Enrico Palandri anteprima. Le condizioni atmosferiche

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Enrico Palandri, Le condizioni atmosferiche

Se non fossimo vittime della sindrome da Antonio Moresco, se tutti non vedessero Alberto Arbasino come un “venerato maestro” o in Ermanno Cavazzoni l’estroso scrittore naïf più da citare che da leggere, Enrico Palandri, insieme a Edgardo Franzosini, sarebbe il miglior scrittore italiano. Basti leggere Le condizioni atmosferiche – in uscita mercoledì per Bompiani (pagg. 786, euro 30) – che in unico volume raccoglie i romanzi Le pietre e il sale (Garzanti 1986), La via del ritorno (Bompiani 1990), Le colpevoli ambiguità di Herbert Markus (Bompiani 1997), Angela prende il volo (Feltrinelli 2000), L’altra sera (Feltrinelli 2003) e I fratelli minori (Bompiani 2010).

Sei romanzi su eventi storici e mutazioni sociali di grande portata: dal movimento studentesco del ‘77 al terrorismo politico, dal crollo del Muro di Berlino ai radicali mutamenti impressi alla società europea dal fenomeno globale della migrazione.
Soprattutto, però, cosa che accade sempre più raramente nella letteratura italiana è un’opera unica, una epopea letteraria che possono leggere tutti grazie a una scrittura poetica ma lontana da quella dei massimi complicatori di concetti semplici che tanto sembrano essere declamati (come Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo).

Anche per chi avesse già letto i romanzi, leggere Le condizioni atmosferiche in un unico volume è un’altra storia: ci si accorge del lavoro e del lavorìo di Palandri su ogni singola parola e ad ogni pagina si rimane sempre sorpresi quando ci si imbatte in frasi che non hanno tempo: “seguendo l’itinerario immaginario di quella caduta per un attimo pensai di essere finalmente giunto alla mia assenza” o “il mio vagabondaggio notturno , poi mi aprii un varco nella gola e chiesi a qualcuno un fiammifero”.

Come recita la quarta di copertina sono “pagine di un romanzo che corrono dietro agli eventi che ci trascinano fino alla conclusione e che pure non finiscono mai davvero”.

Perché le parole risuonano come uno strumento musicale e ascoltandole è come se leggessimo che “la giovinezza è piena di poesia, è il mondo che viene al mondo” nella definizione di Pier Paolo Pasolini, “è l’alba di un nuovo giorno”.

Qui ogni pagina è l’alba di un nuovo giorno, ma soprattutto al lettore non viene la voglia, come molti scrivono, di telefonare all’autore e di sentire la sua voce, ma di stringergli la mano. E questo, ai giorni nostri, non è davvero poco.

Come già ci si accorge in questo estratto concesso in anteprima da Bompiani per Satisfiction.

Gian Paolo Serino

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Non ero stato davvero triste a Venezia, non ero neppure certo di cosa era accaduto in quel lungo periodo di pellegrinaggi notturni o di incontri per lo più superficiali, che non mi avevano radicato nella città e anzi, mi avevano respinto. Quasi messo in viaggio. Verso qualunque città, dove voleva lei. Improvvisamente, come trovando una parola che avevo a lungo cercato, Pauline emergeva sempre più nitida, la rivedevo nella piazzetta, durante l’intervista, in costume di scena, e poi in quell’arrivederci in cui mi aveva fatto promettere di tornare ed ero eccitato. Poche ore e vengo da te. Fuggirò con te dal tuo incendio, le avevo detto, senza sapere cosa intendessi dirle. Canticchiavo, e la vita sembrava preziosa.

Il suo ultimo giorno a Venezia mi invitò lei a salire in camera. Disse che sarebbe partita per Parigi il giorno dopo. Me lo aveva detto per chiarire che non c’era un futuro ma io riuscii a dirle senza pensare che l’unico futuro per me era con lei. Allora lei sorrise e mi parve capisse, e quello era già il nostro patto, e non sarebbe finito perché quello che esiste non finisce.

Riconoscevo nel suo viso e sul suo corpo linee che avevo incise nell’anima, come i graffiti d’un prigioniero, e avrei voluto carezzarle, baciarle subito, ma temevo di vedermele svanire tra le mani, come un’ombra. C’era un po’ di imbarazzo quando ci avvicinammo. Anticipavamo tutti e due nell’immaginazione i gesti e le parole, e anche lei coltivava la gentilezza dei nostri modi come un giardino al cui interno si fosse ritrovata all’improvviso. Sperava andasse tutto bene. Mi ero presentato a lei come un corteggiatore delicato e quando me lo disse, usando proprio questo aggettivo, pensai a Zdena e mi chiesi se era una critica.

C’erano fiori ovunque nella stanza, quelli di quella sera e i fiori che le avevo regalato ogni giorno. Le carezzavo i capelli e seguivo le parole che diceva. Ci tiravamo fuori l’uno dall’altro e avevamo a volte paura che la nostra attenzione cadesse nel nulla o peggio, che si potesse non capire. “Faremo degli errori,” mi disse lei sorridendo. Non ci conoscevamo, e adesso ci conoscevamo. Un po’ alla volta e tutto insieme. Quindi anche lei vedeva il futuro, ed era qui. A un tratto non era più qualcos’altro, ma questo. Ha appena detto che domani va a Parigi, pensai, ma ha anche detto faremo degli errori. Non esiste futuro, esiste futuro. E il futuro è adesso. Non esiste, ed esiste.

Pauline, che stava con tanta disinvoltura davanti alle macchine da presa e sul palcoscenico, era in realtà timida e le sue erano frasi a metà, che io dovevo completare. Voleva superare una distanza che non sapeva abitare e io riconobbi subito quell’inquietudine. Come se chiedessimo a un altro di permetterci di abitare il nostro corpo, e il suo. Restammo per qualche momento uno di fronte all’altra: È tutto così fragile! pensavo, ma ci eravamo comunque abbracciati in qualche modo, potevo sentirle le ossa della schiena, i muscoli rigidi, nervosi.

You will need to glue me back together!” aveva detto lei ridendo, e anche io avevo riso, sollevato dal trovare in lei la stessa spigolosità. Poi eravamo rimasti in silenzio in un abbraccio lungo, ad aspettare che la solitudine finisse. Pauline si muoveva adagio, quasi in una lentissima danza, e io distendevo sulla sua schiena lunghe carezze e la seguivo. Volevo che nessuno l’offendesse mai più.

Mezz’ora fa,” diceva lei sottovoce, “cercavo ancora di capire chi eri, ora mi sembra assurdo non averlo sempre saputo.”

La guardavo in una spossatezza beata. Nel silenzio della solitudine di quell’ultimo, lungo inverno, sentivo aprirsi dei momenti sereni, come rivoli che venano un manto di neve con il canto quasi impercettibile della primavera che arriva. La ascoltavo mentre, un respiro dietro l’altro, entrava nel sonno. Sfioravo con un dito il profilo del naso, il taglio degli occhi, le ciglia, le carezzavo la testa senza svegliarla: avrei voluto fare il nido tra quei capelli, come un uccello. Ripensavo al vuoto in cui ero continuamente caduto negli ultimi tempi, il cielo stellato in cui avevo immaginato di perdermi, la paura di morire e di non morire mai, di consumarmi eternamente in uno strazio interiore che non sa affiorare, darsi alla vita, quel vuoto che in una paurosa vertigine, con un movimento perpetuo e regolare, aveva portato via dalla realtà tanti pezzi, uno alla volta, come la morte porta via la vita. Mi ero attaccato a questo morire come a un amore impossibile, con una tenacia straziante, lasciandomi trascinare dalla paura dopo le cose, dove avevo perduto il sonno e la pace. Vorrei essere un uccello e fare il nido tra i tuoi capelli, pensavo ancora, e annusando gli odori sconosciuti del suo corpo mi perdevo in un bosco incantato: in Pauline vedevo una lupa dal pelo morbido, un albero fiorito. Ogni istante brillava per me come fosse stato appena scoperto, sfioravo con le labbra la sua pelle e nel respiro discreto con cui lei raccontava il sonno riconoscevo il canto del torrente che in fondo al bosco precipita a valle. Mi lasciavo trascinare dalla corrente, sradicato finalmente dalle mie ossessioni, sentivo quei respiri nutrirmi e il sangue gonfiarsi nelle vene come una piena tra gli argini. Dormi adesso. Tu, non io, e io in te, io verso te. Che boschi, animali e fiu- mi fossero tutti raccolti in Pauline, che il mistero della bellezza fosse racchiuso nella sua carne e restasse sospeso a quel filo di fiato, così fragile e sottile, che a volte in una piccola vibrazione russava un poco, mi riempiva di uno stupore continuo da cui mi destavo guardandola e in cui guardandola tornavo a perdermi. I respiri correvano rapidi, uno dietro l’altro in quel che è trascorso, perduto per sempre, e che Pauline ogni volta sopravvivesse con me alla morte di questi istanti mi inteneriva d’una gratitudine ancestrale, come se lo stesso sentire, la mia àncora nel tempo, si sciogliesse in un esistere eterno.

Pauline aprì gli occhi e nell’azzurro delle sue iridi vidi il mare e il cielo, già così vicini, sentivo che mi diramavo verso lei come un fiume al delta. Marinai e capitani si gettavano in mare felici inseguendo il canto. Sapevo che avvicinandomi a quel mare che calmo riverberava di fronte a me con un leggero fluttuare, le parole perdevano senso, restavano nude e sospese intorno a noi come stelle, che lei sarebbe restata dentro e fuori di me senza che del suo misterioso canto potessi mai carpire il segreto, che in quel mare c’era tutto, e tutto si perdeva. Ero i miei marinai ma anche la nave vuota. Immaginavo di cadere in lei come quando la notte, spalancando le porte dell’universo, mi chiamava al suo vuoto infinito, alla sua infinita paura. Ma adesso non avevo paura, e quello spazio infinito non era il vuoto ma Pauline, il suo nome, le sue labbra, la sua anima. Nella penombra gli occhi brillavano vicini, i fiati si confondevano, in un abbraccio si toccava il miracolo di esistere.

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