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Enrico Messori. Sotto il manto di Elias

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In questa analisi esegetica, tenendo fermo lo sguardo critico suggerito dalla prefazione di Rino Caputo, si considerano gli aspetti formali, simbolici, affettivi e filosofici di questa raccolta poetica, in dialogo con i suoi nuclei portanti: lo spirito, la famiglia, la memoria, la cura, il linguaggio come mediazione.

Di grande impatto è il lessico famigliare quasi come archeologia spirituale; poesie dedicate a padre, figli, nonna, amici: simboli universali.

Una delle poesie più chiaramente legate al “lessico famigliare” è IL PADRE, dove egli è guida affettuosa e silenziosa lungo un cammino d’iniziazione alla realtà e al mistero. L’intero componimento è costruito come visione infantile trasfigurata, con rimandi pittorici (Courbet), medievali (“maniero”, “torrioni”), e boschivi (noce, quercia, tiglio), fino a comporre un vero itinerarium spirituale.

In GIULIA C. fortissimo l’uso anagogico: ogni immagine trascende il livello reale. Commemorazione di una figura giovane e radiosa, forse scomparsa tragicamente (come dimenticare quella Giulia?). La poesia è un’elegia celestiale, intessuta di purezza, arte, maternità e sogno. La ragazza è posta oltre la sofferenza, in una zona di luce e dono, che la rende simile alla giovane galiziana di Murillo – rimando iconografico alla fanciullezza santa e misericordiosa.

Il lessico volutamente limpido, “trasparente”, privo di toni cupi.

Con questa raccolta, Enrico Messori si conferma poeta di respiro profondo e orientamento interiore. La sua voce — già ben delineata nella precedente silloge — si affina ulteriormente, raggiungendo un equilibrio raro tra intensità emotiva, misura stilistica e profondità simbolica.

Il cammino che attraversa queste pagine è un percorso nei territori della memoria familiare, dell’esperienza del sacro, della fragilità umana, ma anche della tenerezza quotidiana. Temi archetipici come il Padre, il Figlio, la Morte, l’Amicizia, la Speranza si intrecciano con episodi concreti, volti reali, ricordi conservati come reliquie di senso.

Lo ha scritto con lucidità Rino Caputo nella prefazione: Messori costruisce un proprio “lessico famigliare”, che si nutre di parole semplici e dense, intrise di relazioni affettive e spirituali. Ogni figura nominata — il padre (“Con papà”), il figlio speciale (“Giovanni M.”), l’amica celeste (“Giulia C.”), il compagno scomparso (“Per un amico”), il nonno che si affaccia in sogno (“Speranza di futuro”) — non è solo un individuo, ma una presenza simbolica, depositaria di un tratto del vivere.

Messori, però, non si rifugia nella nostalgia. Egli scrive, piuttosto, per resistere alla dissipazione del tempo. I suoi versi sono come gesti: segnano, toccano, conservano.

Tra i meriti più evidenti della raccolta vi è la capacità di coniugare filosofia e delicatezza, spiritualità e concretezza. Il poeta non propone una fede dottrinale, né un’ideologia. La sua è una teologia laica del soffio, dove lo pneuma, il respiro vitale, aleggia sopra le vite, orienta i gesti, illumina i nomi. Come dice Caputo, Dio non abita le cose ma le attraversa. E così fa la poesia: non spiega, ma accompagna. Versi brevi, ritmo regolare e discorsivo.

Dal punto di vista linguistico, l’autore ci offre rime occasionali e finali in “-ini”, che danno leggerezza, allitterazioni e immagini musicali (“esiliati mandolini”).

È in questa prospettiva che la parola poetica può affrontare temi come la morte (“Supremus exitus”), la colpa (“In ritardo”), l’ingiustizia (“Per quanto tempo ancora”) senza mai scivolare nell’enfasi o nell’autocompiacimento. Al contrario, la lingua messoriana è umile, contenuta, precisa, ma sa farsi alta quando serve.

Un altro tratto notevole di questa raccolta è la capacità di trovare nel dettaglio l’universale. Un’ortensia, un vecchio giornalaio, un mandolino su uno sfondo urbano, un raggio negli occhi — ogni frammento può diventare icona del reale, se visto con l’intensità giusta. Messori guarda le cose come chi ha imparato che la poesia non inventa, ma rivela. Non crea mondi, ma restituisce luce a quelli esistenti.

Tra l’amore e la pena: una voce riconoscibile

L’insieme dei componimenti oscilla — come sempre nei poeti autentici — tra amore e pena, tra gratitudine e ferita. E tuttavia questa raccolta non è mai cupa. Anche nei testi più sofferti, come “Mancanza” o “Tenerezza sur le motif”, resta una nota di speranza sommessa, una fedeltà al vivente, che è la forma più nobile della poesia.

Lo stile, ormai riconoscibile, è il frutto di una lunga riflessione sulla parola. Il verso libero, con cadenze spesso prosodiche e colloquiali, è guidato da una musicalità nascosta, da una retorica della sobrietà che evita ogni deriva estetizzante. I riferimenti culturali — da Courbet a Bronzino, da Pratolini a Murillo — non sono citazioni decorative, ma chiavi di lettura integrate.

Vorrei soffermarmi sull’ omaggio a una figura femminile (figlia o giovane parente), è L’OCCHIO DI JEANNE in cui si intrecciano tre generazioni: nonna – io lirico – Jeanne. Il fulcro è un momento preciso, “quell’attimo” colto dalla nonna con una frase semplice e luminosa, “sei bella da vicino”.

Il ricordo è così vivido da emergere nel buio della notte come anticipo d’alba. L’occhio femminile diventa deposito di bellezza eterna. Il raggio “marino” è luce interiore che non si spegne, ma si fa compagna notturna. La poesia riflette il pensiero della prefazione: lo Spirito come traccia che rischiara, anche oltre la presenza fisica.

Il tono è lirico, mai enfatico. Sempre presente misura e pudore.

Varie sono le citazioni postmoderne integrate Bronzino, Murillo, Courbet, Pratolini → filtrati dalla memoria

Poesia come protezione e trasmissione Omaggi a bambini, memoria di affetti, parole che conservano.

GIOVANNI M. è dedicata a un bambino speciale, forse con disabilità comunicativa, che viene celebrato non per mancanza, ma per “altra via” di espressione. Il paragone con il Giovanni del Bronzino è chiave: un bambino nobile e solenne, ma qui rivisitato con umiltà e amore. Ricco di rimandi pittorici (Bronzino, “Pennello”, “iconografia”).

Lessico gentile, colmo di affetto: “balocchi”, “addolcita”, “accudita”.

Uso di parole-ponte: “suggello”, “altro”, “vero”, “cuore”.

Il bambino non parla, ma parla lo sguardo, parla la poesia. Messori lo celebra come “iconografia dell’Altro”, che resiste all’incomprensione. Il componimento si fa atto d’amore poetico contro la disattenzione e l’ignoranza sociale. Perfetta espressione della “tenerezza sapiente” evocata nella prefazione.

Questa sezione del corpus poetico conferma la coerenza profonda della voce di Enrico Messori. I testi non sono mai chiusi su sé stessi: la memoria è mezzo per aprire, la spiritualità è respiro di relazione, e il dolore – mai nascosto – è trasformato in parola densa, discreta, condivisibile.

Enrico Messori costruisce una “teologia laica dell’anima”, in cui i legami sono segni, e la poesia è gesto di custodia.

Il soffio e la forma: la poesia come custodia del vivente.

In un tempo saturo di linguaggio urlato e distratto, questa poesia rappresenta un invito all’ascolto lento, interiore. È una poesia che non cerca l’effetto, ma la comunione. Messori non mostra, ma accompagna; non giudica, ma osserva; non denuncia, ma suggerisce. La sua voce è quella di un pellegrino lirico, che ha raccolto i suoi passi nel mantello di Elia per restituirli in forma di canto.

E così, chi legge questi versi — magari riconoscendovi echi propri, affetti smarriti, speranze inascoltate — si scopre non più solo. La poesia, quando è vera, fa questo: custodisce, accoglie, salva.

In questa direzione, Enrico Messori ha costruito un’opera con aspetti formali, simbolici, affettivi e filosofici, in dialogo con i nuclei portanti della raccolta: lo spirito, la famiglia, la memoria, la cura, il linguaggio come mediazione.

Francesca Mezzadri

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E. Messori, Sotto il manto di Elias, Varese, Macchione Editore, 2025, pagg.60.

(www.enricomessori.it)

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