ESTRATTO Geraldine Meyer, Mors tua vita mea

Home / Recensioni / ESTRATTO Geraldine Meyer, Mors tua vita mea

Il cuore dei racconti di Geraldine Meyer (Mors tua vita mea, i Quaderni del Bardo Edizioni, 2019, euro 10) pulsa nelle brevi e lucide occasioni mancate, nell’inciampo che rende tutto meschino, grottesco, misero. Con una scrittura scarna che non concede nulla allo svolazzo, Meyer confeziona quattordici scene in cui descrive, con la cattiveria di chi non sopporta i torti, il momento del crollo – come fossero cortometraggi che filmano l’istante di non ritorno e ce ne rendono testimonianza. Ogni racconto cita in esergo un passo di uno scrittore amato,che tutto raccoglie e spiega; e poi lo declina, lo aggiorna, lo fa rivivere. E allora spazio a Mark Twain per dire dell’ossessione del lavoro, della ricerca di sicurezza che spiazza e rende ciechi, quando bisognerebbe accorgersi del presente e accogliere il gioco della vita; largo a Fitzgerald e alla “colossale vitalità dell’illusione” di Gatsby, perché quell’illusione è qui momento di frustrazione che costringe alla fuga vigliacca; via libera a Faulkner che aiuta a decodificare la malattia (l’Alzheimer) e la morte come sollievo (c’è anche questo nell’animo umano quando è stremato dalla fatica e dal dolore del distacco); e poi troviamo Svevo, Mann, Steinbeck… fino ad arrivare a quattordici scrittori per quattordici racconti.

Cara Geraldine, ti auguro fortuna e ti auguro di incidere sempre più a fondo la tua denuncia, con lama affilata che non manchi il bersaglio dell’umanità,per sbozzarlo, quel mistero ulteriore (e per questo molto terreno) che è sostanza al nostro spenderci su questa terra. Come guardando a un albero secolare che resiste e ammaestra – come so che sempre fai nei tuoi pellegrinaggi- continua a farti nutrire dalla resilienza infinita, dalla bellezza che non stanca. A te, cara amica e compagna di viaggio, tutti i miei auguri.

Rossella Pretto

 

Pubblichiamo il racconto eponimo: Mors tua vita mea

#

Posso solo ricordare come mio padre era solito dire

che la ragione per vivere era arrivare ad esser pronti

per restar morti molto a lungo.

«Mentre morivo», William Faulkner

 

L’ascensore non funzionava. Di nuovo. Carmelo non ebbe nessuna reazione. Sul suo viso non comparve neanche un accenno di disappunto. Salutò il disguido ricorrente come si saluta una persona, magari non particolarmente simpatica, ma che rassicura con il suo uscire di casa sempre alla stessa ora. Iniziò a scendere dopo essersi affacciato per guardare il disegno delle rampe di scale e dei pianerottoli. Al quarto piano incrociò la signora Elide.

«Eh, l’ascensore non funziona neanche oggi. Mi chiedo perché paghiamo le spese condominiali».

Carmelo le passò davanti senza né salutarla né guardarla. Si limitò a un leggero cenno del capo accompagnato dalla mano che sembrava più voler scacciare un insetto molesto che fare un saluto. A Carmine non importava. Non gli importava più nulla dei piccoli fastidi quotidiani. A dire il vero non gli importava più nulla neanche dei grandi fastidi quotidiani. E neanche dei dolori. Carmelo non provava più nulla. Non avrebbe nemmeno saputo dire se quella indifferenza fosse semplicemente “capitata” o fosse una voluta difesa. Non provava nulla. Solo questo sapeva.

Da quando a Rosa, sua moglie, avevano diagnosticato l’Alzheimer, Carmelo si era via via rinchiuso in una trama di gesti meccanici, in un susseguirsi di doveri rispettati quasi per inerzia. Tutto era cominciato due anni prima con una piccola dimenticanza. Poi era arrivato uno strano discorso mentre, sul divano,guardavano la loro serie tv preferita. Rosa lo aveva guardato quasi con malizia e gli aveva detto che, il giorno prima, il commissario protagonista della serie, le aveva telefonato. Carmelo si era girato verso di lei sorridendo. Ma, voltandosi, non trovò sul viso della moglie neanche un accenno di ironia. Rosa era molto seria. Carmelo rimase interdetto. Capiva ma non voleva capire.

Per diversi giorni non accadde più nulla di strano. La loro vita da neo-pensionati scorreva placida come sempre. La spesa nei negozi di quartiere. Le parole crociate. Le uscite di Carmelo per scambiare due chiacchiere al bar. Le visite delle amiche alla moglie. Le telefonate ai due figli, Marco e Alice che vivevano in altre città con le loro famiglie. Carmelo si sentiva tranquillizzato dalla normale quiete che avvolgeva i loro giorni. Quegli strani episodi erano stati, di sicuro, solo tali, strani ed episodi. A volte lui la guardava mentre Rosa preparava da mangiare. I suoi gesti erano sempre sicuri, precisi. Sapeva dove trovare pentole e cibo, spezie e posate. Era tutto a posto. Ma sì, diceva, era solo il cambiamento. Dopo una vita di lavoro non è così semplice adattarsi ai giorni liberi, ai ritmi improvvisamente dilatati. Non era nemmeno facile, pensava Carmelo, abituarsi alla presenza continua dell’altro. Spazi che prima erano vuoti, un giorno si riempiono con il corpo dell’altro. E non è facile imparare a muoversi in mezzo a questa nuova disposizione delle cose, dei gesti. Dei giorni e delle ore.

Poi un giorno. Rosa aveva preparato il pranzo. Lui era stato fuori tutto il giorno per sbrigare alcune pratiche burocratiche. Aprì la porta di casa e fu subito assalito dall’odore del fegato che cuoceva in padella. Qualcosa gli trapassò lo stomaco. Ma non era il fastidio per quell’odore. Carmelo aveva sempre odiato il fegato ma in quel momento non fu la nausea che lo colpì chiudendogli la gola. Fu semmai uno spavento. Si affacciò alla porta della cucina. Non fece in tempo a dire nulla. Rosa lo vide, gli andò incontro e lo abbracciò.

«Eccoti finalmente. Guido caro sei arrivato. Pensavo non venissi più. Questa mattina mi hai detto che passavi a trovarmi e io ti ho preparato il tuo piatto preferito».

Carmelo rimase immobile. Non rispose neanche all’abbraccio. Si sentiva di marmo. E proprio come un pezzo di marmo si sentiva scivolare, pesante, nel buco che pareva essersi aperto nel pavimento della cucina. Guido era il fratello di Rosa ed era morto tre anni prima.

La visita con il dottor Mombelli fu accurata, piena di sollecitudine da parte del medico. Ma la sua premura e la sua delicatezza non servirono ad attutire il colpo. Sia Carmelo sia Rosa si aspettavano il responso. Ma siccome i giorni precedenti la visita erano trascorsi in una ingannevole tregua della dimenticanza che avvolgeva Rosa, entrambi fingevano che Mombelli avrebbe detto loro che si trattava solo di stanchezza e di un poco d’ansia. Uscirono dallo studio del medico quando le nuvole grigie che avevano accompagnato l’ingresso si erano trasformate in pioggia. Nessuno dei due disse nulla. Rosa si teneva al braccio di Carmelo, sotto lo stesso ombrello. Era sempre stato così. A Rosa gli ombrelli non piacevano e quando pioveva, se era in giro con il marito, gli si stringeva al fianco per non bagnarsi. E ogni volta era un simpatico battibecco. Ma quel giorno, no.

«Cosa mangiamo questa sera?» Chiese Rosa con il tono della più normale delle domande

«Ci fermiamo al supermercato – disse Carmelo – e ci prendiamo un bel minestrone. E una bottiglia

di vino. Cosa dici Rosa?»

«Dico che va bene».

Fu difficile dirlo ai figli. Ma Carmelo, durante le quotidiane telefonate con loro, spigò la situazione. Disse che, per nessun motivo, voleva che le loro vite venissero sconvolte. Che pensassero a vivere come sempre. Loro, lui e Rosa, se la sarebbero cavata. Alice provò a proporre al padre di trasferirsi più vicino a lei. Ma il padre rifiutò subito, senza incertezze. Marco cominciò a fare visita ai genitori una volta al mese, sobbarcandosi un lungo viaggio in macchina ogni volta, per portare un po’ di conforto e aiuto al padre. Si fermava il sabato e la domenica e il lunedì all’alba ritornava alla sua vita.

La situazione si faceva ogni giorno più difficile. Rosa alternava momenti di tranquillità a momenti di agitazione. Riusciva a fare la stessa domanda per mezz’ora di fila. Carmelo diventava, per lei, un giorno Guido, poi il cugino Vincenzo. Sempre più lontana. Poi, all’improvviso, lo chiamava con il suo nome e, sorridendo come aveva fatto per tutta la vita, gli chiedeva di sedersi accanto a lei per guardare la televisione insieme. E per Carmelo erano proprio quelli i momenti più difficili. Perché sapeva che quella specie di lucidità sarebbe durata solo per poco. Carmelo viveva ormai una specie di lutto continuo, senza avere il tempo di elaborarlo.

Carmelo aveva imparato a fare la spesa, a cucinare, a stirare. A dargli una mano Ida, una signora che abitava nello stesso palazzo e che aiutava Rosa anche nelle sempre più difficoltose operazioni di pulizia personale. Spesso Ida, portava anche da mangiare. Era brava in cucina e preparava volentieri qualcosa in più per dividerlo con Rosa e Carmelo.

Carmelo aveva annullato la sua vita costruendosene una che si adattava, in tutto e per tutto, alle crepe della vita di Rosa. Stava sempre all’erta, attento a ogni più piccolo movimento della moglie, a ogni suo impercettibile mutare di espressione. Quando Rosa non fu più in grado di camminare, fece domanda per avere una sedia a rotelle e, ottenutala, andava in giro con la moglie. Una coperta sulle gambe, i capelli in ordine ma un viso sempre più sottile. Mangiava con sempre meno voglia. Carmelo la imboccava ma, spesso, Rosa spostava la mano del marito con violenza, urlando e facendo volare tutto intorno cibo e briciole di pane. Carmine non reagiva mai. Faceva tutto quello che c’era da fare, meccanicamente. Fu proprio così che cominciò a non sentire più nulla. Né rabbia, né dolore, ne affetto. Nessuna malinconia. Nulla. Era sempre più stanco, come consumato dall’interno. Si muoveva, in casa come fuori, nel tempo e nello spazio, come se tempo e spazio non ci fossero più. Si sentiva privo di forze ma andava avanti. Non accettava e non rifiutava nulla. Non accettò e non rifiutò neanche il consiglio dei figli che, a un certo punto, gli proposero di ricoverare Rosa in una struttura. Non accettò e non rifiutò. Semplicemente non diede retta alle loro parole. Tutti i giorni uguali e tutti i giorni un po’ peggio. Ma non sentiva più nulla. Le ore in cui la vicina non andava da loro, Carmelo parlava con Rosa come se nulla fosse. Solo il tono era privo di sfumature, piatto, uniforme. Se c’era rabbia nelle parole di Carmelo non si capiva e non si capiva nemmeno se ci fosse tenerezza. Rosa si allontanava e Carmelo, in qualche modo, faceva lo stesso. E non avrebbe neanche saputo dire se si stesse allontanando nella direzione opposta a quella di Rosa o, forse, nella stessa. I pochi amici rimasti dicevano che Carmelo era un uomo forte. Il parroco della chiesa in cui Carmelo, qualche volta, andava a messa diceva che Carmelo era l’incarnazione dell’amore coniugale. Carmelo non diceva più nulla.

Una mattina si alzò prima del solito. Andò in cucina e si preparò il caffè. Si strinse il maglione che si era messo addosso e uscì sul balcone. Sorseggiò il caffè guardando la città che si svegliava, sotto di lui. Auto, tram, motorini, gente a piedi. Tutto ricominciava. Non si accorse del tempo che passava. Non si accorse neanche di non avere dato le medicine a Rosa. Si ridestò solo quando sentì suonare il campanello. Era Ida che avrebbe pulito Rosa e fatto un po’ di faccende. La fece entrare e le offrì un caffè che però la donna rifiutò cortesemente, avviandosi subito in camera da letto, da Rosa. Carmelo continuò a guardare fuori. Non sentì che Ida, dopo un poco, gli si era avvicinata, alle spalle. Lo chiamò. Carmelo si girò e non ci fu bisogno di dire nulla. Rosa era morta. Si guardarono in silenzio per qualche secondo. Carmelo, dopo qualche istante, si sentì come se il sangue avesse ricominciato a scorrergli nelle vene. Avvertì che sul suo viso stava accadendo qualcosa. Per un attimo si vide riflesso nella vetrinetta di una delle mensole della cucina. E si vide, sulle labbra, un lieve sorriso.