un senso che si lascia abitare più che possedere.

Ciò che domina è una scrittura che non cerca consenso, ma condivisione di senso; che non offre risposte consolatorie ma che cerca di abitare le domande. Ed è proprio questa qualità formale, questo rigore discreto della parola, a consentire al testo di parlare al nostro tempo con una lucidità silenziosa e duratura.

Nancy Citro

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La mia famiglia sapeva che frequentavo il monastero di Perugia e facevo regolarmente visita a una monaca che mi aiutava a mettere a fuoco il mio cammino. E non era sfuggita la portata dei cambiamenti nel mio stile di vita.

In quel periodo un frate cappuccino che mi seguiva nel mio percorso mi aveva regalato la biografia di Santa Teresa di Lisieux, Storia di un’anima. Sulla copertina di quell’edizione era riprodotto un fotogramma di un film sulla sua vita che era uscito in quegli anni, il taglio dei capelli prima di indossare il velo, probabilmente perché più d’effetto. Avevo preso l’abitudine di leggerne qualche pagina prima di dormire.

Una sera mia madre entrò in camera mentre lo tenevo in mano. Si sedette sul letto accanto a me e senza mezzi termini mi chiese: «Dimmi la verità. Vuoi entrare in monastero?»

«No. Perché lo pensi?»

In quel momento era quella la mia verità, il mio era un no sincero. Non ero ancora del tutto convinta che la clausura sarebbe stata l’esito finale della mia ricerca.

E invece qualcun altro aveva già compreso: «Se ti vedessi con i miei occhi, capiresti che ci stai pensando». Non dimenticherò mai quella risposta di mia madre: era stata raggiunta prima di me dalla verità della mia vocazione.

E quando me ne resi conto, quell’estate stessa, proprio a lei per prima comunicai la mia scelta.

Dopo una settimana a Perugia, feci rientro nella nostra casa al mare, dove lei mi aspettava. Quella sera a cena discutemmo. Fu un confronto molto acceso e non ci lasciammo bene. Seppure avesse già percepito la realtà della mia vocazione, sentirselo dire con chiarezza era stato per lei un duro colpo. Ci salutammo per la notte, entrambe molto agitate, e non chiudemmo occhio.

La mattina dopo avvenne qualcosa che non mi aspettavo. Mi affrontò subito, lasciandomi a bocca aperta: «Elena, sono gli ultimi mesi che vivi a casa. Non voglio passarli a discutere, a litigare. Fai la tua strada. Anzi, se hai bisogno, dimmelo. Se posso esserti di aiuto, lo farò».

Parole lucide, pronunciate con serenità ma anche con molta sofferenza, perché il nostro è sempre stato un rapporto molto stretto e trascorrevamo tanto tempo in compagnia l’una dell’altra.

Fu l’unica a non porre condizioni.

Sebbene entrambi i miei genitori si siano comportati con grande maturità, mio padre – la seconda persona a cui lo dissi – avanzò una richiesta: prima di prendere una decisione affrettata, avrei dovuto quantomeno concedergli di farmi incontrare una persona con la quale voleva avessi un confronto.

Mio fratello invece aveva altri timori. Era più preoccupato del mio equilibrio psicofisico. Temeva che non mi fossi resa conto di quella fase di fragilità e che potessi farmi condizionare, che quella scelta fosse una reazione a un momento di fatica che non avevo saputo gestire. Ma alla fine anche lui si rasserenò, chiedendomi solo di avere l’onestà e l’umiltà di tornare indietro se mi fossi resa conto di aver sbagliato. […]

Al di là della stretta cerchia dei familiari, nessuno capiva, nessuno sembrava poter accettare quell’ipotesi che si faceva via via sempre più concreta. Persino tra gli stessi cappuccini soltanto uno mi appoggiava apertamente. Gli altri trovavano imprudente che fossi arrivata a quella scelta tanto radicale in così poco tempo. […]

Gli inviti alla prudenza si alternavano agli appelli di chi mi esortava a prendere in considerazione la possibilità di vocazioni meno radicali. Io però non riuscivo a vedere quelle alternative come il giusto compimento di ciò che sentivo. Solo la clausura mi avrebbe dato la certezza di poter raggiungere ciò di cui avevo sete, regalare la mia vita al Signore in assoluta gratuità, senza alcun ritorno! Con un solo gesto, avrei detto tutto quello che mi premeva dire: “Il Signore è degno della mia vita, tutta intera!”

Avevo comunque accettato il colloquio che mio padre mi aveva procurato a Roma con don Mario Picchi, il fondatore del Ceis, Centro italiano di solidarietà, un sacerdote di Tortona che da tempo viveva nella capitale e aveva fondato una rete di comunità che si occupano di reinserimento sociale dei giovani disagiati.

«È dalla tua parte» mi disse mio padre. «È un prete. Confrontati con lui.»

Confortata da quella rassicurazione mi recai a Roma, ma mi trovai di fronte a un ennesimo attacco: «Sei di famiglia borghese, e stai compiendo una scelta borghese. Sporcati le mani, vieni con noi in Bolivia sei mesi, a lavorare con i poveri. Al rientro ne riparliamo. Io a gennaio parto, spero che tu sia dei nostri. Se dopo aver fatto quest’esperienza sentirai che il tuo desiderio di entrare in monastero è rimasto intatto, il monastero sarà ancora lì ad aspettarti».

Era tutto molto logico. Di nuovo, quello che non quadrava era l’inquietudine che tornava a farsi sentire in me prepotentemente.

Era il periodo di Natale, intorno al 20 dicembre.

Tornai a casa completamente destabilizzata. Se ne accorse, ancora una volta, mia madre: «Non so cosa è successo, so solo che sei partita serena e sei tornata angosciata».

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