Che cosa significa essere maschio oggi? È questa la domanda che attraversa Il maschio fragile (Mondadori 2025, pp. 144; €18,00) di Emi Bondi e Carla Emilia Ramacciotti, un’indagine che scende nei territori più nascosti della giovinezza maschile, tra inquietudini sottili e fragilità non dette.
I padri tradizionali, un tempo colonne di autorità e sicurezza, sembrano scomparsi, dissolti in un tempo che corre troppo veloce. I nuovi modelli di mascolinità — attenti, empatici, emotivamente presenti — sono ancora germogli incerti, in attesa di crescere. E così i giovani uomini si muovono su un terreno che vacilla: fragilità e aggressività camminano fianco a fianco, solitudine e bisogno di approvazione diventano compagni silenziosi, sempre presenti.
Bondi e Ramacciotti intrecciano esperienza clinica, neuroscienze e psicobiologia dello sviluppo per mostrare come iperprotezione, assenza di figure autorevoli e invadenza dei social abbiano plasmato un maschile fragile, insicuro, vulnerabile. La loro autostima non nasce più dal dentro, ma dallo sguardo degli altri: dai like, dalle conferme immediate. Quando quel riflesso esterno manca, esplodono ansia, rabbia, gesti che non sono forza, ma paura di non essere abbastanza. Non a caso, in queste crepe interiori si annidano molti episodi di violenza di genere, quando la donna viene vista come estensione di sé e non come soggetto autonomo.
Il libro non si limita a diagnosticare. Scava nella famiglia, nella società, nella crisi della paternità: senza padri presenti, senza adulti che sappiano dire “basta” o “ci sono”, i figli crescono privi di strumenti per affrontare frustrazione, autonomia, relazioni. La pedagogia narcisistica — dove il valore del figlio serve a confermare quello dei genitori — sostituisce quella patriarcale, lasciando i maschi sospesi tra aspettative impossibili e desiderio di appartenenza.
Eppure, Il maschio fragile non è un libro di rimpianti. È un invito. Bondi e Ramacciotti indicano la strada per una nuova grammatica del maschile, capace di accogliere vulnerabilità, responsabilità e ascolto. Una grammatica che libera i giovani uomini dagli stereotipi restituisce loro relazioni autentiche e, insieme, equilibrio alla società. Non parla soltanto di uomini: parla di umanità, di futuro, e del lento, fragile lavoro di costruire sé stessi in un mondo che cambia troppo in fretta.
Nancy Citro
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In molti ragazzi si osservano, ancor di più negli ultimi anni rispetto alle ragazze, segnali come il ritiro improvviso dall’attività sportiva, l’evitamento dello
spogliatoio, l’ossessivo confronto con i coetanei, oppure il ricorso compulsivo alla palestra o al controllo alimentare: tutte modalità attraverso cui si cerca di ristabilire un senso di padronanza su un corpo che viene percepito come inadeguato, goffo, troppo lento o troppo esposto. È il caso, per esempio, di Antonio, 15 anni, che smette di nuotare perché «troppo magro» e teme di essere preso in giro dagli altri; oppure di Giorgio, 17 anni, che comincia ad assumere integratori e a passare ore in palestra, nel tentativo di «guadagnarsi» un corpo virile che lo faccia sentire finalmente all’altezza delle aspettative, proprie e altrui. La maturazione adolescenziale trasforma il corpo infantile in un corpo sessuato, potenzialmente generativo. Come abbiamo visto poco sopra, nel maschio questa trasformazione è spesso più lenta e discontinua rispetto alle coetanee femmine, e può essere vissuta con un senso di vergogna, frustrazione o disorientamento. Molti ragazzi si trovano così in una condizione di «ritardo percepito», che accresce il senso di inadeguatezza e mina l’autostima. La sessualità emerge come una forza nuova, carica di desiderio, ma anche di idealizzazioni, paure, confusione. Costituisce un terreno fragile e ambivalente, spesso attraversato da domande che rimangono senza risposta, da una ricerca di conferma più che di relazione. Alcuni giovani riferiscono di vivere la sessualità in modo «prestazionale», temendo di «non essere abbastanza», con una forte ansia da prestazione che li paralizza e li inibisce. Altri, invece, raccontano di relazioni sentimentali vissute in modo superficiale, quasi difensivo, in cui il contatto emotivo autentico spaventa più dell’atto fisico in sé. La costruzione dell’identità personale (tra cui l’identità sessuale) nei maschi passa spesso da un corpo che non sentono ancora del tutto «loro», che cambia, chiede, si impone, che non si limita a essere luogo del desiderio, ma diventa campo di battaglia contro insicurezze, aspettative interiorizzate e modelli maschili idealizzati. La difficoltà a decifrare questo corpo nuovo può tradursi in chiusura, isolamento, acting out, oppure in ipercompensazioni narcisistiche, che rispondono al bisogno urgente di riconoscimento e conferma. Identificare e accogliere queste difficoltà, offrendo ai ragazzi uno spazio in cui il corpo possa essere pensato, raccontato e non solo agito, è uno degli snodi fondamentali per accompagnarli nel loro percorso verso l’età adulta. Lo scarso controllo razionale tende a enfatizzare l’aspetto emotivo, rendendo l’adolescente particolarmente vulnerabile a stati d’animo intensi e spesso altalenanti. In questa fase dello sviluppo, l’immaturità della corteccia prefrontale, ancora in via di consolidamento, rende difficile regolare in modo efficace le emozioni suscitate da eventi interni ed esterni. Questo squilibrio tra una forte attivazione emotiva e una debole capacità di modulazione razionale può tradursi in comportamenti impulsivi, reazioni esagerate e una percezione amplificata di sé e degli altri.
Tale fragilità emotiva può generare insicurezza, in particolare nei contesti in cui l’adolescente si percepisce esposto al giudizio della famiglia, dei pari, dei social, in una fase in cui l’identità personale è ancora fluida e in costruzione. Il bisogno di appartenenza e di riconoscimento, unito alla difficoltà di integrare un’immagine stabile di sé, può sfociare in un’acuta ansia da prestazione, che investe vari ambiti come quello scolastico, sociale, corporeo e relazionale. Il confronto costante con modelli ideali o idealizzati può far emergere un senso di inadeguatezza, che rischia di consolidarsi in uno sguardo critico verso di sé. In assenza di strumenti maturi per rielaborare queste emozioni complesse, il giovane tende a viverle in modo totalizzante, lasciandosi travolgere dal momento, senza riuscire a metterle in prospettiva. L’identità, ancora instabile, si costruisce così attraverso frammenti emotivi, esperienze provvisorie e riflessi esterni, rendendo il percorso di crescita incerto e a tratti doloroso. È in questo scenario che diventa essenziale il sostegno di un adulto, non tanto per evitare il conflitto o eliminare l’insicurezza, ma per offrire uno spazio sicuro dove queste emozioni possano essere nominate, riconosciute e trasformate in risorse evolutive.
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