Stephen King in IT parla del buio come di “una forma accecante di non-luce”, che ridisegna e confonde i contorni della realtà.
Marguerite Duras, invece, parla di amori che hanno smarrito la prudenza, e che conducono chi li prova a commettere gesti impulsivi e feroci.
Emanuela Cocco, in questo suo romanzo, narra di alcune delle infinite e inconoscibili forme di buio, e di amori che hanno scelto la parte meno illuminata della strada. La storia è di quelle taglienti, che colpiscono una serie di punti morbidi tra la gola e il plesso solare, e costringono il lettore a uscire fuori da ogni comfort zone. Leggendola si ha la sensazione di galleggiare in un tempo alternativo, vivido e al contempo sottratto al quotidiano, dove la realtà è densa, vischiosa, fatta di corpi e del loro cadere greve, di schianto, senza leggerezza alcuna.
Una madre afflitta da una lieve depressione e che, dopo la separazione, cerca di rimettersi al passo. Il suo ex marito e padre delle sue due figlie è avvocato, ma lei vuole dimostrare a lui e al mondo giudicante e severo che può farcela, che è una madre premurosa che ha a cuore il benessere delle sue piccole, e il proprio. Così, per essere libera di lavorare, affigge volantini in un cinema alla ricerca di una baby-sitter per Beatrice e Maria Antonietta detta Toni. La baby-sitter si presenta con un mazzolino di fiori e le bambine mostrano di gradirla. La madre le lascia mentre stanno disegnando. Sarà l’ultima immagine di serenità che avranno.
Le piccole vengono rapite e scompaiono come inghiottite dalla terra. Solo Toni, alcuni mesi dopo, tornerà indietro, lacerata nel corpo e nell’anima, denutrita e torturata. Il vissuto è talmente doloroso che non esistono parole capaci di comunicarlo. Toni non racconterà a nessuno, né al padre, né alla polizia, né alla psicologa cosa sia davvero accaduto a lei e Bea. Una parte di lei non riuscirà mai a lasciare quella stanza buia.
Anni dopo Toni è un commissario di polizia assegnata alla sezione omicidi, dedita ad ascoltare il buio che promana dalle storie che le franano addosso. Vive nella casa dove viveva con la madre e con Bea, attenta a non toccare nulla della disposizione originaria dei mobili. Qualsiasi modifica, anche la banale riparazione di un elettrodomestico, comporterebbe una rivisitazione dello spazio, e lei vuole tenerlo integro quello spazio, intoccato, in una sorta di sacralità celebrativa, perché in quello spazio è stata una bambina felice.
Il suo vissuto la rende incredibilmente empatica e intuitiva nel lavoro, ma al contempo, la spinge ad avere una vita emotiva distaccata, persa in un altrove, in quello che i neuropsichiatri definiscono come “sogno disadattivo”, la reazione al trauma dei sopravvissuti. È come se Toni avesse due vite, una così vicina all’infanzia alla quale non può sottrarsi, dove la sequenza degli eventi traumatici si autoalimenta e diventa un ostacolo a vivere appieno la vita reale.
In una Roma afosa, sommersa dalla calura agostana, con un cielo così azzurro che a guardarlo fa male agli occhi, Toni e la sua squadra, iniziano a indagare su quattro omicidi, due coppie, una più giovane, un’altra più anziana, vicini di casa da poco, massacrati a colpi di pistola, esplosi a distanza ravvicinata. La scena del crimine suggerisce una rapina con esiti più gravi del previsto.
Alice e Samuel erano giovani e innamorati, agli inizi della convivenza, e lei aveva appena scoperto di essere incinta e non aveva ancora trovato il modo di dirlo al compagno. Samuel era un attore, confinato nella zona grigia delle giovani promesse non realizzate appieno. Era bello, da fare invidia, e Alice aveva lasciato il fidanzato storico e la sicurezza di un tranquillo matrimonio borghese, per lanciarsi nella relazione con lui. Succede così quando ti innamori, cammini sollevata da terra e sei disposta a rischiare ogni certezza.
I loro vicini più anziani, Maurizio ed Elvira, attesi al ristorante da una nipote, avevano vite irreprensibili.
Toni indaga i legami tra le vittime e chi diceva di amarli, e procede per sottrazione tra storie di alleanze disfatte, di tradimenti e di aspettative deluse. Un coro greco di supplicanti, le mani giunte e poi spalancate, quasi a chiedere misericordia.
Vediamo una generazione sconfitta di ragazze rassegnate a svolgere lavori usuranti e sottopagati, il desiderio doloroso di fuga, giovani tossici disperati, donne innamorate di uomini che le sfruttano. E soprattutto vediamo una Roma periferica, esausta, consumata dalla sua stessa storia, l’odore dolciastro dei rifiuti decomposti che ammorba l’aria, l’afrore di corpi non lavati mescolato al tanfo di urina dei senzatetto, contrapposta alla linda impersonalità di candeggiante industriale e plastica dei centri commerciali.
Questa è la vita vera, ci dice la Cocco, una vita lontana dal successo, la delusione una pianta corrosiva che consuma chiunque abbia avuto l’ardire di credere che l’amore sia una panacea universale. Perché, in verità, non è l’amore a condurti se ti trova degno, ma il Buio.
Quel Buio al quale ti consegnerai senza riserve, permeabile a ogni Sua richiesta. Arriverai ad amarlo come ami il tuo stesso sangue, il Buio, e gli obbedirai, come si fa con un padrone esigente, senza metterlo in discussione, ascoltando i Suoi comandi silenti e spietati, che al tuo orecchio risuonano come una canzone perfettamente intonata.
“Intanto che carica l’arma, i corpi esplodono nella mente. Nei suoi pensieri la morte li raggiunge in anticipo, così come l’ambizione agguanta le sue prede ancora prima di sfiorarle. Inavvertita, impensabile, la morte precede il suo sicario, decisa a impartire la lezione definitiva, che è separazione.
Ogni cosa è sola, ripete. L’uomo non separi ciò che Dio ha unito, è stato detto, ma era una bugia.”
Maria Maddalena Votta