«L’uomo non è mai uno solo.», è un’affermazione di Herman Hesse che ritorna in testa, per qualche astrusa coincidenza mnemonica, mentre chiudo l’ultima pagina del romanzo in esame.
Che si tratti di un lupo della steppa chiamato al cospetto del suo subconscio o di una ventenne universitaria che non sa dove sbattere la testa, la sostanza cambia di poco: è vita, il motivo delle nostre tribolazioni, sempre e soltanto vita, un terreno di crepe impreviste e subitanei smottamenti. Sembrava dovessero incendiare il mondo si colloca idealmente in questa stessa frattura: quella di un soggetto che non riesce a ricomporsi e riconoscersi in unità, che vive come campo di forze contraddittorie e spesso inconciliabili.
«Io sono in obbligo da sempre nei confronti della vita, anche solo per l’errore del mio stesso concepimento e non ho tempo per nulla, figuriamoci per farvi da colf.»
Lasciatemelo dire, anche a rischio di peccare di imparzialità: in più di un passaggio queste pagine mi hanno chiamato in causa o almeno, io, mi sono sentito chiamato in causa. Eppure sarebbe tuttavia riduttivo attribuire questa risonanza al solo contesto ferrarese (città in cui sono nato e vivo tuttora), o alla prossimità anagrafica tra chi scrive e l’autrice. Non si tratta di semplici coincidenze geografiche o demografiche, ma di un sottotesto ben più stratificato, che potremmo riassumere, semplificando, in un persistente senso di solitudine e di inadattamento alla vita.
«Quando i miei amici collezionavano le gommine del Mulino Bianco io avevo già la serie completa di tutte le mie delusioni peggiori.»
Carlotta, la protagonista, avverte la gravitas di questo fardello fin da giovanissima, e forse è anche per questo che la sua crescita è segnata da un impegno costante, quasi ossessivo, in ogni ambito della vita. Una necessità più che una scelta, se si vuole evitare di soccombere crescendo con una madre autoritaria, non priva di egoismo e un padre assente, poco più che una figura fantasma. Ne derivano regole ferree autoimposte fin dall’infanzia, uno studio disciplinato senza concessioni e, appena possibile, una triplicazione del lavoro (cameriera, insegnante di ripetizioni, organizzatrice di eventi), per mantenere l’università e, insieme, tenere la giusta distanza da una famiglia in cui a stento si sente accettata.
La scelta della prima persona per parlarci di tutto questo è decisiva e radicale. Carlotta non cerca mai di rendersi simpatica, né di costruire un’immagine coerente o moralmente accettabile di sé. Al contrario, il romanzo fa della contraddizione, dell’autosabotaggio e dell’aggressività difensiva (passivo-aggressiva, ça va sans dire) il proprio motore. La sua voce è iper-razionale e insieme viscerale, capace di analisi lucidissime e di improvvise cadute nell’istinto, nel venefico sarcasmo, nella crudeltà. È la voce di una ragazza che sta crescendo ma anche quella di una donna che porta già sulla pelle le cicatrici dell’età adulta. Questa oscillazione continua genera una tensione narrativa costante: il lettore è costretto a restare dentro la mente della protagonista senza appigli esterni che ne attenuino il giudizio. Una scelta, va detto, tutt’altro che scontata nel panorama editoriale attuale spesso fin troppo incline ad appiattire ogni asperità in personaggi infallibili, politicamente corretti e inattaccabili. Al contrario, Carlotta, con le sue spigolature e le sue ottusità emerge e risplende di un realismo materico, convincente, capace di coinvolgere (e convincere) senza scivolare nella facile autocommiserazione.
«Potrei dire di non accorgermene, e invece so bene quando arriva il momento in cui posso ancora tirarmi indietro, e il respiro che prendo è solo quello per darmi maggiore slancio per annientare la persona che ho davanti.»
Siamo negli anni 2000, il terzo Terzo Segreto di Fatima è appena stato rivelato, assieme a un pronostico di tarocchi emblematici che disorienta le piste eppure a noi interessa soltanto sapere quale sarà la prossima mossa di Carlotta: ecco la macchina narrativa in funzione, ecco una storia che ha una voce nonostante la sua struttura non sia lineare ma stratificata per ritorni, anticipazioni e riprese tematiche. Il presente incerto e mai romanticizzato è quello di una qualsiasi studentessa universitaria: esami da sostenere, debiti da saldare, attriti con i coinquilini, un ragazzo segnaposto e quel padre assente che all’improvviso si ridesta. Prima sarà un incontro (fortuito?) nel vagone di un interregionale poi sotto forma di telefonate, infine in presenza, e porta scompiglio in un quotidiano che già di suo basterebbe a destabilizzare la maggior parte dei fuorisede.
«Ho cinque minuti di tempo per mettere da parte la disperazione e accettare che gran parte del problema sono io, per quella che sono: una truffa.»
Carlotta è tosta, Carlotta è testarda, Carlotta è autentica anche se lei stessa si definisce un prodotto difettoso, il risultato di aspettative mancate. Ma Carlotta è anche estremamente intelligente e soprattutto ironica. Ogni sua considerazione è intrisa di un pragmatismo tagliente che si trasforma ben presto in un’arma di difesa, e di attacco. Il linguaggio è il luogo in cui esercita il controllo che le manca altrove. Carlotta parla molto, i suoi dialoghi spesso sono fiumi di cinismo in cui annegare i propri interlocutori. I suoi amici lo sanno bene e il romanzo lavora con grande precisione sul fallimento delle relazioni: la coppia logorata (Riccardo), l’amicizia come spazio di proiezione e invidia (Cinzia), la convivenza domestica come microcosmo di accettazione e inaspettata riscoperta (Denise e Antonio).
«Sono gelosa di quell’amore vissuto con la naturalezza e la meraviglia che io non riesco a provare.»
Formazione, dunque, ma anche ritrovamento e grande, grandissima consapevolezza. Elisa Andriano scrive un esordio che in sè già contiene il respiro di un’opera matura. Scegliendo una Ferrara agrodolce e introspettiva, l’autrice ci dimostra già dalle prime battute che non occorre un palcoscenico roboante per imbastire uno spettacolo dignitoso. Lo stile è uno dei punti di maggior forza del romanzo. La lingua è densa e capillare, a tratti spietata, alternando registri diversi, dal lirico controllato all’iperrealismo dialogico, dall’invettiva al dettaglio domestico. Le metafore sono frequenti, mai ornamentali e nascono sempre da un’osservazione materiale del mondo (l’aroma del caffè scaturito da una moka gorgogliante, il tepore sprigionato da una maratona di VHS…) funzionando in primis come strumenti narrativi e immersivi, più che sterili esercizi di stile.
Elisa si prende tutto il tempo per imbastire dialoghi dettagliati e carichi di sottotesti che riescono a restituire con grande verosimiglianza gli equilibri di potere esercitati nelle conversazioni quotidiane, soprattutto nelle liti, dove la protagonista, seppur giovane, mostra il suo lato più umano. Che si tratti di studenti insicuri, madri pragmatiche, padri impacciati o amici che sembrano sempre un passo più avanti di noi, la storia di Carlotta si fa ben presto manifesto collettivo di una inadeguatezza condivisa, trascinata negli anni.
«Non c’è una scala di valori universali, esiste solo chi può permettersi di avere una dannata scala, poi ci sono gli altri che decidono di volta in volta, sperando di farcela.»
Sembrava dovessero incendiare il mondo richiede al lettore di restare ben distanti da ogni confort zone, a comprendere le scelte di una protagonista resiliente, a rinunciare a una trama consolatoria seppure il romanzo esprima un calore e un’empatia tutta personale. In cambio offre uno sguardo lucido su una generazione sospesa, colta nel momento in cui le grandi narrazioni hanno già mostrato le loro crepe pur non essendo ancora state sostituite da alternative credibili. Un racconto di resistenza quotidiana, capace di riconoscere, nella precarietà dei legami, la loro essenza più profonda e, forse, anche la più umana.
«L’uomo non è mai uno solo», scriveva Hesse, già.
Ma quanta solitudine è in grado di generare?
Stefano Bonazzi
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Sembrava dovessero incendiare il mondo
Elisa Andriano
Clown Bianco
20,00 euro — 242 pagine